Il cambiamento improrogabile di Giorgio Castella

Georges Seurat
Georges Seurat

Comunità / Il cambiamento improrogabile di Giorgio Castella

Non c’è telegiornale della Calabria dove la conduttrice o il conduttore non annuncino: “partiamo dalla cronaca!”, lasciando subito presagire che le notizie non saranno positive. Quotidianamente ormai vengono minacciati dalla ‘ndrangheta imprenditori, magistrati, sindaci e giornalisti. Ed ancora, molti Consigli comunali vengono sciolti per infiltrazione mafiosa, per altri ancora prima dello Stato è la ‘ndrangheta a decidere il loro scioglimento, mediante attentati e minacce ai sindaci o ai componenti dei Consigli che si oppongono alle delibere a loro favore. Continua a leggere

Generalmente il Tg regionale prosegue con le notizie di mala sanità, inquinamento delle acque, dissesto idrogeologico, speculazione edilizia, spesso accompagnata dal deturpamento delle coste e del paesaggio, e da ultimo non mancano gli annunci di chiusura di scuole, uffici postali o altri uffici di pubblica necessità. A questo punto la domanda sorge spontanea “Che fare?” o meglio quale può essere la via per risolvere problemi così complessi in una realtà difficile come quella calabrese?

Le parole onestà, moralità pubblica, etica sono state seppellite da molto tempo dalle parole corruzione, ‘ndrangheta, malaffare. A questa metamorfosi lessicale criminosa non si sottraggono, anzi spesso contribuiscono attivamente, i professionisti cinici e senza scrupoli che occupano ruoli rilevanti nelle istituzioni o svolgono attività di primario interesse pubblico e sociale. Riemerge così con forza la “questione morale” nella vita democratica.

Ma che cos’è la questione morale? Enrico Berlinguer, circa 35 anni fa scriveva: “La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci ladri, concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, denunciarli, metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti, con la guerra per bande, con la concezione della politica e con metodi di governo. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Perché non ricordare nell’Italia del presente che vi fu un tempo in cui la classe politica seppe esprimere valori profondi?“.

Le parole di Enrico Berlinguer sono oggi più che mai attuali, ed ognuno di noi dovrebbe farne tesoro. Peccato che il suo pensiero venga solo ogni tanto richiamato e che ben più raramente venga seguito il suo esempio. Nonostante ciò, la gran parte dei cittadini comuni continua a nutrire speranze di cambiamento e non vuole essere lasciata sola ai margini della società in un momento di crisi economica che mette a dura prova la vita delle famiglie.

Possono i soliti uomini politici che hanno brillato per incompetenza quando hanno ricoperto incarichi istituzionali governare ancora la Regione Calabria? E’ possibile sacrificare ogni prospettiva di sviluppo in nome della cosiddetta governabilità? E’ possibile continuare ad ingannare i calabresi?

Il popolo calabrese ha bisogno di punti di riferimenti certi in una fase difficile per l’intero Paese e soprattutto per il Mezzogiorno e per la nostra regione. Il nuovo Presidente regionale è stato votato perché persona onesta e per le sue competenze a livello amministrativo, entrambe necessarie per riavviare il circuito della fiducia e della ripresa sociale ed economica. La maggioranza più estesa dei calabresi vuole chiudere la pagina triste del malgoverno di centrodestra e dunque chiede al Presidente Oliverio una squadra di governo altamente qualificata sia dal punto di vista professionale che etico, ovvero, capace di mettere in pratica le linee programmatiche illustrate nel Consiglio regionale.

Si guardi intorno Presidente, vedrà che troverà tanti ottimi calabresi, liberi da vincoli di appartenenze interessate, pronti a dare il loro contributo per fare uscire la Calabria dallo stallo. Sii un uomo libero e non si faccia imprigionare da logiche conservatrici e di parte. Chi l’ha votato nutre fiducia nei suoi confronti ed auspica una svolta politica capace di realizzare con gradualità e perseveranza un nuovo modello di società, che metta al centro l’uomo con i suoi valori.

C’è una pagina in bianco da scrivere; non deluda le attese, sii più determinato nelle scelte. Vorremmo ricordarla come uno dei migliori presidenti che abbia avuto la Regione Calabria; sappia innovare nel profondo il modo di amministrare il bene comune.

I cittadini che hanno a cuore le sorti della Calabria non sono più disposti ad assecondare scelte che non vadano nella direzione di una ricostruzione civile, morale, sociale e produttiva della Calabria. Le associazioni culturali e politiche vigileranno e lotteranno per liberare la nostra terra dalle offese della cattiva politica.

Bio dell’autore / Giorgio Castella ha maturato la sua esperienza politica e sindacale a Milano partecipando alle lotte operaie e studentesche del 1968. Ha fatto parte dell’esecutivo del consiglio di fabbrica dell’ istituto farmaceutico De Angelie del direttivo farmaceutico della Camera del lavoro di Milano. Ha pubblicato diversi racconti e saggi, tra cui Un Calabrese a Milano (Teti), La Vita di Fortunato Seminara a Pescano (Pellegrini), Lotte e Libertà. Storie di uomini e donne antifascisti (Città del Sole).

La politica dispari


Felice Casorati

Comunità / La politica dispari di Bianca Rende

Tra i tanti record negativi della Calabria, ve n’è uno che mina nel profondo la vita democratica e la qualità delle decisioni pubbliche: la scarsa presenza di donne nelle assemblee elettive e negli organi di governo locali e regionali. A partire dal Consiglio regionale, in cui siede una sola donna su 31 consiglieri, il dato calabrese sulla rappresentanza di genere è sconfortante. Molte le giunte comunali in palese contrasto con la legge Delrio – che a partire dal 2014 fissa nel 40% la percentuale di donne da coinvolgere obbligatoriamente nel governo cittadino – e davvero esigua la presenza rosa negli organi ad elezione indiretta, come i neonati consigli e giunte provinciali post riforma. Continua a leggere

La parità uomo donna ha fatto progressi significativi negli ultimi anni soprattutto nei campi in cui contano maggiormente il merito e la capacità individuale, come gli studi, le professioni, le carriere accademiche e giudiziarie, sebbene siamo ancora molto distanti da livelli di parità effettiva. In politica, invece, la piena parità di genere sembra tutt’ora un miraggio, quasi ci fosse una sorta di incompatibilità ontologica tra l’essere donna e occuparsi della gestione della cosa pubblica.

L’evidenza empirica suggerisce tuttavia che più donne nei ruoli amministrativi e nei luoghi delle decisioni pubbliche migliora la qualità della politica e delle risposte ai bisogni collettivi. Perché le donne, di norma, hanno una maggiore capacità di applicarsi ed approfondire le tematiche oggetto della loro attenzione e “cura”; per la loro diversa propensione al “problem solving”, ossia alla risoluzione definiva delle questioni anziché al loro aggiramento per via compromissoria; per la loro vicinanza ai bisogni essenziali e dunque per la migliore conoscenza dei livelli di soddisfazione dei diritti di cittadinanza. Non sono, del resto, proprio le donne le utenti più vicine ai servizi pubblici di sanità, trasporto locale, assistenza sociale, istruzione? Chi meglio di loro conosce i bisogni di cittadini e utenti, anche di quelli che non hanno voce, come gli anziani e i minori?

Quello della rappresentanza femminile è un problema tutto italiano se è vero che, secondo una recentissima inchiesta, ben 1182 amministrazioni comunali sono in difetto con la legge Delrio, e in Calabria – terra dei tanti diritti di negati – tale deficit è ancora più doloroso e offensivo.

La consapevolezza di questo scenario sconfortante è alla base della nascita, qualche mese fa, di un movimento spontaneo di donne, What Women Wantla Calabria vista dalle donne, che ha raggiunto in poco tempo, grazie all’effetto diffusivo del web, oltre mille adesioni e che proprio in questi giorni si sta trasformando, con la firma di 42 donne fondatrici, espressione di tutte le provincie calabresi e dei diversi mondi professionali, in associazione di tipo politico.

L’idea del movimento è quella di costruire progressivamente, attraverso incontri territoriali e gruppi di lavoro, una visione della Calabria al “femminile”, quella visione, cioè, che stenta a trovare rappresentanza nei luoghi della politica. Una visione che aspira ad esprimersi attraverso proposte operative da indirizzare al governo regionale come a quelli locali. What Women Want vuole innanzitutto contribuire a stimolare e rafforzare l’interesse e l’impegno politico delle donne, soprattutto delle giovani generazioni. Infatti, se è vero che le donne non vengono coinvolte nel governo pubblico, è pur vero che il loro interesse verso la politica è spesso sporadico, occasionale, talvolta opportunistico (si pensi alla spasmodica ricerca di donne da mettere in lista che si scatena alla vigilia di ogni competizione elettorale).

La conquista di una maggiore rappresentanza femminile, potrebbe passare invece – è questa la sfida – attraverso la militanza, che produca impegno e attenzione continua all’attualità politica ed economica e il monitoraggio sistematico delle politiche pubbliche a scala regionale e locale. E se vale l’antica costatazione che “le donne non votano le donne”, occorre provare a sganciare le candidature dal genere per renderle universali e rappresentative dell’intera collettività. Dunque, non puntare esclusivamente sui numeri bensì soprattutto sulla qualità della rappresentanza. Investire nella formazione politica, sostenere le donne stabilmente impegnate nelle arene pubbliche, insediare nuovi e diversi punti di osservazione critica delle politiche pubbliche, costruire una visione “altra” e più inclusiva idea di sviluppo.

Ineludibile, sul punto, il tema delle “quote”. Su questo un ampio dibattito si è scatenato negli incontri territoriali già tenutisi a Lamezia Terme e Cosenza ed anzi i primi successi del movimento sono proprio legati ai ricorsi vinti contro le giunte comunali non rispettose della “quota rosa” imposta dalla legge Delrio e alla proposizione di un emendamento al nuovo statuto regionale che ha determinato la previsione di un tetto minimo del 30% di donne nella composizione delle future giunte regionali. Eppure la previsione di una garanzia di tipo aritmetico va vista, nell’ottima di riequilibrio progressivo della parità di genere, come una forzatura transitoria, per quanto necessaria, in attesa che si compia quel percorso culturale e formativo di partecipazione spontanea alla vita politica e amministrativa. Averle oggi per non averle domani, potremmo quindi dire a proposito delle quote.

Bio dell’autore / Bianca Rende: Dottore di ricerca in “Impresa, Stato e Mercato”; funzionaria dell’Agenzia per l’Ambiente regionale; esperta di programmazione e fondi strutturali comunitari. Ha insegnato Diritto privato europeo presso l’Università della Calabria. Vive a Cosenza ed è tra le fondatrici del movimento politico regionale “What Women Whant – la Calabria vista dalle donne”.

Innovare dal basso, insieme

Bansky

Comunità / Innovare dal basso, insieme di Maria Dodaro

Da qualche anno, il concetto di “innovazione sociale” ha sempre più conquistato l’interesse di decisori pubblici, ricercatori e cittadini alla ricerca di nuove soluzioni ai bisogni collettivi. L’espressione è per lo più utilizzata per riferirsi ad approcci o interventi che, anche se diversi tra loro, condividono la volontà di arginare le conseguenze sociali della crisi economica innovando: dal welfare al modo di fare economia. Ma quando un’esperienza può dirsi socialmente innovativa? Continua a leggere

Innanzitutto, lo è quando risponde ad un bisogno sociale insoddisfatto e produce, così, un miglioramento nella qualità della vita. Ma non basta. Innovazione sociale significa anche cambiare il modo di rispondere ai problemi: più collettivo, e sempre più capace di creare nuove collaborazioni partenariali in grado di generare miglioramenti sociali e aumentare le possibilità d’azione per la società. Il che vuol dire far emergere la capacità di cittadini “comuni” di indagare i propri bisogni e accedere alle risorse necessarie a rispondervi. Un’abilità tutta da sviluppare ma particolarmente importante in una società contraddittoria come quella odierna, contraddistinta da uno sviluppo senza precedenti delle forze produttive e, allo stesso tempo, dall’incapacità di mettere al servizio delle comunità tanta ricchezza.

In questo contesto, è possibile imbattersi in una moltitudine di progetti, appunto, socialmente innovativi. Nati dall’impegno di gruppi più o meno piccoli di persone, queste esperienze esprimono, innanzitutto, la volontà di reinterpretare la crisi come un’occasione per cambiare e per orientare questo cambiamento a favore delle proprie istanze. Come? Riscoprendo nello stare insieme una risorsa importante, oltre che un bisogno in sé; mobilitando risorse altrimenti non impiegate: in primo luogo, la conoscenza e il saper fare di ciascuno; e avvalendosi delle moderne applicazioni del cosiddetto web 2.0: strumenti in grado di supportare semplici gruppi o associazioni nel realizzare i propri progetti.

“Social Street Italia”, per fare un esempio, è un progetto solidale di vicinato che nasce a Bologna e che, attraverso la creazione di gruppi di quartiere su Facebook, facilita la conoscenza tra vicini di casa e la condivisione di necessità, beni e professionalità. Esperienza simile, ma che adopera piattaforme informatiche ad hoc, è quella del “Baratto 2.0” o delle Banche del Tempo: spazi virtuali che consentono lo scambio di oggetti o competenze senza l’uso del denaro. Attraverso piattaforme o applicazioni di car pooling, invece, è possibile condividere il proprio viaggio in automobile con altri, dividendo i costi e conoscendo nuove persone. Mentre il crowdfunding permette ad un largo numero di individui di sostenere, attraverso piccole donazioni a fronte di ricompense, progetti.

Un nuovo mutualismo, dunque, che alla forza dell’immaginazione di azioni e movimenti collettivi, unisce la capacità del web di connettere e fornire strumenti utili e a basso costo. Tuttavia, la tecnologia, per quanto utile, non è la conditio sine qua non dei progetti e dei processi di innovazione sociale. Basti pensare alle tante iniziative di condivisione come il cohousing (l’uso in comune di una casa) o il coworking (condivisione di uno spazio di lavoro); ai gruppi di acquisto solidale che consentono a produttori e consumatori di entrare in relazione senza intermediari e aggiungere ai benefici economici, di entrambe le parti, la sicurezza sulla qualità del cibo (non garantita da marchi ma, semplicemente, dalla relazione di fiducia che si va instaurando tra chi produce e chi compra). A questi è possibile aggiungere tutte quelle azioni progettuali che vanno dalla riqualificazione partecipata di spazi urbani al recupero di beni pubblici e privati inutilizzati.

L’innovazione sociale si concretizza, quindi, in processi di cambiamento avviati dal basso; assimilabili a strumenti “pedagogici” di costruzione della cittadinanza, che provano a rinnovare le dinamiche dello sviluppo dal punto di vista sociale, economico e ambientale.

Non una panacea, è bene evidenziarlo, ma uno strumento utile a facilitare la risposta immediata ai bisogni più pressanti e, nel contempo, contribuire ad aumentare il potere (empowerment) dei singoli e delle comunità. Un legame che fa della democratizzazione dello sviluppo locale l’obiettivo a lungo termine di una governance socialmente e realmente innovativa.

Per saperne di più

Bepa – Bureau of European Policy Advisers, (2010), Empowering people driving change: Social Innovation in the European Union, European Commission, May 2010.

Council of Europe (2008), Well-being for all. Concepts and tools for social cohesion, Trends in Social Cohesion, No. 20, Council of Europe Publishing, Strasbourg.

Council of Europe (2011), Rethinking progress and ensuring a secure future for all: what we can learn from the crisis, Trends in Social Cohesion, No. 22, Council of Europe Publishing, Strasbourg.

Euricse, (2011), Social Innovation. Analisi dell’Innovazione Sociale sulla stampa generalista ed economica negli Stati Uniti, in Europa e in Italia, Gennaio 2010 – Giugno 2011, Trento.

Moulaert F., (2009), Social Innovation: Institutionally Embedded, Territorially (Re)produced, in MacCallum, D., Moulaert, F., Hillier, J. and S. Vicari, Social Innovation and Territorial Development, Ashgate.

Bio dell’autore / Maria Dodaro: laureata in Discipline economiche e sociali presso l’Università della Calabria, è ricercatrice per l’Associazione Aniti – Impresa Sociale dove si occupa dello sviluppo e della sperimentazione di progetti e laboratori territoriali di innovazione sociale.

Chiesa e ‘ndrangheta: denunce e vischiosità

Hugo Simberg

Comunità / Chiesa e ‘ndrangheta: denunce e vischiosità di Donatella Loprieno ed Ercole Giap Parini

La Conferenza episcopale calabra ha diffuso, proprio il giorno di Natale dello scorso anno, una “Nota Pastorale sulla ‘ndrangheta”. Tredici pagine, divise in quatto paragrafi, con le quali i vescovi calabresi provano a schematizzare e sistematizzare la loro posizione riguardo al fenomeno mafioso calabrese. Il documento segue, almeno cronologicamente, il richiamo di Papa Francesco alla conversione per i mafiosi pronunciato durante la veglia per le vittime di mafia dello scorso marzo e l’Omelia che il Santo Padre ha pronunciato nel corso della visita pastorale a Cassano allo Jonio, nella quale ha definito la ‘ndrangheta Continua a leggere

“adorazione del male e disprezzo del bene comune”, spronando la Chiesa a “sempre di più spendersi perché il bene comune possa prevalere”. Parole che presumibilmente hanno rinfrancato quanti, pur se da prospettive valoriali diverse, lottano contro il fenomeno mafioso e che da tempo auspicano parole forti contro le mafie dopo quell’altro famoso “Convertitevi!” rivolto ai mafiosi da Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi di Agrigento; era il maggio del 1993, erano altri tempi che seguivano le stragi di Capaci e di via D’Amelio. La rete di potere che la ‘ndrangheta ha saputo intessere è così fitta e pervasiva, e la lotta è così difficile, che anche non credenti, miscredenti o diversamente credenti non possono che guardare con favore a documenti che ribadiscono, in qualche forma, la necessità di un impegno contro le mafie.

Potrebbe essere di una qualche utilità ripercorrere la struttura del documento della cui pertinenza al genus delle note pastorali (offrire non solo linee e orientamenti ma obiettivi verificabili e misurabili) non sta certamente a noi giudicare.

Nella prima parte del documento i vescovi calabresi denunciano la “triste presenza della criminalità organizzata, che (…) fa pagare un prezzo durissimo in termini di sviluppo economico, di crisi della speranza e di prospettive per il futuro”; una situazione che si innesta su di un “vuoto” profondo “di certezze, di presenza, di fiducia”; un vuoto che “tocca le stesse istituzioni, lacera il tessuto della politica, coinvolge a tutto campo il mondo del lavoro, induce la gente a chiudersi nel privato ”. In questa situazione, e di fronte alle insidie della ‘ndrangheta, i vescovi oppongono la testimonianza della “verità del Vangelo”.

Particolarmente vivida, nel documento, la denuncia dell’uso distorto e strumentale che i mafiosi fanno dei riti religiosi e delle “formule che scimmiottano il sacro”; si prende coscienza, così, di quella ricerca del consenso che le mafie operano anche attraverso la “scandalosa” appropriazione di riti e simboli della religione cattolica (ne sono densi i cosiddetti codici di affiliazione, così come in generale l’immaginario iconografico mafioso).

Nella nota si procede, poi, con un’analisi della caratura criminale e sociale della ‘ndrangheta, “organizzazione criminale fra le più pericolose e violente”, e con la stigmatizzazione della sua capacità di strumentalizzare i vincoli di sangue, l’uso distorto della religione, al fine di condizionare la vita “sociale, politica e imprenditoriale” della nostra terra, attraverso il denaro, le armi e gli affari illeciti. La ‘ndrangheta viene quindi qualificata nei termini di “antistato”, ma anche come anti religione, forma di “sacralità atea”, “struttura di peccato” che, dunque, non può che essere “opera del male e del maligno”.
Nella terza parte del documento viene affrontato il tema dei rapporti tra la Chiesa e le istituzioni dello Stato nella prospettiva di una collaborazione dei due ordini contro questa struttura di peccato “che stritola il debole e l’indifeso, calpesta la dignità della persona, intossica il corpo sociale”. Molto graziosamente i vescovi calabresi ribadiscono, “con profonda convinzione”, di rispettare e stimare le Istituzioni dello Stato e specie quelle maggiormente coinvolte nella lotta al crimine organizzato: magistratura e forze dell’ordine. Ciò premesso, i prelati ricordano (e rivendicano) che la missione della Chiesa e l’azione inquirente o punitiva dello Stato non sempre possono coincidere. Un modo più o meno elegante per ricordare che fra reato e peccato sussiste qualche differenza. Infatti, è della Chiesa il compito di indicare alle persone colpevoli (melius, ai peccatori) la via della ricostruzione interiore ed esteriore. Si tratta di un punto, questo, di non poco conto: la collaborazione tra Chiesa e potere giudiziario si arresta davanti al segreto della confessione, che nessun Ministro (di Dio, si intende) potrà tradire “a costo persino della vita”. Nel documento particolare enfasi viene data alla necessità di tenere distinti il ruolo della Chiesa e quello dello Stato quanto al debellamento del fenomeno mafioso. Non appartiene all’ordine della Chiesa distribuire “patenti di mafiosità” e neanche la scomunica può dirsi definitiva essendo essa “monito per un possibile ravvedimento”.

Odilon Redon

Nell’ultima parte del documento è rinnovato il monito a non mescolare “una fede professata” con una “vita disorientata dall’appartenenza ad organizzazioni criminali”. Allo stesso tempo si ricorda che l’insegnamento di Gesù è rivolto alla “accoglienza del peccatore e di chi cammina in una vita tenebrosa”, cosa che deve essere accompagnata da un sincero percorso di conversione. Viene quindi ribadito l’impegno a estirpare “dalla nostra terra questa distorsione peccaminosa”; e perché le giovani generazioni siano ‘vaccinate’ con la prevenzione. Questo naturalmente, nei vincoli dell’azione della Chiesa e con l’attenzione ai percorsi di conversione che nel caso dello ’ndranghetista “non potrà certo ridare vita agli uccisi, o alle vittime dei reati e degli atteggiamenti mafiosi, ma potrà almeno contribuire alla ricostruzione personale e spirituale e, soprattutto, potrà, con una vita diversa, attaccare il male alla radice, per demolire le fondamenta stesse dell’organizzazione mafiosa”.

La nostra sensibilità ci ha portato a sottolineare alcuni passaggi del documento che, come ricordato in apertura, merita certamente di essere considerato con attenzione: stigmatizzare il fenomeno mafioso, in questa terra, significa prendere posizione su una delle grandi questioni che rendono difficile, a volte imbarazzante, affrontare sistematici percorsi di rinnovamento civile, oltre che politico ed economico.

Nel corso degli anni, la ‘ndrangheta ha capitalizzato un patrimonio di pervasività con settori cruciali della politica, dell’economia e delle amministrazioni calabresi che le ha garantito non solo una sempre maggiore capacità di aggressione sulle risorse pubbliche (appalti e quant’altro) ma, altresì, una protezione dei suoi affari illeciti, e ciò ha contribuito a rinforzarne il ruolo nel complessivo panorama criminale nazionale e internazionale. Tanto che oggi essa occupa una posizione di primo piano nel mercato internazionale degli stupefacenti, avendo conquistato una reputazione di particolare credibilità criminale. A sua volta, questa potenza di livello internazionale, circolarmente, contribuisce a rafforzare un sistema di complicità e di potere che ha devastato questa regione e “invaso” altre regioni tradizionalmente portate come esempi di virtù civiche o come esempi di imprenditorialità sana e onesta. E di questa pervasività, e della pericolosità della ’ndrangheta, la nota pastorale prende atto denunciandone, dal peculiare angolo di osservazione da cui i redattori muovono, la natura “maligna” di “adorazione del male e disprezzo del bene comune”.

Sarebbe stato ‘disonesto’ e poco ‘laico’ da parte nostra non riconoscere questi meriti alla nota in commento e, tuttavia, la sua trama denuncia una certa stanchezza di sguardo, talora una certa superficialità nella ricostruzione del fenomeno ’ndranghetistico nonché una scarsa propensione all’autocritica.

Procediamo con ordine.

Francamente noioso è il retorico richiamo iniziale alle bellezze e alle potenzialità di una “terra meravigliosa”, la Calabria, e al cuore aperto e benevolo dei suoi abitanti: una visione stereotipizzante a fronte dei tanti calabresi che, troppo spesso, hanno rinunciato a trasformare queste bellezze in opportunità, deturpando e insozzando senza pietà le coste, i mari, le montagne e il sottosuolo. A costo di guadagnare in impopolarità, ci sentiamo di sottolineare che di meraviglie in questa regione ne sono rimaste ben poche.

Soprattutto, dal documento si evince una certa elusione delle responsabilità che anche la Chiesa, come soggetto politico e al pari degli altri settori della società civile e politica calabrese, ha avuto nel non essere riuscita ad arginare un fenomeno, quello mafioso, che, se oggi è opera del maligno, avrebbe dovuto esserlo anche anni addietro quando la Chiesa era più timida a gridare allo scandalo. È davvero poco ciò che, in proposito, è scritto nella nota: “non sono mancate irresponsabili connivenze di pochi, nonché silenzi omertosi: e di questo i credenti sanno e vogliono chiedere perdono”. Le cose sono in realtà più complesse, e, se i credenti sono disposti a perdonare, è probabile che i non credenti vogliano piuttosto analizzare a fondo la questione.

’Ndrangheta e pezzi di Chiesa hanno percorso un lungo tratto della propria storia non solo non intralciandosi l’un l’altra, ma spesso aiutandosi e ognuna per il proprio tornaconto: la ricerca del consenso ai fini del controllo sociale. Su alcune questioni quali l’ordine naturale della famiglia (con i suoi assetti patriarcali e sessisti) e la legittimità della sola giustizia ultraterrena (è a Dio che si deve rendere conto e non alla giustizia umana, amano dire certi mafiosi), si può notare una certa convergenza tra i ‘valori’ dei mafiosi e quelli professati da alcuni uomini di Chiesa. Certo, nella storia dei rapporti tra il mondo cattolico e gli ambienti ‘ndranghetisti si sono registrati casi di autentica complicità e casi di preti che si sono esposti, nella loro azione sociale e pastorale, alla violenza bruta della “malapianta della criminalità organizzata”. Anche nei casi in cui più stretti sono stati i legami tra religiosi e ambienti ’ndranghetisti, non si è giunti però a una corale presa di distanza preferendosi la foglia di fico dell’indulgenza (chi non ricorda il caso di Don Stilo?) e della umana comprensione per i confratelli. Più recente, e non meno inquietante, è la vicenda di quel prete, don Nuccio Cannizzaro, accolto nel suo quartiere con tanto di campane a festa per salutare la sua assoluzione (per prescrizione) dall’accusa di aver dichiarato il falso a vantaggio di un presunto boss. In generale, e venendo al dunque si concorda con chi ritiene che “i preti-boss e i preti-martiri costituiscono comunque, nella loro atipicità, un’eccezione. La norma è stata, invece, una sorta di indifferenza disincantata delle Chiese cristiane – e in particolare della Chiesa cattolica, rispetto a una questione considerata, a torto, di competenza dello Stato” (Cavadi, 2008, 30-31). La normalità dei rapporti tra molti preti e ’ndranghetisti è stata per lunghissimo tempo la convivenza e la condivisione di spazi e meccanismi di produzione e riproduzione del consenso. Né più né meno di un classico do ut des. Non dovrebbero dirsi allora così sorpresi o scandalizzati i vescovi calabresi a fronte, ad esempio, della mutuazione utilitaristica della simbologia della religione cattolica ad opera dei mafiosi calabresi.

Quanto poi alla ricostruzione delle radici del fenomeno, viene ribadito lo stereotipo di una mafia come conseguenza di una irrisolta questione meridionale e in una cultura deviata “che vuole esercitare una supplenza alle deficienze e assenze dello Stato, ai suoi ritardi, e alla sua stessa impostazione sociale”. Riaffiora, a noi pare, quell’antico e mai del tutto sopito vizio degli uomini di chiesa di guardare con una certa avversione all’apparato statuale odierno, pur sempre figlio di quel liberalismo che aveva desacralizzato il potere e il diritto e che si poneva come progetto alternativo a quello della Chiesa cattolica. Non solo. Anche gli accenni alle caratteristiche di anti-stato della ’ndrangheta finiscono per riproporre tesi ormai smentita da decenni dalla letteratura scientifica che, invece, è più attenta a considerare i rapporti di contiguità e connivenza con pezzi della macchina del potere statale.

Conseguentemente, poco incisiva la rivendicazione del rapporto con le istituzioni dello Stato: è sacrosanto (quale aggettivo sarebbe più appropriato?!) che la Chiesa rivendichi la sua specificità e le sue prerogative in termini di accoglienza delle pecorelle smarrite, ma forse ci saremmo aspettati delle proposte concrete di intervento che almeno tentino di rinnovare, pur nel rispetto delle reciproche funzioni, una collaborazione della Chiesa con tutte gli altri attori impegnati nella lotta alle mafie.

Tirando le somme, il documento piuttosto che una convinzione risoluta nella lotta al fenomeno mafioso denuncia la necessità di inseguire il richiamo papale ben più incisivo e dirimente. Insomma, visto il risultato, forse 13 pagine ci sembrano anche troppe!

Bio dell’autore / Donatella Loprieno: insegna Istituzioni di Diritto Pubblico e Diritto dei migranti all’Università della Calabria. Tra le sue recenti pubblicazioni in tema di rapporti tra Stato e Chiesa e Chiesa e ‘ndrangheta si ricordano il saggio “State and religion in Italy” in Routledge Handbook Of Contemporary Italy ed. Parini G., Mammone A., Veltri G. di prossima pubblicazione e la voce “Chiesa e ‘ndrangheta” nel Dizionario enciclopedico di mafie e antimafia (Edizioni del Gruppo Abele, Torino 2013).

Bio dell’autore / Ercole Giap Parini: insegna Sociologia generale all’Università della Calabria. Tra le sue recenti pubblicazioni sul tema della criminalità di tipo mafioso, il saggio ’Ndrangheta. Multilevel Criminal System of Power and Economic Accumulation. (In Nicoletta Serenata 2014, Springer, New York) e la voce “’Ndrangheta” apparsa nel Dizionario enciclopedico di mafie e antimafia (Edizioni del Gruppo Abele, Torino 2013).

Formazione d’ensamble

Jazz

Jean Dubuffet

Comunità / Formazione d’ensamble di Caterina Filardo

Il gruppo di giovani studenti dell’Istituto comprensivo di Delianova (Rc) accolti il 30 luglio scorso a Gambarie d’Aspromonte si presenta multiforme e multicolore, aspetti che, nel succedersi del progetto, si riveleranno determinanti per la creazione di momenti emozionanti, a conferma che la diversità, se orientata in positivo, è un valore. I ragazzi sono lì per partecipare a un percorso formativo che ha come finalità far conoscere e sperimentare occasioni nuove di formazione utili per l’affermazione del sé in una dimensione solidale”. Continua a leggere

Prima ancora di misurare il livello di attenzione e di interesse si è posto la necessità di definire delle regole. L’esperienza di momenti collettivi vissuti e legati, pressoché unicamente, a gite scolastiche che, evidentemente, non possono mutuarsi in un contesto definito “campus”; l’idea di un tempo estivo vissuto solo come tempo di svago e divertimento; la scarsa conoscenza, veicolata dalla scuola, di cosa comporta starci, sono gli aspetti che, a mio avviso, hanno falsato l’approccio richiedendo a docenti e tutors di integrare, sia da un punto di vista didattico che della relazione tra e con i ragazzi, il già impegnativo piano di lavoro.

Far vivere l’Ascolto attraverso la partecipazione di due momenti significativi in programma al Festival Internazionale di Ravello – uno dei festival più accreditati e sito nella splendida cornice della costiera amalfitana – ha consentito di contestualizzare i comportamenti e ha sollecitato la riflessione e, successivamente lo scambio sul concetto di diversità, filo conduttore dell’edizione del festival.

La diversità implica la coesistenza di due distinte entità dal cui paragone emerge una differenza o, addirittura, una opposizione. Tuttavia, le diversità aprono un arco infinito di sfumature impercettibii che vanno dal divergente all’opposto, dal dissimile al vario, dall’originale all’unico, dal molteplice al difforme. In natura non c’è praticamente nulla che non sia diverso da tutto il resto o che tragga alla sua identità proprio dalla diversità. Il concetto di diversità può avere una connotazione positiva e una negativa: assume un valore positivo quando è considerata una condizione indispensabile per la dialettica feconda, tra una tesi e un’antitesi capaci di produrre una sintesi superiore; quando allude alla varietà, all’originalità, alla distinzione all’eccellenza; quando postula tolleranza, inclusività, accoglienza, polifonia. Assume un valore negativo quando rinvia alla stravaganza, all’inferiorità, alla pecora nera, all’indisciplinato; diversità ricambiate con l’esclusione, il rifiuto, l’intolleranza, il razzismo, la punizione, l’isolamento.

Il concerto dell’Orchestra di Baku su musiche di M. Glinka, L. W. Beethoven, P. I C’ajkovskij, svoltosi l’1 agosto al Belvedere di villa Ruffolo ha richiesto uno sforzo di attenzione da parte del gruppo. C’è da dire che a neofiti la musica sinfonica appare complessa, dunque, di non facile ascolto, ciò nonostante, a fine concerto, i ragazzi sono stati in grado di esprimere delle preferenze sia sui brani che sugli esecutori, in più hanno ricevuto apprezzamenti, da parte di altri spettatori, per il comportamento assunto durante tutta l’esecuzione.

Trovarsi vis-à-vis con il M° Einaudi li ha intimiditi a tal punto da non consentirgli di soddisfare alcune curiosità emerse in attesa dell’incontro. Muti hanno ascoltato le domande di altri studenti pervenuti all’appuntamento. La scoperta di un sito così bello, dal mare attraente quale la costiera amalfitana sa offrire d’estate, ha suscitato desideri e bisogni, a cui, nell’immediatezza non abbiamo potuto corrispondere. Ma il messaggio chiaro e forte è stato raccolto rinviandone la realizzazione alle tappe successive: Roccella Jonica e Bivona di Vibo Valentia.

22 e 23 agosto / Roccella ha rappresentato il momento di svolta della comunicazione tra i componenti del gruppo e del gruppo con docenti e tutors, complice la pausa lunga una intera mattina trascorsa al mare prima di dare seguito al modulo “saper comunicare”.

Assistere la sera allo spettacolo di musica e recitazione a cura del gruppo Kiss Jour Hands e tratto dalle “lettere di Mozart” ha consentito ai ragazzi di ascoltare una modalità di comunicazione verbale secca a tratti scurrile, peculiarità degli scritti del giovane Wolfang. I giudizi critici hanno fatto parte della lezione del giorno dopo, pareri contrastanti sull’uso del linguaggio che hanno disegnato una netta separazione tra le ragazze rispetto ai ragazzi. Dopo una intensa giornata di lavoro il concerto delle 21:00, anche se piuttosto stanchi, li ha, particolarmente, coinvolti. Hanno apprezzato le abilità tecniche di alcuni musicisti e gli effetti sonori scaturiti dall’insolito uso di alcuni strumenti. La riflessione è come il contesto in cui si muove il jazz permette un atteggiamento più espressamente partecipativo rispetto al concerto di musica classica e, dunque, maggiormente coinvolgente anche per ragazzi nuovi a questo genere musicale.

1-5 settembre / A Bivona, i giorni più intensi dal punto di vista umano e delle competenze acquisite. Il gruppo si è presentato da insieme piuttosto consolidato e pieno di aspettative, interessato a vivere momenti formativi coinvolgenti. Il tempo giusto per l’immissione del modulo “saper produrre”. Ignari di un modo diverso di porgersi e di porgere la musica, i ragazzi, all’inizio circospetti, ma curiosi, attratti e divertiti hanno corrisposto alle richieste del M° Paduano senza bisogno di sollecitazioni ulteriori. Hanno stabilito un rapporto di complicità, di interesse e si sono lasciati trascinare come i topolini della favola del pifferaio magico. L’esperienza delle Body percussion ha ridisegnato i tratti di una espressività ritmica non verbale del corpo, unita a tratti con il verbale (la parola) e ai suoni quale manifestazione delle emozioni. Brani che hanno fatto parte del programma dello spettacolo in chiusura del percorso formativo. La prova generale del 9 settembre e la performance tenutasi nell’Auditorium della scuola sono stati momenti indimenticabili. Nell’esecuzione musicale (suoni) e nei messaggi letti (parole) sullo scorrere di foto, impressione di tanti momenti importanti, significativi e divertenti, il senso di un progetto di formazione d’ensamble.

Bio dell’autore / Caterina Filardo: musicista e musicoterapeutaHa studiato ed elaborato percorsi di didattica pianistica e didattica musicale, sperimentando con l’insegnamento nella scuola dell’obbligo e in istituzioni più specificatamente musicali programmi innovativi rivolti a bambini, adolescenti e giovani. Ideatrice e animatrice di attività culturali musicali promuove e affianca gruppi strumentali giovanili che intraprendono la carriera artistica. Da qualche anno svolge anche attività di musicoterapeuta.

Dare spazi ai bambini di Sabina Licursi


Niki De Saint Phalle

Comunità / Dare spazi ai bambini di Sabina Licursi

Il nuovo Atlante dell’Infanzia (a rischio), pubblicato da Save the Children nel 2014, offre molti spunti per riflettere sugli spazi di cui i bambini possono fruire. Il riferimento è immediatamente a quelli fisici, ma ad essi si sovrappongono anche quelli relazionali, dell’apprendimento e della definizione delle opportunità di vita. La conferma che lo spazio non è mai neutro: esso ha implicazioni importanti sull’esperienza, sulla rielaborazione personale di essa, sulla stessa costruzione della memoria della propria infanzia. È anche l’invito a ripensare la costruzione dei nostri ambienti di vita adottando la prospettiva dei bambini; Continua a leggere

non tanto per ritagliare degli spazi per loro, funzionali a certe specifiche attività e divisi in compartimenti stagni (favorendo una segmentazione della loro esperienza di crescita in ragione delle necessità degli adulti: l’angolo o la stanza dei giochi in casa, la palestra in cui muoversi, la ludoteca dove giocare, ecc.), quanto per attraversare i luoghi con la sensibilità dei bambini, con la curiosità e la creatività loro propria.

Gli orizzonti del possibile, questo il titolo del rapporto, offre evidenze sufficienti a capire che i bambini vivono sempre più di frequente nelle città, soprattutto in quelle di grandi dimensioni; poco meno di 40 bambini su 100 vivono nelle 14 città metropolitane del nostro paese; in città come Roma, Napoli, Milano e Torino la densità di minori è la più elevata e supera i mille bambini per chilometro quadrato. Non sempre, però, gli spazi urbani sono accoglienti o la partecipazione alla vita sociale dei più piccoli viene sostenuta adeguatamente. Non solo si è lontani dal riconoscere i bambini come portatori di “agency”, ossia come attori in grado di prendere parte alla vita sociale, ma spesso mancano o sono molto carenti quegli spazi che consentono loro di esprimersi adeguatamente e che dovrebbero essere organizzati per la tutela del loro sano sviluppo psicofisico: le scuole, gli spazi verdi, le abitazioni. Queste ultime prima di tutto, anche per il loro essere il luogo degli affetti e del calore familiare. Le immagini – oltre ai racconti – delle periferie di molte nostre città (spesso anche quelle di piccole realtà urbane) restituiscono la latitanza delle politiche abitative e la debolezza della regolazione pubblica. L’occupazione e l’abuso dello spazio hanno favorito la costruzione di veri e propri quartieri gabbia, periferie sociali, eterotopie, “circuiti chiusi” – per usare la definizione che dà del proprio quartiere un giovane di Brindisi, intervistato per la ricerca. Sempre più di frequente oggetto di attenzione da parte dei media per episodi di violenza e criminalità, quartieri come Tor di Nona o Tor Bella Monaca a Roma, la Sanità a Napoli, Quarto Oggiaro a Milano, sono soprattutto i luoghi in cui si definiscono le esperienze di vita dei più piccoli; biografie che spesso si scrivono esclusivamente nei confini dei quartieri in cui si risiede; o, meglio, nei pochi spazi che, dentro queste periferie e nelle città in generale, sono accessibili ai bambini.

Spazi che possono penalizzare le chance di vita di intere generazioni, soffocare risorse e talenti e in cui matura una crescente povertà (materiale, culturale e relazionale), di cui la pubblicazione offre dati e testimonianze. Spazi nei quali, però, è anche possibile trovare nuove forme di solidarietà, e attraversando i quali si possono iniziare viaggi che attivano capacità inattese.

Sono tante le esperienze di solidarietà organizzata – spesso di mutuo aiuto – che nascono proprio nei quartieri più degradati delle grandi città e che si rivolgono soprattutto ai bambini; prezioso è il lavoro di riscatto delle città che si mette in campo con le esperienze (in diffusione in Italia e nel mondo) delle social street, unendo le potenzialità dei legami virtuali con la necessità di tessere rapporti reali tra chi vive lungo una stessa via. Esperienze molto eterogenee che potremmo ricondurre alla necessità – tutta moderna – di costruire intenzionalmente relazioni sociali, rapporti di solidarietà, dialogo intergenerazionale. E che non possono prescindere dal desiderio di radicarsi in un luogo.

Nei limiti che le città presentano compare anche la capacità dei più giovani di farsi spazio, di muoversi anche nei tuguri urbani sperimentando nuovi gradi di libertà. Al desiderio di maggiori opportunità di movimento, così come al bisogno di appropriarsi dei luoghi, risponde la cosiddetta arte dello spostamento: il “parkour”, una disciplina che mette in competizione il corpo (e la sua energia) con il cemento (e la sua fissità). Traduce, come si legge nell’introduzione del rapporto di Save the Children, la capacità dei più giovani “di trovare modi nuovi per superare, aggirare gli ostacoli che si trovano quotidianamente davanti, di aprire percorsi nell’ambiente che li circonda, di attribuire significati alternativi ai paesaggi scialbi in cui vivono, di ricercare bellezza dove più manca”. Modalità espressive nuove – questa del parkour, come la street dance e l’hip hop – che coesistono con la riedizione di giochi più noti – come il nascondino o il calcio in strada – e che, non solo traducono la capacità di bambini e ragazzi di affrontare le barriere di cemento che li circondano, ma sono una sfida per gli adulti che abitano gli stessi luoghi. Sicuramente lo sono perché richiedono uno sguardo più attento su manifestazioni di vitalità spesso etichettate negativamente e ricondotte al degrado della vita urbana. Ma lo sono anche perché esempio di una capacità umana ancora esperibile, quella di conoscere l’ambiente circostante senza perdersi.

La creatività dei più piccoli e l’attenzione degli adulti nei loro riguardi potrebbero essere le risorse più affidabili, oggi, per ri-qualificare – riportare a valore collettivo – le nostre città. Questo uno dei messaggi che ci sembra di cogliere fra le righe dell’Atlante.

Bio dell’autore  / Sabina Licursi: sociologa, insegna Comunità società e politica nel Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università della Calabria. Ha pubblicato numerosi contributi di ricerca su riviste e volumi, tra cui: Educazione, memoria, generi e generazioni. Come si può affrontare la questione educativa (con P. Fantozzi, Salerno 2012), Governance e partecipazione politica. Teorie e ricerche sociologiche (con G. Marcello, Milano 2012), Sociologia della solidarietà (Roma 2010), Bambini e ragazzi da non dimenticare. Rapporto di ricerca sull’accoglienza dei minori in Calabria (con G. Marcello, Salerno 2010).

Terrorismo e lucidità

Charlie

Comunità / Terrorismo e lucidità di Andrea Lorenzo Capussela

È verosimile che gli autori della carneficina alla redazione di Charlie Hebdo non volessero solo far tacere quelle voci, perché altre prenderanno il loro posto, ma anche seminare terrore, spavento, sospetto nella società francese ed europea, al fine, presumo, di suscitare conflitti e tensioni dai quali loro progettano di ricavare un vantaggio politico o materiale (il terrorismo è anche una professione, per chi sopravvive all’azione). Se questo è vero, il loro principale avversario è la nostra lucidità. Perché tensioni e conflitti possono nascere solo da una nostra reazione sbagliata. Ma non tutte le reazioni ai fatti di Parigi sono state lucide, incluso in Italia. Continua a leggere

Poco dopo la strage Lucia Annunziata, direttore di Huffington Post, scrive: «Questo succede oggi a Parigi, questo succederà in tutti i nostri paesi. Prendere atto di questa realtà, dirci che la guerra ci ha raggiunti, di nuovo, dopo settanta anni, non è per nulla semplice».

Non è per nulla semplice perché non è vero. Per fare la guerra bisogna essere in due, e noi possiamo scegliere se accettare o rifiutare la guerra che i terroristi ci propongono. Non siamo la Polonia del 1939, la Francia e il Belgio del 1940, o l’Unione Sovietica del 1941, per le quali rifiutare l’opzione militare equivaleva a capitolare: noi possiamo scegliere se accettare il duello o lasciare il guanto per terra, dichiarando lo sfidante indegno di attenzione e meritevole solo della legge penale. Non sarebbe lucido accettare la guerra voluta dai terroristi di Parigi, o dai loro predecessori di New York, Londra e Madrid. La ragione meno solida è la più evidente: siccome sono i terroristi a volere questa guerra, e siccome si dichiarano nostri avversari, è molto probabile che la guerra sia nel loro, e non nel nostro, interesse.

E invece Annunziata prosegue così: «cominciamo a pensare a nuove politiche, ad interventi di difesa seri. Chiediamo alla politica di fornirci un piano di preparazione militare, un progetto di messa in sicurezza chiaro…».

Non serve nessuna preparazione militare. Al massimo un poco più di attenzione della polizia, ma non troppa: un attacco riuscito non significa che le difese non funzionano, e non accetterei il Leviatano in cambio del miraggio della sicurezza totale. Ciò che soprattutto serve è mantenersi saldi sui nostri principi, e magari riflettere più a fondo su come meglio combinare l’integrazione delle crescenti minoranze di origine mediorientale e nordafricana con l’intransigenza sulle libertà fondamentali, in modo da aiutare quelle minoranze a vedere quanto insensata sia l’opzione dei terroristi. Combinare integrazione e intransigenza è difficile, e dubito esista un equilibrio valido sempre e ovunque: occorrerà continuamente riflettere e rivedere le soluzioni adottate. In tema di laicità dello stato, ad esempio, esistono margini di miglioramento sia nelle democrazie ai muri delle cui scuole pubbliche pendono simboli religiosi, sia in quelle che regolamentano l’abbigliamento femminile. Ma dobbiamo fare questo sforzo non solo perché è giusto, ma anche perché ciò che i terroristi vogliono suscitare è proprio una nostra reazione ostile a quelle minoranze, che sola darebbe credibilità al loro messaggio.

Ho preso ad esempio l’articolo di Annunziata per le sue frasi così nette. Ma  Umberto Eco dice esattamente le stesse cose: «c’è una guerra in corso e noi ci siamo dentro fino al collo, come quando io ero piccolo e vivevo le mie giornate sotto i bombardamenti… Con questo tipo di terrorismo, la situazione è esattamente quella che abbiamo vissuto durante la guerra».

Più diffusa è la versione deteriore di queste tesi, che trae dalla metafora della guerra la sua naturale conseguenza. Il Corriere, in particolare, è tornato a Oriana Fallaci («Oriana», più precisamente), che già aveva irresponsabilmente eretto a principale commentatrice dell’11 settembre e del seguito. Il che mi pare triplicemente assurdo: perché un’intervista del 1970 a una terrorista palestinese secondo la quale i neonati israeliani sono obiettivi legittimi (Sabato 10 gennaio) non getta alcuna luce sugli eventi di questa settimana, e serve solo ad accrescere l’eccitazione; perché quella linea di pensiero ha prodotto l’invasione dell’Iraq, per citare il caso più grave, provocando una sequenza di eventi il cui esito provvisorio ha per nome «ISIS»; e perché, in ogni caso, i nemici dell’Occidente hanno sempre avuto la scortesia di trascurare l’Italia.

Infatti nostri alfieri dello scontro di civiltà devono aver patito non poca frustrazione a non poter mostrare nessuna ferita – e nessuna medaglia, francamente – ai loro corrispondenti americani, inglesi, francesi. E allora appena ne hanno l’occasione compensano con un ardore che a Parigi, Londra e New York rischia di apparire fuori luogo. Leggete Piero Ostellino, per esempio. Ma anche Emanuele Severino, che sempre sul Corriere di Sabato 10 gennaio ci rassicura: «L’Occidente non ha perso», e in ogni caso, se anche «l’Islam» vincesse, sarebbe poco male perché presto diventerebbe come noi.

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Per fortuna. Ma allora converrà prima chiarirsi, tra noi e i saraceni, su cosa sia l’Occidente. Severino certo lo sa, ma il lettore medio del Corriere forse no. Ad esempio: è Atene o Sparta? Kant o Goebbels? Jean Moulin o Jean Marie e Marine Le Pen? Dick Cheney, che prima autorizzò e ora difende l’uso della tortura; Barack Obama, che l’ha vietata e ufficialmente rivelata ma non intende punirla; o le associazioni per i diritti umani e le libertà civili, che gli chiedono di processare i torturatori? È ovvio che tutto questo è Occidente. È meno ovvio come una cosa così multiforme possa essere in guerra una cosa altrettanto polimorfa come «l’Islam» (la maggioranza dei funzionari della banca centrale di uno stato musulmano – la Malesia – sono donne, ad esempio: funzionarie, non segretarie).

Altri importanti quotidiani europei non si domandano se l’Occidente abbia perso o quando l’Islam vincerà, ma parlano di Europa. In particolare, un commento sul Guardian (Natalie Nougayrède, 13 gennaio) nota come la strage di Parigi abbia suscitato commozione e partecipazione in tutto il continente, molto più di quelle di Madrid e Londra, e si domanda se essa, insieme alla crisi ucraina, che tuttora minaccia la pace del continente, potrà finalmente favorire la nascita di un ‘demos’ europeo, e quindi di una vera unione politica europea. Le nostre timide classi dirigenti hanno fatto colpevolmente poco in questa direzione, preoccupate più di seguire che di guidare le opinioni pubbliche, e ora alcuni addirittura assurdamente propongono di restringere le libertà di movimento di Schengen. Ma sarà difficile rispondere loro se si guarda agli eventi attraverso la lente dello scontro di civiltà e non attraverso quella dell’inclusione sociale e dell’integrazione europea.

Bio dell’autore  / Andrea Lorenzo Capussela: nel triennio 2008–11 ha guidato l’ufficio economico della missione internazionale che sorvegliava la formazione del nuovo stato del Kosovo. Nel periodo 2011–14 ha lavorato come consigliere del ministro dell’economia di Moldavia, sempre per conto dell’UE. Si è dimesso per terminare un libro, State-Building in Kosovo, che esce a Londra a marzo 2015, e tentarne di scriverne un altro; lavora anche sullo sviluppo di un’area della Calabria, intorno a Sibari, nel progetto Luoghi Idea(li) promosso da Fabrizio Barca.