A scuola di natura di Piero Bevilacqua

Silvia Destito-Il campo dell'..Bisogni / A scuola di natura di Piero Bevilacqua

Non sono state certo poche le critiche mosse alla legge di riforma della scuola approvato pochi giorni fa dalla Camera, anche da parte di commentatori pronti ad accogliere con favore le “riforme” del governo. Merita tuttavia qualche ulteriore considerazione l’innovazione più singolare della legge: la chiamata diretta dei docenti da parte del preside-manager, cui si attribuisce anche la gestione di premi e incentivi (vere e proprie briciole per pochissimi) da elargire ai professori più meritevoli. E’ fin troppo evidente che tanta discrezionalità nelle mani di un capo, sia pure accompagnato da una “squadra” Continua a leggere

di docenti, darebbe luogo ad arbitri, pratiche clientelari, corruzione. Mentre si trasformerebbero gli istituti scolastici in luoghi di tensione e conflitti, con la lacerazione del corpo docente, non senza risvolti e code giudiziarie, come ha paventato qualche osservatore.

Di sicuro, in pochi anni la scuola perderebbe quel po’ di concordia interna che ha fatto operare per decenni insegnanti e studenti come un collettivo di lavoro. Un clima di cooperazione reso possibile dalla impersonalità delle norme, fondate sul merito, che ha selezionato i docenti della scuola italiana sino a oggi: pubblici concorsi, abilitazioni, corsi di aggiornamento, ecc. E’ evidente che l’idea del preside che chiama all’insegnamento e distribuisce qualche mancia serve anche a coprire la magagna che tutti conoscono: la condizione di assoluta indigenza in cui sono lasciati da decenni gli insegnanti della scuola italiana.

Giocatore delle tre carte, Renzi si fa pubblicità come riformatore e innovatore, ma nasconde quel che è drammaticamente necessario alla scuola italiana per farla risorgere: investire risorse e soprattutto portare a un livello di dignità europea gli stipendi dei professori.

L’idea del preside-capo si presta tuttavia a considerazioni più generali. Non deve sfuggire che anche nel campo della scuola si manifesta l’ossessione di Renzi per il comando. Lo si vede nei suoi rapporti col Parlamento e con i compagni del suo partito, lo si è visto con il Jobs act, che dà all’imprenditore la libertà di licenziare, nella riforma elettorale, che dovrebbe fornire il nome del vincitore alla chiusura delle elezioni. Non è solo un dato caratteriale del presidente del Consiglio. L’evidente incremento di tratti autoritari nelle società di più o meno antica democrazia è il risvolto inevitabile di un assoggettamento crescente del ceto politico alle pressioni dei poteri economico-finanziari. Se i corpi intermedi, le istituzioni, le casematte che hanno regolato i rapporti tra i cittadini e tra questi e il potere, in una società complessa, sono rappresentati come ostacoli al libero mercato, alla fine questa società si può tenere insieme solo tramite centri di comando assoluti.

Ma la scuola è un terreno delicato e particolare. L’enfasi che il disegno di legge mette sulla figura del preside e sull’autonomia scolastica dovrebbe suscitare serie preoccupazioni per altre ragioni. Si va infatti verso la dissoluzione di quella struttura pubblica che regolava la vita scolastica, con meccanismi impersonali di accesso all’insegnamento e si simula, per affermarla poi di fatto, una privatizzazione degli istituti. Non è più lo stato, in rappresentanza di tutti noi, che comanda, ma il preside/dirigente, a sua discrezione. Il rapporto tra insegnanti e preside non è più una relazione tra colleghi, ma un affare privato tra un capo-azienda e i suoi sottoposti.

Tale dissolvimento per il momento simbolico della scuola pubblica nasconde un altro elemento che scardina assetti storici consolidati: la sempre più spinta autonomizzazione dei curricula scolastici. Ogni scuola perseguirà il proprio modello e il proprio programma di studi. Ma la scuola italiana ha avuto, tra gli altri meriti, quello di fornire agli italiani, emergenti da una secolare storia di localismi, di differenziazioni regionali, di diversità linguistiche, un comune fondo culturale, il minimo indispensabile di identità nazionale. Vogliamo che la scuola abbandoni tale compito? Bene, il presidente del Consiglio e le burocrazie ministeriali devono dirci dove vogliono andare, a che scopo si fanno queste “riforme”, qual è il modello di società che essi intendono perseguire.

Io credo di sapere in realtà dove vogliono andare, non per capacità divinatorie, ma perché da anni i governi intervengono sulla scuola e si possono ben scorgere quali sono le loro intenzionalità riformatrici. Quel che ossessiona infatti i riformatori è l’efficienza della macchina istituzionale, senza nessuna preoccupazione della qualità dei saperi, del livello della formazione che viene fornita ai ragazzi. E questo per una ragione ben precisa. Tutta la visione progettuale del legislatore si esaurisce in un ben misero intento: adeguare la scuola alle esigenze mutevoli del mercato del lavoro. E allora occorre porre il quesito: dobbiamo innovare la scuola in tale direzione, immettere sempre più direttamente anche le istituzioni del sapere e della formazione nel tritacarne del mercato? Questa domanda è utile perché mette di fronte a due strade diverse che non sempre sono distinguibili nel dibattito corrente.

Vogliamo una scuola che aiuti la formazione di una società nuova, più giusta e avanzata, che rielabori per il nostro tempo un nuovo assetto di civiltà, o cerchiamo di farla funzionare al meglio per rispondere ai bisogni presenti e immediati della società così com’è, con le sue gerarchie e squilibri? Nel primo caso è evidente che non basta più, alla scuola italiana, l’affermazione tra i ragazzi di una coscienza nazionale.

Oggi occorrerebbe fornire una più larga visione europea e mondiale. Uno dei compiti del riformatore dovrebbe essere quello di introdurre elementi di conoscenza cosmopolita nella formazione dei nostri studenti, che non possono certo esaurirsi nell’apprendimento della lingua inglese. Preparare i nuovi cittadini del mondo, ecco uno dei compiti da assegnare alla scuola del nostro tempo, mentre intorno a noi si scontrano storie e civiltà, ribollono guerre sanguinose dipendenti da ingiustizie e soprusi, incomprensioni e ignoranza. E per tale asse formativo i saperi umanistici sono irrinunciabili.

Ma oltre a quello civile e storico-politico c’è un campo conoscitivo di prima grandezza di cui la scuola dovrebbe occuparsi: il campo delle scienze, soprattutto di quelle della natura e del modo di insegnarle. E’ un nodo decisivo per la formazione culturale dei nostri ragazzi. Non solo e non tanto perché un apprendimento di buon livello delle scienze assicura poi una superiore capacità del lavoro professionale che ciascuno andrà a svolgere. Ma soprattutto perché oggi un insegnamento interdisciplinare dei saperi scientifici appare decisivo per formare i giovani alla lettura della complessità del mondo. Un mondo sempre più interrelato che stiamo distruggendo per l’ ignoranza dei più, oltre che per l’interesse egoistico dei pochi.

L’attuale formazione scientifica dei nostri ragazzi è inadeguata rispetto ai drammatici problemi che stiamo creando alla casa comune del pianeta. Mentre della scienza si esalta superficialmente l’aspetto tecnologico, quello che serve al mercato del lavoro, alla “crescita”. Eppure si dimentica che perfino la disciplina da cui dipende quasi tutto delle conquiste tecnologiche del nostro tempo, la fisica, costringe oggi a una visone interrelata della natura: “Ancora una volta il mondo sembra essere relazione, prima che oggetti” (Carlo Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica, Adelphi). Nella nuova scuola la conoscenza scientifica dovrebbe fare acquisire ai giovani un nuovo sapere scientifico-morale: l’idea di un rapporto uomo-natura meno arcaica di quello dei loro padri.

Bio dell’autore / Piero Bevilacqua: già ordinario di Storia contemporanea all’università di Roma La Sapienza. Ha fondato e diretto la rivista “Meridiana”. Ha pubblicato numerosi saggi e volumi tra i quali: Calabria (a cura di, con A. Placanica, Torino 1985), Breve storia dell’Italia meridionale dall’Ottocento ad oggi (Roma 1993), Venezia e le acque (Roma 1995), L’utilità della storia. Il passato e gli altri mondi possibili (Roma 2007), Miseria dello sviluppo (Roma-Bari 2008), Elogio della radicalità (Roma-Bari 2012).

Prof d’acquisto di Anna Pascuzzo

Silvia Destito- La scuola è finita
Bisogni / Prof d’acquisto di Anna Pascuzzo

Quelli della mia generazione, non tutti certamente, ma in gran parte si, avevano desideri realizzabili; quasi nessuno di noi intendeva diventare “famoso”, ma più o meno tutti avevamo in mente di fare grandi cose. Io ad esempio volevo insegnare la letteratura italiana e la lingua italiana alle ragazze e ai ragazzi (è quel che faccio). Per quelle come me, nate nella metà degli anni Settanta, uno dei desideri più diffusi e più comune era quello di diventare professoressa.

Sarà stata quell’ora di lezione (citata per antonomasia da Massimo Recalcati nel suo libro più recente) o quella prof Continua a leggere

al liceo che ci ha fatto innamorare di questo mestiere, oppure, come nel mio caso, un sogno sognato fin da bambina, per me diventare prof aveva a che fare con un grande senso di responsabilità. Per me significava divenire tutto ciò che io, da allieva, avrei voluto fossero i miei insegnanti: esempi, testimonianze di cultura nel senso più ampio, modelli di vita e di stile (per dirla parafrasando Virgilio).

Non sono stata molto fortunata al Liceo, ho avuto docenti di scarso valore, una professoressa di lettere che conosceva la “Pazzaglia” a memoria e ascoltarla o leggere direttamente dal testo era la medesima cosa (a parte il fastidio dovuto al suo grottesco accento).

Eppure io volevo diventare proprio una docente di lettere, amavo (e amo) profondamente la letteratura, la lingua italiana, un po’ per attitudine personale, un po’ per merito di mia madre (per la quale la scuola era “una cosa seria”, me lo ripeteva sempre).

A volte non è necessario un bravo insegnante per seguire e realizzare i propri sogni, ma la tenacia, il senso del valore che quel sogno ha e perché un sogno abbia valore non può, per natura, definirsi “individuale”. Ecco, è questo il punto: Il mio sogno non era solo “mio”, o meglio, la sua realizzazione non avrebbe giovato solo alla sottoscritta, non era questa la mia intenzione, sono cresciuta immaginando sempre un “noi” e mai un “io”. Diventare insegnanti ha a che fare con gli altri oltre che con noi stessi, diventare insegnanti vuol dire incidere profondamente nelle vite degli altri, degli “allievi”, sovente modificandole radicalmente, a volte segnando un percorso che, se anche diverso, comunque ne risente le tracce.

Dunque eccomi qua, vent’anni dopo, professoressa della lingua più bella del mondo, ma quel mondo intanto s’è smarrito, è esploso producendo centinaia di migliaia di “individui”, l’idea della collettività che ho, fin da bambina, coltivato, non esiste più, se non in qualche marginalissima rappresentanza.

E’ un dramma quel che è accaduto, diciamola tutta e, non è accaduto solo perché qualcuno l’abbia imposto e basta. La spasmodica e penosa costruzione dell’individuo ha completamente cancellato il “noi”, l’idea che solo “insieme” si possa cambiare, solo “insieme” si possa fare (specie se l’ambito d’azione è quello educativo).

I governi, tutti, da vent’anni o poco più, hanno creato i presupposti perché s’innescasse una guerra fratricida fra i docenti, perché gli stessi non fossero più mossi da un “progetto pedagogico”, ma da una volontà competitiva rispetto all’altro docente. Fine ultimo diviene dunque assicurarsi più punti in una graduatoria, s’insegna per accumulare punteggio (è questo il linguaggio comune fra gli insegnanti). Per lo stesso fine, cioè accumulare punti, ci si iscrive a corsi pseudo formativi definiti da improbabili acronimi (Siss, Tfa, Pas), in realtà si tratta di corsi a pagamento (euro 3.000,00 a persona per nemmeno un anno di frequenza formativa), corsi “statali” a pagamento perché, per dirla bene, i governi devono “far cassa”.

E i docenti “individualisti” (salvo qualche eccezione) si mettono a frequentare di tutto nella speranza di “accumulare” quei “punti” per avanzare in graduatoria, per scalzare il collega, per arrivare primi o fra i primi … intanto lo scopo vero del docente, educare gli alunni a divenire adulti consapevoli, cittadini e non sudditi, finisce in fondo alla “classifica” virtuale dell’insegnante (pensate a chi è stato “formato” negli ultimi trent’anni).

Ecco cosa è accaduto, è stato scientificamente e “dolosamente” programmato un percorso individualista e competitivo per la classe dei docenti italiani, l’unica (insieme alla famiglia) capace di svegliare e stimolare le coscienze, è stato chiesto ad ogni futuro insegnante di pensare all’io e non al noi, snaturandolo completamente, privandolo dunque della sua essenza.

Un docente che non ha un’idea di collettività ma insegue una “classifica” personale, aggiungendo punti ad essa con il solo scopo di conseguire il suo “individuale successo” non è idoneo ad insegnare (non m’importa in cosa sia spinto, quale sia la causa che lo motivi, ahinoi, quando la gara si fa “competizione spietata” il fine ultimo diventa arrivare prima di tutti)

Dunque è stato tutto sbagliato e l’errore più grossolano l’hanno commesso coloro che avevano il potere di ribellarsi a questo sfascio: i docenti

Non bisognava compromettersi, acquistare di tutto, perché di acquisto si parla quando un corso di formazione statale ti costa quanto dieci rate di un mutuo per un immobile. Non si doveva accettare tutto, la Siss, il Tfa, il Pas…ed ora ? Puff ! E’ esploso tutto, al diavolo le graduatorie, i vostri “punti” per prendere il posto più in alto…Ora cos’altro vi comprerete stolti individualisti che disonorate la parola “insegnante” ? Con quale altro demonio si scenderà a patti ?

Bio dell’autore / Anna Pascuzzo: è una docente di lettere con la passione per la lettura e la scrittura. Fondatrice dell’associazione Scritturarte, insegna tecnica della narrazione e approccio analitico al testo. Conduce seminari d’approfondimento sulla letteratura del Novecento e contemporanea.

Alunni dispersi di Sabina Licursi

Silvia Destito- Perduti
Bisogni / Alunni dispersi di Sabina Licursi

Dispersione scolastica. Un fenomeno complesso e plurale. Perché sono diversi i fattori che contribuiscono a produrla e perché sono varie le sue manifestazioni. Rispetto ai fattori è possibile distinguerne almeno di due tipi: (i) quelli di contesto, ossia le condizioni sfavorevoli al successo scolastico (inerenti al capitale culturale ed economico della famiglia d’origine, all’ambiente e contesto di vita, all’origine etnico-culturale, al mercato del lavoro, ma anche al funzionamento della scuola, al rapporto con gli insegnanti, al clima di classe e con i pari, agli ambienti scolastici), e Continua a leggere

(ii) quei fattori riconducibili al singolo individuo (talento, impegno nello studio, aspettative per il futuro, motivazioni e aspettative verso la scuola) e che hanno legami stretti con il processo di socializzazione e con i percorsi del passaggio all’età adulta.

Il contesto è determinante. Ricerche e indagini empiriche mostrano con chiarezza che gli studenti in ritardo provengono spesso da famiglie e ambienti materiali e culturali deboli, marginali. Tuttavia il contesto non spiega tutto. Abbandono e dispersione scolastica sono infatti riconducibili anche ai percorsi biografici dei singoli, alle forme e ai contenuti della socializzazione. Tanto più in considerazione del fatto che la dispersione non si manifesta esclusivamente (forse neanche principalmente) come allontanamento fisico dalla scuola.

Esistono infatti almeno due manifestazioni importanti della dispersione scolastica, non necessariamente sequenziali. La prima è quella più nota e tradizionale legata agli abbandoni, alle ripetenze, bocciature, assenze. L’altra, meno visibile e misurabile, è quella che si presenta come dispersione in presenza e che si lega in senso ampio al “mal di scuola” – tematizzata da Alfio Maggiolini a metà degli anni 90, per intendere un malessere di cui soffrono studenti, insegnanti, scuole e famiglie.

La dispersione tradizionale è intensamente presente nella scuola media superiore. Nel nostro paese – a differenza di quanto alcune rappresentazioni di senso comune suggeriscono – non c’è un “eccesso” di giovani che studiano. Anzi. Considerando la quota di giovani di 18-24 anni che hanno conseguito soltanto la licenza media e non sono più in formazione (convenzionalmente indicati con l’acronimo Esl, early school leavers), l’Italia è fra gli stati europei quella con il più alto livello: il 17% contro la media europea del 12%. È preceduta solo da Spagna, Malta, Portogallo e Romania; mentre meglio di noi stanno Grecia e Bulgaria e, soprattutto, Francia e Germania con valori dell’indicatore pari rispettivamente al 9,7 e 9,9% (sotto la soglia del 10% fissata come meta dalla Strategia Europa 2020).

L’indicatore Esl fotografa la situazione, conta i dispersi dalla scuola ma non ci dice chi oggi si sta disperdendo e in quale ordine scolastico. Tuttoscuola in un suo recente dossier ha calcolato che su 100 alunni che si sono iscritti al I anno solo 83 frequentano la quinta classe, appena 65 nelle isole e 63 negli istituti professionali. In valore assoluto si tratta di ben 167 mila studenti di una sola coorte che hanno abbandonato la scuola. Se si considerano le coorti dell’ultimo quindicennio si arriva ad una cifra raccapricciante: circa 3 milioni di ragazzi che hanno abbandonato.

Elevata dispersione nella scuola secondaria superiore significa anche un minore accesso all’istruzione terziaria. Nell’ultimo rapporto dell’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca) si legge che nel 2012 in Italia la quota di giovani 25-34enni in possesso di laurea o titolo post-laurea è pari al 22,3% del totale. Un dato in crescita negli ultimi anni ma ancora lontanissimo dalla media europea (35%) e dalle punte registrate Francia e Gran Bretagna (40%). In Italia ci si laurea meno che altrove non solo perché inferiore è l’accesso, ma anche perché ci si disperde: gli abbandoni superano il 30% e gli studenti fuori corso sono in media 40 studenti su 100.

Numeri così importanti non devono distrarre dalla necessità di cogliere anche la dispersione in presenza, ossia quella dispersione che si realizza dentro la scuola: non implica espulsione dal sistema ma si traduce in apprendimento passivo, superficiale, non duraturo, non stimolante, non coerente con il progetto di vita dello studente. In particolare, è possibile individuare due tipi di studenti dispersi in presenza, che si collocano agli antipodi di un continuum di malessere scolastico: ad un estremo, lo studente che rimane a scuola nonostante la noia, il disinteresse, l’atteggiamento depressivo o aggressivo verso gli insegnanti e l’istituzione; all’estremo opposto, lo studente che, sebbene non coinvolto in maniera profonda da ciò che si insegna a scuola, finge di stare a proprio agio e non fa fatica a rispondere alle richieste formative.

La dispersione in presenza condiziona ovviamente i livelli di apprendimento. Le indagini Pisa e Invalsi mostrano con sistematicità le enormi difficoltà degli studenti italiani. Il livello di competenze dei nostri alunni quindicenni in matematica, scienze e lettura è tra i più bassi fra quelli registrati nei paesi Ocse. Con riferimento alle eterogeneità interne: nel 2012, ad esempio, in lettura oltre l’80% degli studenti si colloca su livelli pari o superiori alle competenze basilari nelle regioni settentrionali, mentre in Sardegna, Campania e Sicilia più del 27% non raggiunge i livelli sufficienti e in Calabria addirittura il 37%.

Considerare la pluralità di fattori determinanti la dispersione e la possibilità che essa si manifesti in modi diversi suggerisce di evitare semplificazioni nelle politiche di intervento. Senza sminuire l’importanza di quanto già si sa e si fa, è necessario conoscere meglio il fenomeno, sviluppando un approccio transdisciplinare e privilegiando la partecipazione nella ricerca degli attori (istituzionali e non) impegnati nel lavoro educativo e, soprattutto, nella lotta alla dispersione scolastica. Resta certamente opportuno continuare ad intervenire attivamente con sperimentazioni, valutando degli effetti sociali prodotti.

Tuttavia, per sostenere cambiamenti più significativi, occorre ripensare il sistema di istruzione, alla luce di un paradigma educativo che valorizzi l’apprendimento e non il semplice trasferimento di nozioni, l’avvicinamento al mondo e non l’allontanamento. Una scuola che, come suggerisce Philip Zimbardo, rifiuti la metafora delle “mele marce” per adottare quella dei “cattivi cestini”, ossia quella della cura dei luoghi che gli adulti hanno la responsabilità di allestire per sostenere l’educazione dei più giovani, in famiglia, a scuola, in classe.

Bio dell’autore / Sabina Licursi: sociologa, insegna Comunità società e politica nel Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università della Calabria. Ha pubblicato numerosi contributi di ricerca su riviste e volumi, tra cui: Educazione, memoria, generi e generazioni. Come si può affrontare la questione educativa (con P. Fantozzi, Salerno 2012), Governance e partecipazione politica. Teorie e ricerche sociologiche (con G. Marcello, Milano 2012), Sociologia della solidarietà (Roma 2010), Bambini e ragazzi da non dimenticare. Rapporto di ricerca sull’accoglienza dei minori in Calabria (con G. Marcello, Salerno 2010).

L’università abbandonata di Domenico Cersosimo

Silvia Destito - l'orizzonte ....

Bisogni / L’università abbandonata di Domenico Cersosimo

L’università italiana è cambiata molto negli ultimi anni. In peggio. Sotto i colpi di una dissennata politica di tagli indiscriminati, il sistema universitario nazionale ha perso studenti e docenti, servizi e insegnamenti. Un disastro che ha avrà ripercussioni importanti sull’intero Paese in termini di minore qualità dei lavoratori potenziali, minore produttività, minore crescita economica, più modesta cittadinanza. Con il pretesto del debito pubblico e del feticcio della meritocrazia, le università meridionali, soprattutto le più antiche e più grandi, stanno arretrando, molto di più di quelle del Centronord. Continua a leggere

L’Italia è tra gli ultimi paesi al mondo in termini di laureati, con un’incidenza sulla popolazione tra 25 e 64 anni (poco più 16 su 100) pari a meno della metà di quella di Stati Uniti, Giappone, Regno Unito, Corea, Finlandia, Norvegia. Nel Mezzogiorno tale incidenza è ancora più bassa: solo 14 su 100, e 13 su 100 nella coda di Sicilia e Puglia. In nostro paese è ultimo anche tra le 28 nazioni europee per ciò che concerne i giovani laureati. Posseggono la laurea appena 24 italiani tra 30 e 34 anni, a fronte di un obiettivo di 40 individuato dalla Commissione europea per il 2020, cioè tra appena quattro e mezzo. Molto peggio al Sud: solo 19 con un picco estremo di 16 in Campania. Troppo pochi per alimentare innovazione economica e sociale. Troppo pochi per generare benefici pubblici e privati apprezzabili.

Più cittadini laureati influenzano positivamente non solo la produttività dei lavoratori ma le aspettative di vita, l’occupazione, il salario, la salute, le buone maniere, il capitale sociale. Meno laureati significa bloccare le prospettive di mobilità sociale ascendente. Sono ancora pochissimi gli studenti universitari che provengono da famiglie con entrambi i genitori laureati. C’è il rischio che in futuro la situazione peggiori, accentuando, per dirla con Ilvio Diamanti, il “discensore sociale” che caratterizza l’Italia della grande recessione post 2007. Preoccupa perciò il calo sistematico delle immatricolazioni e la tendenza al declino del passaggio dei diplomati all’università, ormai sceso a circa la metà nella media nazionale e sotto la metà nel Sud.

E preoccupa ancor più il calo accentuato degli immatricolati provenienti dalle famiglie più povere, concentrate soprattutto nel Mezzogiorno, che avrebbero più bisogno di frequentare l’università anche come occasione di riscatto sociale ed economico. D’altro canto, l’aumento delle tasse di iscrizione, ormai tra le più alte in Europa, e gli impatti della crisi economica sull’occupazione e sui redditi, influenzano negativamente le immatricolazioni dei figli appartenenti a famiglie meno abbienti. A differenza di diversi paesi europei e non, il nostro paese non ha contrastato il fenomeno del calo delle immatricolazioni per ragioni economiche attraverso un aumento delle borse di studio per i più bisognosi e, più in generale, mediante una crescita del finanziamento pubblico. Al contrario, dalla fine dello scorso decennio, i governi italiani hanno ridotto drasticamente i trasferimenti ordinari verso le università, tant’è che oggi questi ultimi coprono appena il 60% del fabbisogno. Naturalmente, le università localizzate nelle regioni più ricche di risorse proprie, in particolare quelle a statuto speciale, e di fondazioni bancarie, riescono a compensare in parte il taglio di risorse statali, viceversa quelle localizzate nelle regioni meno dotate, ancora un volta quelle del Mezzogiorno, sono costrette a causa delle ristrettezze finanziarie a tagliare (insegnamenti, corsi, dottorati, ricercatori, attrezzature) e/o ad aumentare più che altrove le tasse. Si alimenta così un circolo vizioso che tende a fiaccare strutturalmente il sistema universitario meridionale, sempre meno capace di offrire ai propri studenti servizi didattici e strutture di supporto di qualità.

L’Italia non avrà un grande futuro senza tanti laureati. L’investimento in istruzione paga. Non subito, ma paga. In termini di maggiore coesione sociale, crescita economica, benessere collettivo e privato. Lo dimostrano i dati: le nazioni che più investono in scuola e ricerca sono quelle più dinamiche, più reattive al ciclo economico, maggiormente al riparo dalle crisi, con una migliore struttura dei salari. E’ ora che se ne convincano le classi dirigenti, in particolare il governo. Ma è altrettanto importante che ne abbiano consapevolezza le famiglie, del Nord e del Sud. Investire in istruzione è la semina che serve all’Italia. A tutta l’Italia.

[Per approfondimenti si rinvia alla lettura di due recentissimi working papers della Fondazione Res molto ricchi di dati e di considerazioni: Gianfranco Viesti, Elementi per un’analisi territoriale del sistema universitario italiano (http://www.resricerche.it/media/wp/wp_res_n_2_15.pdf) e Antonio Banfi e Gianfranco Viesti, “Meriti” e “bisogni” nel finanziamento del sistema universitario italiano (http://www.resricerche.it/media/wp/wp_res_03_15.pdf)]

 

Bio dell’autore / Domenico Cersosimo: insegna Economia regionale presso l’Università della Calabria, Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali. Svolge attività di ricerca nei campi dello sviluppo economico, dei sistemi produttivi locali e delle politiche pubbliche per il Mezzogiorno. Ha pubblicato diversi articoli e libri, l’ultimo dei quali è Tracce di futuro. Un’indagine esplorativa sui giovani Coldiretti (Donzelli 2012). E’ tra i fondatori di “SlegalaCalabria”.

Dall’ultimo lembo di terra di Nicola Fiorita

Edward Lear

Bisogni / Dall’ultimo lembo di terra di Nicola Fiorita

Questa volta, il primo maggio non sarà dedicato principalmente alla festa dei lavoratori. E non tanto perché i lavoratori hanno poco da festeggiare in questo scorcio di tempo – come direbbe Landini – ma soprattutto perché il rito della festa verrà, almeno in parte, oscurato dall’avvio di Expo 2015, il primo grande evento dell’era renziana. Come è noto, Expo ha come titolo Nutrire il pianeta. Energia per la vita, e si presenta intenzionalmente come “il più grande evento mai realizzato sull’alimentazione e la nutrizione”. Continua a leggere

Al netto dalle polemiche ideologiche e delle inchieste giudiziarie che accompagnano inesorabilmente ogni grande manifestazione che si progetta e realizza in Italia, a pochi mesi dal suo avvio Expo va caratterizzandosi sempre più come un grande show planetario su uno degli argomenti più sfruttati dal circo mass-mediatico e dalle lobby degli affari in questi ultimi anni: il cibo.

Il rischio gravissimo è di confondere in unico calderone i volti degli chef- icone televisive, la corsa ai superlativi delle pseudo-eccellenze gastronomiche di questa o quella parte del pianeta e la retorica dei buoni sentimenti che copre un modello di sviluppo basato sullo sfruttamento delle risorse naturali e dei lavoratori, sui disumani allevamenti intensivi, sulla definitiva distruzione delle filiere alimentari naturali. In una parola, Expo rischia di nutrire la componente ricca e grassa del mondo, succhiando ancora una volta energia e vita alla restante parte del pianeta (e al pianeta stesso).

Da qui a maggio, e poi lungo tutto il periodo dell’esposizione universale, appare indispensabile mettere al centro del discorso Expo, e dei suoi mille rivoli, almeno quattro questioni: la sicurezza alimentare, lo spreco, il land grabbing, le condizioni di lavoro dei migranti impegnati nell’agricoltura.

Se si vuole davvero provare a nutrire il pianeta con cibo non avariato, occorre dunque indicare come priorità assoluta la questione della sicurezza alimentare, da intendersi come diritto di tutti ad accedere ad una giusta alimentazione. Non troppo poco cibo, ma neppure troppo. Il nostro folle mondo è riuscito a generare il problema dell’obesità prima di aver debellato il problema della fame.

Strettamente connesso a questo primo profilo, il secondo punto di un ipotetico ordine del giorno non può che essere quello dello spreco alimentare, che è spreco di cibo, ma anche di energia, di risorse, di suolo, di futuro.

Ancora, il land grabbing, ovvero il fenomeno di accaparramento da parte di stati ricchi (specie dei nuovi ricchi: Cina, Arabia Saudita, Emirati) di larghe quote di terra degli Stati più poveri, al fine di garantirsi l’approvvigionamento di prodotti e risorse alimentari altrimenti indisponibili. Ettari ed ettari di campi vengono sottratti ai contadini da parte di governi corrotti o disperati per poi essere venduti, a volte addirittura regalati, a Stati o imprese straniere in cambio di investimenti e posti di lavoro, incatenando così la ricchezza della terra e i sogni dei suoi abitanti ad un destino di schiavitù, più o meno dolce.

Non solo italiano, ma prevalentemente italiano è il quarto e ultimo punto. Le condizioni di lavoro dei migranti impiegati nel settore agricolo possono essere, lo sappiamo, devastanti. A Rosarno come nelle piazze di raccolta della Puglia sembra di essere tornati un secolo indietro, quando i braccianti erano considerati qualcosa di diverso dagli uomini, quando i loro sentimenti e i loro bisogni non esistevano, quando la miseria chiamava il disprezzo, lo sfruttamento chiamava l’emarginazione, il presente annullava il futuro.

Un breve cortometraggio, The dark side of tomato, ha raccontato recentemente questa nuova subalternità fornendo anche una spiegazione documentata di come essa prenda forma e si realizzi. Una storia pazzesca e amara, quella elevata ad esempio dal cortometraggio, che nasce dall’invasione del concentrato di pomodoro italiano (e cinese) nel mercato del Ghana e che ha determinato la fine dell’agricoltura nazionale e la necessità dei ghanesi di emigrare, di venire a raccogliere pomodoro nei nostri campi, in condizioni peggiori di quelle in cui lavoravano nel proprio Paese, arricchendo quelle stesse forze che li hanno messi in ginocchio e li hanno costretti a partire. E’ un pezzo, va da sé, di una storia più grande, quella che produce molte delle migrazioni internazionali grazie alle politiche di liberalizzazione, alla fine dei dazi doganali, alla dissolvenza di politiche protettive e solidaristiche. Se ci si pensa è anche la storia della nostra crisi in molti settori invasi dalla concorrenza cinese. A volte, però, come in questo caso, i cinesi siamo noi.

Tutti e quattro i punti riguardano direttamente la Calabria, che vede germogliare il problema dell’obesità infantile accanto ai ricordi di fame e miseria delle generazioni più anziane, che continua a sprecare il proprio suolo indifferente alle tragedie che si susseguono e che sta in coda ad ogni classifica europea relativa alla raccolta differenziata, al riciclo, all’educazione alimentare, che ha regalato e regala la propria terra a chiunque prometta sviluppo e posti di lavoro senza mai verificarne presupposti e fattibilità, che ben conosce il dramma dello sfruttamento dei migranti e della lotta tra poveri che esso può generare.

Non sappiamo come la Calabria starà dentro Expo. Il ritardo con cui è partita la progettazione e la programmazione della partecipazione calabrese ad Expo non consente nessuna previsione. Si può solo sperare che proprio da qui, dall’ultimo lembo di terra dell’Europa, vengano iniziative e proposte che nutrano Expo e consentano a questa straordinaria occasione di non andare, anch’essa, sprecata. Soprattutto, si deve fare quanto nelle nostre possibilità perché la programmazione delle attività regionali abbia una ricaduta sul territorio calabrese e dia la stura a politiche di largo respiro sui temi fin qui indicati.

Nutrire la Calabria, in fondo, potrebbe essere un bel programma di legislatura.

Bio dell’autore / Nicola Fiorita: insegna diritto ecclesiastico all’Università della Calabria. È presidente di Slow Food Calabria e membro del collettivo di scrittura Lou Palanca, che ha di recente pubblicato Blocco 52 (Rubbettino editore).

Asimmetria di opportunità di Franco Gaudio


Antonio Donghi

Bisogni / Asimmetria di opportunità di Franco Gaudio

All’inizio c’era l’Onmi (Opera nazionale maternità e infanzia) che aveva finalità esclusivamente assistenziali con la totale assenza di interesse educativo; poi sono stati introdotti gli asili nido pubblici che diventavano “un luogo di vita, luogo in cui il bambino trascorre il tempo più importante del suo percorso evolutivo” e che si basa “su un’idea di bambino come soggetto attivo che attraverso la possibilità di una pluralità di scambi interattivi con i pari e con gli adulti impara a costruire un sistema di criteri e di significati, per interpretare e categorizzare la realtà”. Continua a leggere

Gli asili nido nascono formalmente nel 1971 con la legge 1044 che prevedeva la costruzione di asili su tutto il territorio nazionale. Molti comuni, anche in Calabria, hanno “approfittato” per costruire strutture per l’infanzia. Strutture che ad oggi sono chiuse o hanno cambiato destinazione d’uso, nonostante nel corso degli anni lo Stato ha continuato ad investire (non molte) risorse. Sembra, però, che si vada verso una disattivazione del servizio da parte del pubblico. E verso la disattivazione dei principi che sono alla base del nido, privilegiando solo la finalità assistenziale.

L’asilo nido è un servizio rivolto alla prima infanzia per promuovere lo sviluppo psico-fisico, cognitivo, affettivo e sociale del bambino e offrire sostegno alle famiglie nel loro compito educativo. In questa categoria rientrano gli asili nido pubblici, i micronidi, “nidi aziendali” e le “sezioni primavera” ovvero servizi di asilo nido ubicati all’interno delle scuole dell’infanzia e rivolti ai bambini tra i 24 e i 36 mesi.
L’asilo nido rappresenta la componente largamente prevalente dei servizi offerti e negli ultimi tempi si assiste ad un decremento dell’indicatore della presa in carico (% dei bambini 0-2 anni che usufruiscono del servizio) in diverse regioni italiane. Esiste un ampio divario tra le regioni nell’offerta pubblica di asili nido.

La figura seguente mostra i valori medi regionali dell’indicatore: nella classe più alta (oltre il 20% dei bambini fra 0 e 2 anni che fruiscono degli asili nido) si trova soltanto l’Emilia-Romagna, con il 24,4%; nella categoria successiva (tra il 15% e il 20%) si trovano 8 regioni del Centro-nord. Sono 5 le regioni che si collocano tra il 10% e il 15%, mentre 3 regioni tra il 5% e 10%. Infine, al di sotto del 5% si trovano la Provincia Autonoma di Bolzano (dove si ha una prevalenza dei servizi integrativi rispetto agli asili nido), la Campania, la Puglia e la Calabria.

Figura 1 – L’indicatore di presa in carico degli asili nido (utenti 0-2 anni ogni 100 utenti) per regione. [Fonte: Istat, 2012]

L’offerta pubblica sul territorio (ovvero la copertura comunale del servizio), evidenzia che solo tre regioni (l’Emilia-Romagna, il Friuli-Venezia Giulia e la Valle d’Aosta) coprono più dell’80%, mentre hanno percentuali comprese fra il 50% e l’80% 6 regioni del Centro-nord. Le rimanenti regioni (11 su 20) hanno tutte tra il 10% e il 50% dei Comuni coperti dal servizio. La Calabria presenta il livello regionale più basso di copertura (13%, in diminuzione di 2 punti percentuali rispetto all’anno precedente).

L’asilo nido comunale a gestione diretta è quello più diffuso in Italia (il 53% degli utenti), seguono gli asili nido comunali a gestione affidata a terzi (24%). In molte regioni italiane però c’è un tentativo di esternalizzare il servizio: è il caso della Calabria che con il 40,7% degli utenti frequentano un nido a gestione affidata a terzi. In questa direzione vanno anche la Valle d’Aosta (72%), la Provincia di Bolzano (53%), il Molise (76,8%), la Basilicata (69%). La spesa media si dimezza passando dagli asili nido a gestione diretta (8.923 euro per utente) a quelli affidati a terzi (4.239). Ma ancora di più scende la spesa media negli asili privati il cui costo per utente è pari a 2.794 euro. In Calabria il costo per utente di un asilo pubblico è pari a 3.470 (il valore più basso in Italia), di un nido affidato a terzi è 2.694 e di un nido privato 1.684.

Anche gli ultimi bandi emanati dalla Regione Calabria nell’ambito dei fondi comunitari andavano nella direzione di privatizzare questo servizio finalizzando le risorse verso gestioni private o micro-nidi gestiti in appartamenti. Questo ovviamente comporta un abbassamento della qualità pedagogica, un abbassamento della qualità dei servizi.

Ma sembra che qualcosa si stia muovendo. Nella cosiddetta “Buona scuola” entra la riforma delle scuole dell’infanzia. C’è una legge del Pd, prima firmataria Francesca Puglisi, responsabile per il partito dell’istruzione, “Disposizioni in materia di sistema integrato di educazione e istruzione dalla nascita fino a sei anni (e del diritto delle bambine e dei bambini alle pari opportunità di apprendimento)” che di fatto azzera la separazione esistente tra nido e scuola dell’infanzia. “L’ottica sarà “zero-sei”, l’unificazione del settore dell’educazione della prima infanzia, e il nido non sarà più a domanda individuale, ma generale”.

La partecipazione delle famiglie non dovrà superare il 20% del costo complessivo. La legge prevede un sostegno finanziario non solo per l’istituzione di nuovi strutture, ma anche per la successiva gestione che è sempre più precaria per i continui tagli a cui sono soggetti gli enti locali. Sono anche previsti, salvo tagli successivi, 700 milioni per il 2015, 900 per il 2016 e 1,2 miliardi per il 2017, 1,4 miliardi per il 2018 e 1,5 miliardi dal 2019.

Speriamo bene. E’ il caso di vigilare al fine di poter concretizzare questo orientamento.
Questo potrebbe portare ad una riduzione dei divario oggi esistente tra Nord e Sud per i servizi all’infanzia, ma anche ad un miglioramento della qualità del servizio e ad un aumento diretto e indiretto dell’occupazione, soprattutto femminile. Non dimentichiamo che siamo uno dei paesi con il più basso tasso di occupazione femminile d’Europa (41%). Dietro di noi solo la Grecia e Malta. La Calabria è tra le regioni italiane quella con il più basso tasso di occupazione (2 donne su dieci lavorano).
 
Bio dell’autore / Franco Gaudio è primo ricercatore dell’Istituto Nazionale di Economia Agraria e lavora presso la sede regionale per la Calabria. I suoi interessi di ricerca riguardano tra gli altri i temi dell’agricoltura delle aree interne, dello sviluppo rurale con particolare riferimento al programma Leader, la spesa pubblica in agricoltura, il lavoro agricolo degli immigrati. Ha pubblicato su questi argomenti diversi articoli e rapporti di ricerca.

Bisogno di Stato


Gustave Caillebotte

Bisogni / Bisogno di Stato di Antonio Levato

Non so a voi, ma a me capita, talvolta, d’imbattermi in domande e ipotesi in forma d’interrogativi piuttosto azzardati e assai controversi. Tanto per dire: c’è un nesso tra ciclo economico e ciclo politico? Verrebbe da rispondere, quasi in automatico, affermativamente, ma vale essere prudenti.

È un campo nel quale si confrontano scuole di diverso orientamento e ispirazione e quindi meglio non avventurarvisi e lasciarlo agli studiosi. Nel nostro piccolo, però, non è azzardato affermare che di sicuro c’è una forte interdipendenza tra occupazione, disoccupazione e ciclo politico. Continua a leggere

Nel passato, quando in questo nostro paese, oggi afono, si dispiegava un salutare conflitto sociale democratico, molti credevano in una sorta di “piano del capitale”. Non ci ho mai creduto; così come oggi non credo in una plausibile azione coordinata e pianificata d’un qualche Club Bilderberg.

Però come sfuggire all’impressione (per la verità più d’una impressione) che nel disordine e nel casuale dello stato delle cose una logica del “capitale” ci sia davvero e che questa richieda una forte disoccupazione ad ogni svolta autoritaria della politica?

Volendo arrischiarci in un’ipotesi più ardita si potrebbe spingere più in avanti la correlazione, nel senso di sostenere che quanto più forte è la svolta autoritaria da realizzare, tanto maggiore è la disoccupazione necessaria. È sotto gli occhi di tutti l’incontestabile correlazione empirica e sarebbe offensivo per l’intelligenza di qualunque osservatore medio affermare la separazione tra questione istituzionale e questione occupazionale: la soluzione autoritaria della prima sembrerebbe avere bisogno della crescita della disoccupazione e dei disoccupati. Come esempio estremo si potrebbe pensare alla situazione della Germania che originò Hitler.

Uno storico potrebbe diffondersi a lungo sui numerosi casi d’inveramento di quella correlazione e sulle modificazioni istituzionali in senso restrittivo che ne sono conseguite.

Ora è chiaro che non si vuole qui sostenere d’essere alla vigilia d’un regime; è fortunatamente, e per varie ragioni, impossibile. Ma è altrettanto chiaro che una buona dose di disoccupazione, e un suo accorto uso mediatico, serve a “forzare” la democrazia spostandone l’accento dalla “rappresentanza” alla “governabilità” con tutto quanto ne consegue anche in termini di compressione del ruolo del Parlamento. Chi ancora si ritiene di sinistra dovrebbe saperlo. Per questo la questione dell’occupazione, per la sua entità, non è affrontabile con la retorica sulla crescita. Ancor meno con le norme sul mercato del lavoro varate di recente, meglio definibili come norme per un precariato crescente a tutele inesistenti.

Quello che serve, semmai, è una radicalmente diversa politica economica e, quindi, un governo dell’economia e, quindi ancora, un sano e consistente ruolo dello Stato. Sarà veterostatalismo, ma come negare che l’inefficienza e l’uso distorto delle risorse, in particolare della risorsa lavoro, genera una distribuzione del reddito dalla quale alcuni restano ai margini se non esclusi totalmente. Come non vedere che tale esclusione significa negare il principale diritto delle persone alla pari dignità e perciò una grave e pericolosa lesione della democrazia. È da questa ragione che scaturisce l’urgenza e la necessità di un’altra politica economica. Non sarà il libero mercato, dovremmo ormai saperlo, a porre rimedio ai mali da esso stesso procurati; se per un verso da solo non è in grado di produrre i necessari beni pubblici, dall’altro non è neppure in grado, in larga parte, di ottimizzare le sue stesse dinamiche nei settori di attività lasciati alla libera concorrenza. Ebbene cos’è in questa complicata situazione la politica economica, se non lo Stato con una adeguata politica fiscale, industriale, dell’ambiente, del territorio, della formazione, della ricerca? Quello stesso Stato ritenuto dai cosiddetti europeisti roba da museo, in via di superamento a favore dell’Unione europea, ma ritenuto dalle forze maggioritarie europee, ancora vivo e vegeto, quasi sacro, perché sacro è il debito pubblico da far pagare a lavoratori, pensionati e giovani in termini di minore occupazione, più bassi salari, pensioni, assistenza sanitaria, scuole.

Sarebbe ora che su questi temi quel che è sopravvissuto della sinistra riprovasse a ragionare con pazienza e rigore, lontano dalle suggestioni e dalle malìe del potere.

Bio dell’autore / Antonio Levato: operaio metalmeccanico, militante e dirigente Fiom, oggi in pensione. Ha ricoperto incarichi di lavoro nella Cgil nel settore della formazione sindacale e della formazione professionale. Attualmente si occupa di associazionismo e volontariato, ma non perde di vista la sua Cgil.