Il Consiglio del presidente di Roberto De Luca

Cy Twombly

Classi dirigenti / Il Consiglio del presidente di Roberto De Luca

Sembra che non abbia allarmato più di tanto i difensori della democrazia liberale la decisione del primo Consiglio regionale calabrese della legislatura appena avviata di mettere mano allo statuto nella parte in cui si occupa della formazione della giunta e del ruolo dei consiglieri di maggioranza. Una modifica di statuto, con implicazioni abbastanza significative sull’organizzazione istituzionale e sulla ripartizione dei poteri, che è passata nel silenzio generale, se non per qualche grida di retorico dolore di un paio di consiglieri di opposizione. Continua a leggere

Con questa riforma, Oliverio rinnova, con piglio decisionista, il classico ritornello di ogni insediamento dei nuovi governi: “i predecessori ci hanno lasciato una situazione disastrosa e bisogna mettervi subito rimedio”. Considerata la perfetta alternanza fra centrosinistra e centrodestra in Calabria negli anni della seconda repubblica, dichiarazioni sullo sfascio passato e sull’intenzione di adottare immediatamente provvedimenti in controtendenza con il precedente governo, si possono ritrovare nei medesimi termini all’atto dell’insediamento dei precedenti “governatori” Chiaravalloti, Loiero, Scopelliti.

Quello che c’è di nuovo nella dichiarazione e nell’atto conseguente di Oliverio è di avere immediatamente rigettato le decisioni della precedente maggioranza su un aspetto del funzionamento istituzionale e delle regole del gioco.

Per quale fine Oliverio, e la sua maggioranza, ha osato tanto? Evidentemente lo scopo del presidente era, e rimane, quello di avere campo libero nella scelta degli assessori e, quindi, formare una squadra di persone a lui gradite, possibilmente schivando la pressione di partiti e gruppi di pressione. Con l’istituzionalizzazione del consigliere delegato, invece, il presidente concede un contentino, a costo zero per le finanze regionali, ai tanti aspiranti assessori consiglieri regionali eletti che non riescono ad entrare in giunta.

Quella che ci sembra la lettura più razionale di un atto deliberativo di così ampia portata sia dal punto di vista politico che da quello simbolico, in considerazione che le modifiche allo statuto regionale sono state apportate nella prima seduta del nuovo Consiglio, viene, però, messa in discussione dagli atti successivi messi in opera da Oliverio. Il ritardo con cui ha nominato solo metà dei componenti della giunta e il rifiuto, sebbene tardivo, di Maria Carmela Lanzetta di fare l’assessore per non aver condiviso la scelta dell’altro assessore esterno, Nino De Gaetano, già consigliere e assessore regionale e “sfiorato” da un’inchiesta sul voto di scambio mafioso nella precedente elezione, vanno in direzione opposta al decisionismo e all’operatività della funzione di governo regionale.

Queste due nomine di assessori “esterni” – esattamente quante ne consentiva il precedente statuto – sono, infatti, di carattere partitico, essendo De Gaetano e Lanzetta entrambi iscritti al PD. Mentre la nomina della Lanzetta poteva rappresentare un parziale risarcimento per la sua uscita dal governo Renzi, oltre che un primo aggiustamento alla rappresentanza di genere nell’organismo di governo, la nomina di De Gaetano è difficilmente interpretabile se non come un clamoroso scivolone del presidente, che non poteva non sapere, o quale pagamento del debito politico contratto all’epoca delle primarie, o ancora, quale cessione ai gruppi del partito e la conseguente minaccia alla sbandierata autonomia del “governatore”.

Al di là dell’aspetto pratico connesso alle modifiche di statuto (che evitano l’eventuale bocciatura della Corte Costituzionale sulla figura del consigliere supplente, introdotta dal precedente Consiglio) il primo atto del nuovo Consiglio regionale segna sia l’allargamento dei già amplissimi poteri del presidente della giunta, sia l’ingerenza dello stesso presidente negli affari di stretta competenza del Consiglio e, conseguentemente, una minore autonomia dell’assemblea elettiva che, oltre alla potestà legislativa, è titolare delle funzioni di indirizzo e di controllo sulla giunta regionale. L’ampliamento del grado di autonomia del presidente di formare la giunta e nominare i consiglieri delegati, riduce infatti lo spazio d’azione collettiva, tradizionalmente occupato dai partiti politici. È anche vero che se guardiamo il risultato delle elezioni e gli eletti, dobbiamo constatare che l’attore partitico, a parte formalmente il PD, si è sostanzialmente eclissato per dare luogo a delle associazioni temporanee di candidati che, una volta raggiunto lo scopo dell’elezione, possono diventare battitori liberi e portatori d’interessi al solo fine della rielezione.

Questa prima decisione del Consiglio consegna così all’opinione pubblica l’immagine di un’assemblea scelta dai cittadini assoggettata al potere del “governatore”. Che non è certo una bella immagine per il funzionamento sia della democrazia che per il Consiglio, il quale istituzionalmente è chiamato ad operare in assoluta autonomia.

A ben vedere, il provvedimento assunto nella prima seduta del Consiglio sembra ricalcare l’inefficiente modello precedente (una comparazione quantitativa del grado di operosità tra l’Emilia Romagna, che ha rinnovato il Consiglio nella stessa data di quello calabrese, ci dà 9 sedute consiliari in Emilia contro le 4 della Calabria) e i primi atti politici di governo non ci fanno essere molto ottimisti circa il futuro della nostra regione.

Bio dell’autore / Roberto De Luca: è ricercatore di Sociologia dei fenomeni politici presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università della Calabria, dove insegna Politica, legittimità e consenso e Movimenti sociali e partecipazione politica. Il suo principale campo di ricerca è la sociologia elettorale, ambito nel quale ha pubblicato diversi studi sul comportamento di voto e sugli effetti dei sistemi elettorali.

Democrazia o algoritmo?


Edvard Munch

Classi dirigenti / Democrazia o algoritmo? di Domenico Cersosimo

Tempi duri per la democrazia costituzionale. Prendiamo il caso greco. Alexis Tzipras vince le elezioni con un programma di radicale rottura con le prescrizioni imposte dalla troika europea. Arrivato a governare è costretto a praticare, con pallidi scostamenti, il programma del suo predecessore Antonis Samaras, appiattito sul paradigma dell’austerità e delle cosiddette riforme “liberali”. Dunque, sembra che votare sia inutile, che le preferenze elettorali dei cittadini siano ininfluenti, che si sia rotta la connessione democrazia-decisione. Come se le politiche fossero diventate un “a priori”, invarianti autonome dalla politica. Come se il buon governo di un paese dipendesse da un algoritmo predefinito, da un insieme rigido e sequenziale di obiettivi Continua a leggere

e di modalità per perseguirli. Un algoritmo costruito intenzionalmente e unilateralmente in luoghi decisionali e da soggetti apparentemente “asettici” ma sideralmente distanti dai bisogni dei popoli e dai desiderata delle classi dirigenti nazionali.

Sicché viene da chiedersi: ha ancora senso votare? Meglio: ha un qualche impatto il voto dei cittadini che vivono in un paese europeo con un elevato debito pubblico? A cosa servono le elezioni se le scelte strategiche di politica economica sono un dato esogeno immodificabile? Dov’è finita la sovranità nazionale?

Il caso greco è solo l’esempio più recente della scissione crescente tra dinamica democratica e possibilità di scelta autonoma dei paesi ai tempi del patto di stabilità e dell’euro. Da anni ormai le regole europee sono dominanti rispetto a quelle nazionali. Bruxelles conta più di Atene, Roma, Madrid, Parigi. E sempre più spesso Berlino è più importante di Bruxelles, per non citare troike e organismi non europei che sovrastano i poteri di Bruxelles e di Berlino.

Ci sarebbe poco da obiettare se le regole fossero la scelta di un’Europa con una propria Costituzione, un corposo bilancio comune, una propria politica fiscale, oltre che monetaria, un sistema di welfare unitario. In questo caso, l’Unione avrebbe tutto il diritto di stabilire regole cogenti per tutti gli stati federali. Ma, come è noto, non è questa la situazione. L’attuale UE non è dotata di una Costituzione; nonostante l’euro, diversi paesi continuano a praticare un bieco e interessato nazionalismo, il cui unico risultato visibile è che non tutti i paesi hanno lo stesso grado di sovranità. Il Bundestag, la camera bassa del Parlamento tedesco, ad esempio, può approvare o respingere decisioni prese a livello europeo oppure prendere esso stesso decisioni di rango europeo; diversamente, molti altri paesi, in primo luogo quelli debitori, sono costretti ad adottare in modo inderogabile provvedimenti decisi da organismi o da patti siglati a livello europeo.

Ciò che succede oggi alla Grecia in realtà è un processo di sistematica “de-costituzionalizzazione” (o de-parlamentarizzazione) delle democrazie che connota da tempo l’evoluzione politico-istituzionale europea. Un processo che trasferisce potere decisionale dagli organi democratici elettivi agli esecutivi, alle grandi banche internazionali, agli esperti finanziari, corredato e legittimato da un crescente “limbo giuridico” costituito da norme e accordi inter-statali non incardinati né nel diritto europeo né in quelli nazionali. Efficienza e governabilità sembrano essere così assurti a nuovi totem della contemporaneità a scapito della rappresentatività e dei corpi intermedi, sociali e istituzionali, e alimentano un’oligarchia sovranazionale che svuota la democrazia costituzionale e assolutizza il tot numerico-contabile.

È in questo quadro di mutamento della democrazia che va vista la quotidiana sottrazione di scelte strategiche ai parlamenti e agli esecutivi nazionali e la loro allocazione in sedi decisionali sovranazionali non elettive e senza rappresentatività democratica, come la Bce o il Fmi. La Grecia è l’ultimo caso ma molti altri potrebbero seguire.

Per quanto tempo può durare questa ineguaglianza di sovranità tra stati che hanno le mani libere e altri che le hanno legate? Quanto a lungo possono coesistere unità monetaria e disintegrazione politica e sociale? Quanto può durare il paradosso di una moneta senza Stato? Di stabilità senza rappresentatività? Non corriamo il rischio che crescano rivolte sociali e consenso ai partiti anti-euro? Non rischiamo così il fallimento dell’Europa?

Bio dell’autore / Domenico Cersosimo: insegna Economia regionale presso l’Università della Calabria, Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali. Svolge attività di ricerca nei campi dello sviluppo economico, dei sistemi produttivi locali e delle politiche pubbliche per il Mezzogiorno. Ha pubblicato diversi articoli e libri, l’ultimo dei quali è Tracce di futuro. Un’indagine esplorativa sui giovani Coldiretti (Donzelli 2012). E’ tra i fondatori di “SlegalaCalabria”.

Dove va la democrazia italiana?

Honoré Daumier

Classi dirigenti / Dove va la democrazia italiana? di Antonio Costabile

La recente elezione del Presidente della Repubblica è stata accompagnata, nell’opinione pubblica e nel mondo politico, da un coro di gradimento e di soddisfazione, in larga misura autentico e sincero, per la levatura morale dell’uomo (testimoniata dalla sua tragica biografia familiare e dalle sue scelte), per la sua competenza di giurista (senz’altro preziosissima in questa delicata fase di riforme), per lo stimolo che da lui può venire al riscatto della politica dalla corruzione, al riscatto del Mezzogiorno, al miglioramento dei rapporti, oggi degradati, tra istituzioni e cittadini. Continua a leggere

Mi permetto di aggiungere che tale soddisfazione è pure legata, a mio avviso, al sospiro di sollievo che la sua elezione fa tirare a tanti per il tramonto dell’epoca berlusconiana e del suo personale politico: basta immaginare cosa avrebbe potuto significare per l’Italia, in questi anni o in questi giorni, una presidenza Schifani, Pera, Letta, Tremonti ecc.

Detto questo, l’osservatore può cogliere però una serie di stonature, di domande eluse, di interrogativi irrisolti, di manicheismi dei quali, a mio avviso, conviene dar conto. Un paese come il nostro, in cui i clericali e gli anticlericali condividono lo stesso settarismo (un atteggiamento culturale e politico che oscilla tra il “tutto va male” e l’”ecco l’uomo della provvidenza”, senza riflessione e capacità critica e autocritica) e quindi lo stesso deficit di laicità, ha mostrato ancora una volta di non saper elaborare una valutazione approfondita e pacata sulle persone chiamate ai pubblici uffici e sul contesto che le circonda, oscillando come al solito tra i demoni e i santi e ottundendo così la capacità di ragionare insieme su quelli che un maestro politico di Sergio Mattarella, ossia Benigno Zaccagnini, in un suo bel libro definiva come “i limiti e le ambiguità” della politica e di chi la fa. Per cui va bene il coro di soddisfazione e di stima e l’augurio di buon lavoro al nuovo Presidente, va però meno bene il clima di beatificazione che circonda questa elezione, di cui il Presidente Mattarella non ha responsabilità alcuna e che, finita la luna di miele, potrebbe anzi danneggiarlo.

Diverse grandi questioni irrisolte incrociano, difatti, la sua elezione e la sua figura, ne cito soltanto due. La prima è di lunga durata e riguarda la cultura politica nazionale, e si può per brevità riassumere nel modo che segue: perché il nostro paese non sa elaborare la sua storia politica e la storia dei suoi partiti e pratica la rimozione e poi la riscoperta esaltante, cosicché dopo quasi 25 anni si sentono oggi personaggi diversi e collocati solitamente su fronti opposti dello schieramento politico, come Giovanardi, il giovane Andreatta, i De Mita, nonno e nipote, Fioroni, Franceschini, Casini, inneggiare contemporaneamente alla riabilitazione, tramite Mattarella, di una storia partitica trascurata o vituperata, quella della DC?

Singolare lamentela, a chi toccava elaborare l’eredità della DC dopo la sua caduta conseguente a Tangentopoli, a questi signori oppure alle suore, al volontariato, agli avversari politici? Come mai questi uomini politici che ora festeggiano, criticando severamente e orgogliosamente chi li ha offesi durante l’ultimo ventennio dopo decenni di predominio democristiano (specie nel Mezzogiorno), però mentre quell’esperienza si consumava e veniva dileggiata, anziché difenderne le buone ragioni (che senz’altro esistevano, al pari dei torti e degli errori), sono corsi tutti sul carro del nuovo potere, chi al seguito di Berlusconi e chi al seguito del centrosinistra, e nessuno di costoro ha provato a promuovere la “traversata politica e morale del deserto” per verificare nel cammino il valore attuale di quella esperienza politica (fatti salvi i pochi, come il solito Martinazzoli, che ci hanno provato nell’isolamento generale)?

Perché in Italia è così facile e premiante tradire, a cominciare dal mondo politico, religioso e intellettuale, in nome dello stato di necessità e dei segni dei tempi nuovi? Che idea cattolica di politica è mai questa, che giustifica la permanenza al potere sempre e comunque come valore supremo e come filo conduttore delle biografie politiche? Altrettanto può dirsi per molti ex-comunisti: quasi tutti pronti dopo il 1989 a definirsi kennediani ante litteram, sostenitori incompresi di Martin Luther King e di Don Milani, si sono mostrati ignari, distratti, forse estranei alla storia importante e tragica del partito di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer, che proprio per questa ragione non sono stati in grado di rielaborare, né in versione socialdemocratica né in versione antagonista.

Cosicché, in questo contesto di pigrizia culturale e di viltà morale, noi italiani ci riduciamo quasi sempre a tifare per un fronte contro un altro, senza saper elaborare collettivamente critiche e meriti del nostro passato, sempre divisi tra l’uso strumentale della tradizione per fini particolaristici di potere e l’analogo uso strumentale del nuovo, sempre per fini privati di potere. Anche la Costituzione, d’altra parte, per la classe dirigente italiana è stata ed è, a giorni alterni, la più bella e quindi da sacralizzare, oppure un vecchio e ingiallito testo che si può manipolare a colpi di maggioranza, rincorrendo il federalismo leghista per motivi elettorali, come nel 2001 (capo del governo era Amato e Mattarella sedeva tra i ministri) o altrettanto frettolosamente rimodificare nel 2015, questa volta in direzione opposta e neocentralistica. E potremmo continuare a lungo, con tanti altri esempi che testimoniano questa inadeguatezza politico-culturale di lunga durata, che riguarda la recente elezione presidenziale quanto e forse più di quelle precedenti.

La seconda questione è anch’essa di grande spessore, ma è più direttamente legata all’attualità politica immediata: in Italia, come in gran parte dell’Occidente, a causa di complesse motivazioni riconducibili innanzitutto alla globalizzazione dell’economia e alla crisi di legittimazione della politica e dei partiti, si osserva da tempo una tendenza alla concentrazione del potere nei suoi vertici. Questa spinta viene chiamata dagli studiosi “presidenzializzazione” della politica, si tratta di una fase avanzata della personalizzazione politica collegata anche al primato dei mezzi di comunicazione di massa nella formazione del consenso. Orbene, la storia politica italiana degli ultimi 2 decenni ha visto succedersi diversi tentativi di concentrazione del potere politico, prima nella confusa e velleitaria versione berlusconiana, per ultimo nella versione del “presidenzialismo preterintenzionale” di cui, secondo Ilvo Diamanti, è stato protagonista, per motivi di necessità, Giorgio Napolitano.

L’exPresidente, come noto, ha interpretato il suo ruolo più che come arbitro del gioco politico (l’arbitro è colui che si limita a punire le infrazioni), come garante dinamico della Costituzione in situazione di pericolo. Per questo ha favorito la formazione di tre governi per vari motivi atipici, come quello Monti, quello Letta e quello Renzi. Solo che Renzi ha messo in moto un processo di concentrazione del potere politico che va in direzione antitetica al presidenzialismo (o semipresidenzialismo alla francese che dir si voglia), infatti con la riforma del Senato e del Parlamento, con la riforma della legge elettorale in direzione del bipartitismo, con l’obiettivo del Partito della nazione (collocato a sinistra nel Parlamento europeo ma in Italia, di fatto e a tutti gli effetti, sempre più spregiudicatamente neocentrista), sta costruendo un modello di premierato forte. In tale sistema il potere più alto è, indiscutibilmente, nelle mani del Capo del governo, mentre il Presidente della Repubblica (eletto da una sola Camera e quindi da un corpo elettorale molto più ristretto dell’attuale e molto più condizionato dal Premier-segretario del partito vincente) retrocede davvero ad arbitro. Il neo Presidente, al di là del discorso di presentazione, come interpreterà il suo mandato? A noi, nella testa di chi comanda, tocca soltanto stare a guardare e, magari, votare a giochi fatti in un referendum confermativo, dato che i partiti non esistono più come luoghi di discussione e di formazione di linee politiche (infatti in nessun partito, compresi quelli si sinistra, si è davvero discusso in questi anni di federalismo e di riforme costituzionali, e in nessun Congresso si sono scelte le politiche riformatrici poi adottate), perché le decisioni che contano spettano solo ai leader maximi e alle loro ristrette oligarchie. Dove va la democrazia italiana? Quindi, viva Mattarella, ma attenti a non perdere di vista l’essenziale.

Antonio Costabile  insegna Sociologia dei fenomeni politici presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università della Calabria. I suoi interessi di ricerca sono legati prevalentemente allo studio dei fenomeni della regolazione sociale, del sistema politico meridionale, delle relazioni tra politica e mercato e politica e istituzioni. Recentemente si è occupato di legalità e legittimazione, temi su cui ha curato, con Pietro Fantozzi, il volume Legalità in crisi. Il rispetto delle regole in politica e in economia (Carocci 2012).

Bio dell’autore / Antonio Costabile insegna Sociologia dei fenomeni politici presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università della Calabria. I suoi interessi di ricerca sono legati prevalentemente allo studio dei fenomeni della regolazione sociale, del sistema politico meridionale, delle relazioni tra politica e mercato e politica e istituzioni. Recentemente si è occupato di legalità e legittimazione, temi su cui ha curato, con Pietro Fantozzi, il volume Legalità in crisi. Il rispetto delle regole in politica e in economia (Carocci 2012).

Il punto di partenza: destrutturare élite estrattive


Jean-Michel Basquiat

Classi dirigenti / Il punto di partenza: destrutturare élite estrattive di Domenico Cersosimo

Il declino economico e sociale della Calabria non è legato alla grande recessione degli ultimi anni, bensì è l’esito di una deriva di lunga durata. La crisi ha accentuato le difficoltà, ha accresciuto le vulnerabilità sociali e territoriali, ha determinato nuovi disagi e nuove povertà, ha accentuato deficit strutturali. Non si tratta dunque d’aspettare la ripresa per frenare lo scivolamento lungo il piano inclinato della regressione. Certo, il ritorno alla crescita dell’Italia indurrebbe qualche effetto benefico anche sull’asfittica economia regionale, comunque da non sottovalutare data la drammatica gravità della situazione calabrese. Continua a leggere

L’arresto del declino calabrese ha bisogno molto di più e di più profondo dei riverberi potenziali della ripresa economica nazionale, se e quando si determinerà. Le congiunture favorevoli attivano le economie pronte a cogliere i segnali espansivi non le aree, come la nostra regione, dominate da equilibri e trappole di sottosviluppo. Nel corso dei decenni si sono infatti consolidate in Calabria convenienze alquanto diffuse alla conservazione dello stato esistente e al mantenimento delle rendite da cui classi dirigenti estrattive traggono benefici, individuali e di gruppo. Non mancano, evidentemente, tensioni tra le élite che tuttavia si consumano unicamente nell’ambito infruttuoso di una defaticante “guerra di posizione” dove ciò che conta è consolidare le rendite di potere dominanti.

Queste convenienze e queste élite sono gli ostacoli più ostici del cambiamento e dell’emersione di nuove classi dirigenti. Senza gruppi sociali e leaderships che percepiscono il cambiamento come un’occasione per migliorare la propria posizione relativa non ci sarà cambiamento. Non c’è scampo. Senza domanda sociale di sviluppo, ossia di soggetti sociali e istituzionali che individuano nella trasformazione degli assetti economici tradizionali la leva per la loro affermazione, non ci sarà sviluppo. Ci potranno essere piccoli focolai e singoli punti di crescita, a volte anche punte avanzate, ma non sviluppo regionale.

Credo che questo sia un inevitabile punto di partenza. Considerare l’arretratezza relativa della Calabria non come una tara storica, un accidente geografico, un portato culturale o il frutto perverso di politiche di un qualche centro, bensì come una vera e propria costruzione intenzionale dei gruppi dirigenti locali e nazionali. Contano ovviamente la storia, la geografia e le politiche centrali ma più di tutto conta il rapporto subalterno che le classi dirigenti regionali, politiche e non, hanno nel corso del tempo intessuto con le opportunità offerte dal dipanarsi delle vicende storiche, geografiche e dalle politiche pubbliche nazionali ed europee. C’è ovviamente interazione e complementarietà, ma non linearità e automatismo. E’ la torsione delle opportunità in una direzione piuttosto che in un’altra a determinare trasformazione oppure conservazione degli assetti sociali, civili, economici. Le leadership calabresi, per paganti ragioni di convenienza, hanno coltivato, e continuano a coltivare, la strada della conservazione e dell’adattamento passivo, epidermico, alle sollecitazioni innovative, esogene ed endogene. Sono allo stesso tempo maestre nella retorica del cambiamento e maestre nella pratica della riproduzione dell’immobilismo. Lavorano per lo status quo perché temono che il cambiamento possa danneggiarle, paventano di peggiorare posizioni e privilegi a causa del rimescolamento della morfologia sociale e del potere. Più preoccupante e paradossale è che ceti e gruppi sociali che potrebbero potenzialmente guadagnare molto dal cambiamento sono in attesa che sia qualcun altro a pressare per la trasformazione, anch’essi spaventati di perdere le piccole rendite attuali e di peggiorare la loro situazione.

Jean-Michel Basquiat

Ovviamente non mancano gli innovatori anche in Calabria. Nel mondo delle imprese, della scuola, delle professioni, delle università, del volontariato e finanche della politica esistono e a volte si sono radicate esperienze innovative. Spesso di buona caratura qualitativa e che contribuiscono non poco a fare andare avanti le cose e ad alimentare la speranza del cambiamento. Non è questo il punto. Il problema è che è troppo flebile la loro influenza sull’insieme: in quanto esperienze disperse ed isolate non sono in grado di modellare il resto delle organizzazioni o dei territori nelle quali sono innervate. Alberi senza foreste. E’ così nelle università, che pure dovrebbero essere le istituzioni-diamante dell’innovazione; nel sindacato, nonostante la sua impronta costitutiva di motore del cambiamento sociale; nel sistema delle imprese, seppure gli imprenditori siano considerati motori primi della “distruzione creatrice”. E così via digradando nel campo delle professioni, della politica, fino ai singoli cittadini che, impossibilitati a far sentire la propria voce attraverso i luoghi di cittadinanza collettiva e i corpi intermedi, si rifugiano per lo più nell’exit del disinteresse e della rassegnazione solitaria. Oppure brigano per catturare benefici individuali e familiari negli aloni clientelari e particolaristici che avvolgono strutture amministrative, sigle partitiche e soprattutto politici-amministratori.

Questo equilibrio di sottosviluppo ha finora garantito la tenuta della società regionale. Una tenuta al ribasso, centrata su aspettative individuali decrescenti, aumento dei ceti vulnerabili e della povertà, inasprimento della competizione per accedere a risorse declinanti, aumento delle disuguaglianze economiche e generazionali, dilatazione del sommerso. I calabresi più attrezzati e motivati, e potenzialmente più conflittuali, come nel passato, fuggono, abbandonando una terra particolarmente avara di opportunità per crescere ed affermarsi con le sole forze del talento e della competenza. Assottigliando così ancor più il potenziale endogeno di cambiamento e di innovazione.

Chi resta, perché non può/vuol partire o perché ha convenienza a restare o semplicemente per inerzia o “destino”, alimenta una società sempre più informe, indistinta, rassegnata, disordinata. La scomparsa di strutture aggreganti, dal partito alla parrocchia, produce solitudine, atomizzazione e secessionismo latente da ogni forma di impegno e di vita collettiva, abbassamento delle aspettative. Oppure vampate ribellistiche e bolle indignative stagionali, incapaci a coagularsi in movimenti strutturati che pretendono e praticano il cambiamento e l’innovazione del sistema amministrativo parassitario, delle scuole non funzionanti, degli ospedali inefficienti, delle imprese assistite.

La politica sembra viepiù imbrigliata nel suo stesso recinto, nella sua simbologia e nei suoi tic argomentativi autoreferenziali, sconnessi dalla realtà quotidiana. I politici-amministratori enfatizzano le difficoltà montanti, amplificano gli impatti distruttivi della crisi, cavalcano il crescente disagio sociale per legittimarsi a governarli: paradossalmente si legittimano legittimando il disastro che in buona parte hanno contribuito a determinare. Sono, ad esempio, allarmati dal rischio di perdere risorse finanziarie europee che tuttavia dipende esclusivamente da loro decisioni e scelte sbagliate; si scandalizzano per la ridondanza e l’inefficienza delle società a partecipazione regionale che loro stessi hanno creato e gonfiato con assunzioni di personale in maniera clientelare; denunciano disfunzioni e improduttività di burocrati che loro stessi hanno nominato in modo discrezionale. Enfatizzano la crisi per evitare il conflitto e legittimare se stessi. Si agitano, si scompongono e ricompongono nello stesso brodo senza efficacia per la collettività.

Per frenare il declino e in prospettiva risalire la china la via obbligata sembra essere allora quella di destrutturare le classi dirigenti estrattive, impedendo la formazione delle convenienze all’immobilismo. E’ velleitario aspettarsi molto dalle attuali classi dirigenti calabresi. Sarebbe, come dicono in America, chiedere ai tacchini di festeggiare il giorno del ringraziamento. La solidità dell’equilibrio di sottosviluppo non induce ottimismo.

Molto potrebbero fare lo Stato e l’Unione europea. Aumentando la condizionalità dei trasferimenti di risorse finanziarie, obbligando a dar conto ai cittadini sull’utilizzo di ogni euro di spesa pubblica e alla valutazione sistematica dei suoi impatti sociali ed economici, avviando sperimentazioni di progetti e programmi nazionali o comunitari nei settori della giustizia civile, dell’infanzia, della ricerca applicata. Più di tutto servirebbe un racconto credibile, impegnativo, efficace, importante sulla trasformazione del Mezzogiorno e della Calabria come condizione di trasformazione dell’intero Paese. Una narrativa che potrebbe saldare gli interessi di classi dirigenti nazionali interessati al cambiamento dell’Italia con gli interessi di pezzi di classi dirigenti regionali propensi e interessati al cambiamento. Un racconto di cambiamento che presupponga e solleciti protagonismo sociale diffuso (nelle scuole, nelle università, nel mondo del terzo settore e del volontariato e dell’imprenditoria, nei corpi intermedi), e che faciliti e incoraggi la pressione pubblica dei cittadini singoli e organizzati sulle istituzioni regionali e locali. D’altro canto, l’esperienza storica insegna che sovente istituzioni centrali inclusive, ossia volte ad assicurare benefici a gran parte della popolazione, sono decisive per il cambiamento e lo sviluppo locale. Non è facile, anzi è maledettamente difficile, ma non impossibile.

Il cambiamento non è manna dal cielo, anche se il cielo è uno Stato o un’Europa interessati al cambiamento del Mezzogiorno e della Calabria. Il cambiamento presuppone voce e conflitto nei luoghi di lavoro e di vita. Voce e conflitto per rivendicare e generare servizi di cittadinanza che mancano o sono di scarsa qualità, scuole migliori, trasporti locali più efficienti, trasparenza amministrativa, spazi per praticare innovazione sociale. Servono gli scioperi generali ma ancor più servono conflitti e rivendicazioni diffuse, circostanziate, documentate. Opportunamente incoraggiate, facilitate dal basso e dall’alto da chi è convinto che bisogna cambiare, che il cambiamento è necessario e conveniente. D’altro canto, la pressione sociale e l’osservazione critica e sistematica dei cittadini sull’operato dei governi locali è sovente il detonatore per innescare mobilitazione collettiva via via più ampia e cambiamenti istituzionali. Certo, neppure ciò è facile, anzi è dannatamente difficile, ma non impossibile.

Di grande importanza sarebbe infine anche la costruzione nel tempo di legami e alleanze contingenti e strategiche tra i punti di vitalità e di innovazione che pure sono allignati in Calabria: un esile e composito aggregato di imprenditori, esperti, ricercatori, creativi connotati da elevate potenzialità di crescita che però sono slegati, non fanno rete e dunque di modesta influenza sul contesto. Sono soggetti che più di tutti pagano i costi dell’immobilismo, delle intermediazioni improprie, della riproduzione di ceti dirigenti estrattivi. La consapevolezza di tali costi e della necessità di fare rete per aumentare il peso contrattuale sarebbe un significativo passo in avanti per arrivare a strutturare alleanze effettive tra gli innovativi. La costruzione condivisa di un soggetto di rappresentanza degli interessi degli innovatori regionali potrebbe aiutare al progressivo addensamento delle interconnessioni e della rete tra questi attori. D’altro canto, l’emergere di domanda collettiva di innovazione potrebbe influenzare significativamente le scelte dei decisori pubblici regionali in direzione di politiche a sostegno del cambiamento e dunque innescare un piccolo circuito virtuoso dell’innovazione. Anche questo non è facile, anzi è straordinariamente difficile, ma non impossibile.

Bio dell’autore / Domenico Cersosimo: insegna Economia regionale presso l’Università della Calabria, Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali. Svolge attività di ricerca nei campi dello sviluppo economico, dei sistemi produttivi locali e delle politiche pubbliche per il Mezzogiorno. Ha pubblicato diversi articoli e libri, l’ultimo dei quali è Tracce di futuro. Un’indagine esplorativa sui giovani Coldiretti (Donzelli 2012). E’ tra i fondatori di “SlegalaCalabria”.

L’abbandono della politica


Ralph Fasanella

Classi dirigenti / L’abbandono della politica di Antonio Costabile

Le elezioni dello scorso 23 novembre per il rinnovo del Consiglio Regionale della Calabria e del nuovo Presidente meritano, a distanza di oltre un mese, alcune considerazioni che possono contribuire a chiarire non solo le dinamiche del voto ma anche alcuni elementi di fondo del sistema sociale e politico calabrese.

Innanzitutto, c’è da intendersi sulla questione del dilagante astensionismo e sul dato paradossale del più alto numero di votanti in Calabria anziché in Emilia-Romagna, come invece tradizionalmente accadeva. Continua a leggere

Al netto delle cause di aumento del non-voto riconducibili a fattori contingenti (voto in una sola giornata e in due sole regioni in un clima di delegittimazione generalizzata della politica, testimoniata dal fatto che i Consiglieri e i Presidenti eletti nelle due regioni sono chiamati a sostituire in anticipo i precedenti, costretti alle dimissioni direttamente dalla legge, come nel caso Scopelliti, o dalle inchieste e dagli scandali sui falsi rimborsi, come nel caso emiliano), restano diversi altri interrogativi, sia sulla natura del fenomeno politico chiamato astensionismo, sia sulle analogie e sulle differenze tra le due regioni, la Calabria e l’Emilia-Romagna.

Intanto, bisogna distinguere l’astensionismo per così dire endemico, quello storicamente consolidato, come nel caso della democrazia statunitense, dall’astensionismo critico, tipico delle democrazie europee nei periodi di più acuta sfiducia verso la politica. Negli USA una larga fetta della popolazione abitualmente non vota, a volte fino alla metà dell’elettorato, e alle elezioni presidenziali, per esempio, da oltre 40 anni l’affluenza alle urne superara raramente il 50%. Ma nessuno in quel paese parla, per questo motivo, di crisi della democrazia. Al contrario: alcuni autorevoli studiosi (come Samuel Huntington) leggono in tale comportamento un “segnale di fiducia nel sistema e di affidamento democratico”, per cui chi non vota confida nella saggezza di coloro che scelgono anche per lui. Al di là della condivisibilità o meno di questa tesi, resta il fatto che la bassa partecipazione elettorale è un dato strutturale della più antica democrazia del mondo, benché vada subito aggiunto che si tratta di una democrazia che non ha mai conosciuto i conflitti di classe ed ideologici tipici dell’Europa e che non porta il peso di una precedente dittatura. Invece nell’Europa, contrassegnata da una lunghissima storia di rivoluzioni politiche, mutamenti di regime, violenti conflitti ideologici e di classe, la partecipazione popolare al voto è stata solitamente maggiore degli USA e, con il tempo, si è affermata come un tratto costitutivo delle democrazie. Cosicché la diffusa disaffezione al voto di questi anni viene interpretata come una frattura tra società e politica, tra classi dirigenti e popolo, tra partiti ed elettori, assume cioè i connotati di una vera e propria crisi della democrazia stessa, come da tempo il politologo Ilvo Diamanti spiega nei suoi libri e nei suoi articoli sulla stampa.

Ralp

Ralph Fasanella / New York 1914 – 1997

Bisogna, inoltre, distinguere l’astensionismo per tipo di elezione, perché in ogni paese gli elettori partecipano di più nelle elezioni a loro avviso più significative per le loro sorti personali e collettive: in Italia, ad esempio, questo ha significato che i più alti indici di voto si sono (quasi) sempre avuti nelle elezioni politiche nazionali, con una riduzione dei votanti limitata nelle elezioni regionali e comunali e più marcata nelle elezioni europee.

Alla luce dei dati, in Italia è stata registrata da oltre vent’anni una graduale riduzione delle percentuali di partecipazione al voto, ma con momenti in controtendenza e con differenze regionali a volte marcate, rimanendo comunque quasi sempre al disopra della soglia del 66% (due votanti su tre). Viceversa, negli ultimi due-tre anni la riduzione è stata drastica e pervasiva, anche se nel Sud si avverte di più, perché qui si parte da livelli precedenti relativamente inferiori al resto del paese. In ogni caso, il dato clamoroso e inedito, in una democrazia come quella italiana contraddistinta a lungo (dalla fine degli anni Quaranta all’inizio degli anni Novanta) da una partecipazione elettorale elevatissima, con punte vicine al 90%, è costituito dalla realtà di un Parlamento nazionale eletto da 3 italiani su 4 e con un quarto dei voti della Camera assegnati a un movimento radicalmente antisistema (i 5 Stelle), per cui già nel febbraio 2013, nelle ultime elezioni politiche, a ben guardare due italiani su 4 si sono dichiarati come effettivi o potenziali astensionisti. Difatti, a leggere bene i dati, nelle politiche del 2013 il primo partito è stato quello degli astensionisti (25% dell’elettorato), seguito dai 5 Stelle e dal PD (ciascuno, all’incirca, con il 25% dei reali votanti). A ulteriore conferma di questi nuovi comportamenti elettorali, negli ultimi 24 mesi ben tre Presidenti di Regione, quelli della Sicilia, (Crocetta-PD), della Calabria (Oliverio-PD), dell’Emilia (Bonaccini-PD), sono stati eletti da una minoranza del corpo elettorale (il 48% in Sicilia, il 44% in Calabria, il 37% in Emilia), hanno così vinto in quanto espressione della maggioranza dei votanti ma solo di una minoranza degli aventi diritto al voto, per cui, in definitiva, sono rappresentativi, al massimo, delle preferenze di 1 elettore su 4 (e in verità anche di meno). Una curiosa sinistra di successo ma con pochi elettori.

E’ incontestabile che siamo di fronte ad una crisi radicale delle basi della democrazia rappresentativa e parlamentare italiana, almeno nelle sue forme che abbiamo conosciuto in questo secondo dopoguerra, nelle quali l’attaccamento al voto ha rappresentato una conquista della democrazia repubblicana e antifascista e dei suoi valori fondativi, mentre ora la disaffezione al voto mostra uno sfaldamento di questa radice e, non a caso, si abbina a una riscrittura dell’ordinamento costituzionale e istituzionale.

Ovviamente, le considerazioni sui motivi di lunga durata, sui processi storico-sociali, sui responsabili di questo sfaldamento ci porterebbero lontano, e non è questa la sede per farlo.

Possiamo, però, nei limiti di questa breve nota di commento, aggiungere una seconda riflessione: pur di fronte a tale tendenza critica omologante oggi presente nell’intera Italia, si può individuare la persistenza di alcune significative differenze regionali, in particolare tra Calabria ed Emilia-Romagna, che ci aiutano anche a comprendere meglio i motivi del dato paradossale cui accennavo sopra (più votanti in Calabria che in Emilia).

Infatti, all’interno della contemporanea e brusca accelerazione dell’astensionismo registratasi nelle recenti elezioni regionali, mi pare che si possa evidenziare, nel caso emiliano, una componente di critica più “interna” alla dinamica democratica (il non-voto come segnale di un dissenso di massa verso il partito di governo regionale da 70 anni, il PCI poi PDS, ora PD, diviso di fronte alla svolta renziana e travolto dalle beghe interne e dagli scandali; un dissenso congiunturale motivato, che il tempo dirà se sarà riassorbito oppure si solidificherà), a differenza del caso calabrese, in cui sembra prevalere una crescente (e per questo ancor più preoccupante) separazione di interi pezzi di società dalla politica in quanto tale (valori e istituzioni; rappresentanza e governo; movimenti e partiti). Quest’ultima è ormai ritenuta da un gran numero di cittadini “inutile” rispetto ai propri problemi quotidiani. In altri termini, a mio avviso è oggi in gioco, come variabile fondamentale nella spiegazione del fenomeno dell’astensionismo, il tipo di rapporti tra società e politica, sia nelle sue dimensioni nazionali che in quelle regionali.

Ralph

Ralph Fasanella / New York 1914 – 1997

Laddove, come in Calabria, una intera società “vive di politica”, in quanto la maggior parte dei redditi e della vita economica dipende, direttamente o indirettamente, dichiaratamente o nascostamente, dalle scelte compiute nelle sedi politiche e istituzionali, le gravi e strutturali difficoltà esplose negli ultimi anni, che riguardano i tagli alla spesa pubblica e alle politiche redistributive e, di conseguenza, le opportunità di scambio elettorale-clientelare, stanno allontanando completamente dalla politica larghe fasce di cittadini. Questi cittadini, socializzati da tempo al voto clientelare come principale o più spesso esclusiva forma di partecipazione politica, nel contesto attuale non intravedono altra alternativa al passato, quello garantito dallo scambio politico di tipo particolaristico, se non l’antica arte di arrangiarsi, non più “con l’aiuto della politica” bensì “senza politica” (emigrazione, lavoro precario nel privato o attraverso i legami primari, come la famiglia e la parentela, o attraverso il gruppo dei pari e le reti di conoscenza personali), e per questi motivi non si recano in numero crescente alle urne, perché non funziona più per loro la vecchia politica clientelare e non ce n’è una nuova. Paradosso nel paradosso, in questo quadro non si può escludere che la relativa maggiore tenuta del voto calabrese rispetto a quello emiliano, a parità o meglio in presenza qui da noi di motivi di crisi ben maggiori nei partiti e nelle istituzioni (basti pensare al rapporto diverso tra corruzione e criminalità organizzata nelle due regioni), sia riconducibile al maggiore contributo offerto in Calabria dalle quote restanti di voto clientelare, sebbene ridotte nei confronti del passato.

Ovviamente, questo ragionamento segnala che, probabilmente, per decenni non abbiamo voluto o saputo riconoscere il deficit democratico che l’alta partecipazione elettorale, fondata anche su quote massicce di voto particolaristico, nascondeva, specie nel Sud.

Viceversa, credo che l’Emilia, dove pure esiste, è esistita e sempre più emerge da inchieste e processi la componente di voto clientelare, rappresenta il caso di una società ricca, con un’economia che solo in parte dipende dalla politica e con un autentico radicamento della politica di massa e con antiche tradizioni di buon governo locale, per cui, anche di fronte ai comuni fattori di crisi e di delusione, è probabile che il motivo principale dell’esplosione del fenomeno astensionistico sia da ricercare più nella critica congiunturale a questa politica e a questi politici, anziché in una frattura radicale come quella esistente in Calabria.

Bio dell’autore / Antonio Costabile: insegna Sociologia dei fenomeni politici presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università della Calabria. I suoi interessi di ricerca sono legati prevalentemente allo studio dei fenomeni della regolazione sociale, del sistema politico meridionale, delle relazioni tra politica e mercato e politica e istituzioni. Recentemente si è occupato di legalità e legittimazione, temi su cui ha curato, con Pietro Fantozzi, il volume Legalità in crisi. Il rispetto delle regole in politica e in economia (Carocci 2012).

 

Rompere gli stereotipi


James Ensor (1860-1949) / I bagni a Ostenda 1890

Classi dirigenti / Rompere gli stereotipi di Maria Mirabelli

Rendere problematico ciò che appare (o si vuol far apparire) ovvio e scontato. E’ questo l’intento perseguito da Gianfranco Viesti nel suo recente libro Il Sud vive sulle spalle dell’Italia che produce. Falso (Laterza 2013).

L’economista barese svela fin dal titolo intento ed esito: dimostrare i limiti del “falso” teorema meridionale che rappresenta “un velo che ci nasconde la realtà, un occhiale scuro che non consente di vedere ciò che è davvero nero, grigio, bianco, un paravento che ci fa chiamare Mezzogiorno tutto ciò che non ci piace dell’Italia”. Continua a leggere

Gli stereotipi e i pregiudizi alimentano il dibattito e rafforzano l’idea che il Mezzogiorno corrotto e parassita assorbe le risorse del Nord e spreca i fondi pubblici. Il Sud, quindi, come palla al piede dello sviluppo dell’intero Paese, che “vive sulle spalle dell’Italia che produce” e ne aggrava la crisi economica. Senza Sud, afferma il becero e interessato “teorema”, l’Italia potrebbe risolvere i problemi economici e ridare ai suoi cittadini benessere e tranquillità.

Viesti smonta e frantuma, con abilità analitica fuori dal comune, il teorema e dimostra come il Sud non soffre di malattie diverse da quelle del resto del paese, piuttosto ne soffre in modo più grave. Le difficoltà dell’Italia dipendono da fattori (scarsa concorrenza dei mercati e scarsa competitività dell’industria, modesta capacità di innovazione e di ricerca, inefficacia e inefficienza della pubblica amministrazione, scarsa qualità dei servizi pubblici…) che nel Mezzogiorno sono ulteriormente aggravati da alcune criticità che sono scorrettamente interpretate. Spesse volte nelle analisi sul Sud si rileva l’incapacità di considerare la complessità e la multicausalità che invece caratterizza i fenomeni.

La proposta di Viesti è quella di cambiare le lenti con cui leggere la società meridionale e avviare una discussione su come si possa cambiare. Accogliendo questo invito provo a soffermarmi su alcuni aspetti.

Innanzitutto i confini: la crescita economica del Nord è stata possibile grazie alla creazione di confini unitari. Non sarebbe stata possibile senza il Sud, in un paese di dimensioni più piccole. I vantaggi economici si accompagnano a motivazioni identitarie, i confini diventano parte costitutiva dell’esistenza di una nazione, fonte di riconoscimento e di appartenenza, di distinzione e di significato. Il tentativo della Lega di ridefinire i confini nazionali implica, quindi, il cambiamento delle forme di convivenza sociale, l’identità del popolo, le risorse disponibili. Questo sulla base di calcoli di convenienza contabile e in controtendenza con le scelte di integrazione europee e di paesi come la Germania. Sarebbe interessante chiedersi se tali strategie risultano essere determinate da miopie politiche e istituzionali oppure sono il prodotto della pervasività delle logiche di mercato. La permeabilità delle diverse istituzioni agli interessi materiali comporta una minore attenzione ai principi, alle procedure, alle regole, ai codici di condotta e una maggiore valorizzazione del risultato. È il prevalere della razionalità di scopo su quella di valore e tale scissione si riflette sulla capacità di agire dei gruppi dirigenti che orientano le scelte verso criteri particolaristici piuttosto che universalistici. Gli spazi lasciati liberi dal controllo legale determinano processi di manipolazione e di adattamento delle istituzioni agli interessi di parte consolidando, in Italia e nel Mezzogiorno, un sistema nel quale tali modalità sono diventate pratica quotidiana, contenuto di senso delle logiche e delle azioni istituzionali. Norme, regole, relazioni con contenuti e fini universalistici vengono indirizzate verso contenuti e scopi particolaristici.

È possibile pensare che l’Italia tutta si è meridionalizzata oppure ciò che stiamo vivendo è una conseguenza della crisi del controllo gerarchico che gli stati stanno sperimentando e che generano problemi simili nei diversi territori? Gli stati continuano a mantenere un ruolo fondamentale nello scenario democratico  nel garantire soluzioni basate su norme certe e su procedure formali e universalistiche. Tuttavia la crescente difficoltà regolativa, derivante dall’aumento di complessità della società, richiede il riconoscimento di livelli diversi di istituzionalità. Le risposte possono essere diverse. I problemi di governabilità possono favorire le visioni frantumatrici della Lega, oppure indurre soluzioni politiche di carattere regolativo anziché manipolativo. La strategia potrebbe essere la costruzione di sinergie efficaci in grado di generare effettive innovazioni socio-istituzionali e produrre beni pubblici per la competitività. Potrebbe essere uno sviluppo rivolto ai luoghi. La debolezza delle istituzioni pubbliche potrebbe essere compensata dalla valorizzazione delle risorse sociali e delle virtù civiche. Oppure la soluzione consiste in politiche pubbliche, proposte da istituzioni intelligenti, attuate da classi dirigenti disposte a rischiare, mutare la logica delle convenienze, aprirsi al confronto, sostenere costi, perdere i propri privilegi?

Discutiamone. A partire dal bel libro di Gianfranco Viesti.

Barca. E’ partito!

Classi dirigenti / Barca. È partito! di Franco Gaudio

Quella provocazione di Gilda De Caro (iscriviamoci in massa al PD, per cambiarlo) fatta in una riunione di Slega potrebbe non essere più tale.

Fabrizio Barca, Ministro per la coesione territoriale del governo Monti, ha predisposto e diffuso un documento “un partito nuovo per un buon governo” con lo stesso obiettivo, cambiare il PD. Ad una prima lettura, sicuramente da approfondire, reagisco con alcune riflessioni. Continua a leggere

Ci sono molte parole di “sinistra” in questo documento e anche molte coincidenze con quanto slegalacalabria auspicava (e auspica).

Slega partiva da cinque parole chiavi: competenza, responsabilità, partecipazione, libertà, appartenenza. L’obiettivo di carattere generale era (ed è) quello di cambiare la politica troppo invasiva in tutti gli aspetti della vita economica e sociale, sia collettiva che individuale.

Si diceva (e si dice) che “la Calabria ha bisogno di persone competenti, apprezzate come tali nei loro luoghi di lavoro e di vita. […] L’unica professione di cui la Calabria non ha bisogno è quella del politico di professione, di quella casta di inaffondabili mestieranti della politica che al di fuori di essa non saprebbero fare nulla, persone dal profilo lavorativo inesistente, dal percorso formativo anonimo”. Queste affermazioni non si discostano molto da quelle che sono le intenzioni di Barca e, in particolare, del suo “partito separato dallo Stato”. Vuole che i partiti siano meno presenti nella sfera pubblica, “che i partiti si separino dallo stato per divenire rete materiale e immateriale di mobilitazione di conoscenze e di confronto pubblico”, adottando il metodo “dello sperimentalismo democratico”. Sottolinea che “serve un partito saldamente radicato sul territorio, animato dalla partecipazione e dal volontariato di chi ha altrove il proprio lavoro”.

La politica, dicevamo (e diciamo) è caricata da troppe attese. “Il cittadino deve progettare soluzioni personali, condividerle con gli altri, chiedere il sostegno delle istituzioni: va superata la prassi nefasta dell’assistenzialismo, l’attesa passiva del contributo statale o regionale, del finanziamento a pioggia, del contributo a fondo perduto”. Barca auspica un partito capace di mobilitare, produrre e praticare conoscenze sulle azioni pubbliche e che mira al soddisfacimento di bisogni non “di un gruppo tra simili”, ma “di gruppi di diversi”. Noi siamo sicuramente un gruppo di diversi, ognuno con la propria storia e la propria indipendenza.  Anche il confronto è molto presente nel documento di Barca. Afferma che le soluzioni ai problemi non sono appannaggio di pochi, e che spesso non esistono soluzioni, ma che esse possono essere trovate (in modo innovativo), grazie al contributo di tanti, mettendo insieme le tante conoscenze parziali e le altrettante soluzioni parziali. Questi concetti sono stimolanti e andrebbero approfonditi e discussi.

Altre parole chiavi del documento di Barca si riscontrano nella competenza che come dicevamo (e diciamo) da sola non basta “senza responsabilità, se non contribuisce al benessere comune”. Per noi la responsabilità è rendere conto del proprio operato. E’ necessaria anche una maggiore partecipazione per “assumersi una corresponsabilità”, stimolando il politico e l’amministratore da solo o insieme ad altre persone “secondo un principio di cittadinanza attiva”, a porre soluzioni ai problemi. “Il gruppo di persone che siede nei luoghi della rappresentanza deve essere una cosa diversa dal partito. E il solo criterio che deve governare la selezione di entrambi i ruoli deve essere la competenza per le specifiche funzioni”.

Barca parla di partito come miscelatore di conoscenze e aperto, e i cui apparati siano a tempo; “dove si fa il funzionario per cinque o sei anni e poi si rientra nel mondo del lavoro”. Alle discussioni, aperte alle associazioni, ad esterni e non solo agli iscritti, si auspica che “partecipino anche i cittadini lontani dal partito ma interessati ai temi che esso dibatte, e in primo luogo i membri delle associazioni genuinamente e testardamente indipendenti” le cui “sensibilità individuali si stanno convogliando in motivazioni collettive”. Questa apertura è funzionale al nuovo partito perché “consente di evitare la sindrome dei gruppi eccessivamente affini che, isolandosi da opinioni esterne, stimolano il conformismo”. Il partito aperto “sfrutta invece gli incentivi della diversità”.

Slega la Calabria nasce e vive proprio per liberare i cittadini dai vincoli, “dalle pigrizie, dai sensi di inferiorità”. Volevamo (e vogliamo) riscoprire “il coraggio e l’orgoglio di essere noi stessi, padroni ed artefici del nostro futuro”. Anche Barca fa riferimento a come sbrogliare il bandolo della matassa che è interno ai partiti. Quindi solo “una nuova forma di partito può dare corpo alla costruzione di pubbliche decisioni che assicurino a noi italiani un buon governo” attraverso il confronto tra saperi che “producono innovazioni”.

Barca vuole discutere di più competenze e meno fedeltà, di premiare le capacità. Parla di un “paese surgelato” e vede “spirare un vento del vecchio sud assistenziale, retorico e clientelare”. Parla di “sperimentalismo democratico” e di “mobilitazione cognitiva”.

Credo siano molti i punti in comune, o i punti da cui partire per un sano confronto con la nostra Associazione. Associazione che si interroga su quale contributo può dare per il miglioramento del sistema politico italiano e calabrese.

Questa potrebbe essere una buona opportunità. Non abbiamo mai disdegnato il confronto all’interno del centrosinistra, ma abbiamo nello stesso tempo espresso più di una perplessità sull’attuale forma del PD che è il maggior partito della coalizione.  Abbiamo spesso affermato l’importanza dei partiti nella gestione della cosa pubblica. Ora, finalmente, c’è qualcuno che come noi vuole un partito “di sinistra” e “nuovo”. Un partito con il quale poter dialogare senza “arrossire”.

Fabrizio Barca si augura che il suo documento venga discusso nelle federazioni e nei circoli, nei territori e che venga anche duramente criticato. Almeno in questo, un nostro contributo competente e responsabile può essergli di aiuto per proseguire il suo impervio cammino.