Evitare Grexit di Bernardina Algieri

Yiannis Tsaroychis

Luoghi / Evitare Grexit di Bernardina Algieri

Il nuovo governo greco, guidato da Alexis Tsipras, ha bisogno urgente di finanziamenti per far fronte, innanzitutto, agli impegni presi durante la campagna elettorale con gli elettori e nello stesso tempo per sollevare il paese dalla difficile situazione nella quale si trova.
Il governo greco sa che le casse dello Stato sono vuote o quasi e che non c’è alcuna possibilità che il paese possa risolvere il problema con le proprie risorse; c’è pertanto urgente necessità di aiuti e dell’intervento esterno della UE per uscire dalla grave crisi Continua a leggere

e per dare speranza al popolo ellenico.

La situazione oggettiva è questa, ma come si stanno comportando i protagonisti (il governo greco e le istituzioni europee)?

Finora si è assistito ad un braccio di ferro inutile fra Atene e l’Eurogruppo, non si è manifestata la volontà di comporre le divergenze e trovare una ragionevole soluzione e le polemiche, le minacce cui stiamo assistendo non aiutano e non portano alcun beneficio né alla Grecia, né alle istituzioni europee.

Le politiche di austerità praticate finora non hanno sortito i risultati sperati, ma hanno reso i cittadini più poveri e più disuguali, perciò le istituzioni europee devono prendere atto del fallimento e dovranno pensare ad attuare riforme economiche e regole nuove che tengano in conto la dignità del popolo.

Il governo greco, da parte sua, visto il momento delicato che il paese sta attraversando e visto gli impegni che precedenti governi avevano preso (e che dovranno essere rispettati), non può tergiversare in discussioni inutili e fuorvianti; gli viene chiesto di presentare un programma di riforme ben definito, solido e completo, lo presenti. È questa la condizione necessaria perché l’Europa sblocchi gli aiuti programmati.

Se la Grecia vuole evitare il default non ha tempo da perdere. Bisogna che si facciano tutti gli sforzi possibili per scongiurare situazioni destabilizzanti. Il default produrrebbe problemi enormi e disastrosi, quali il collasso dell’attività economica, la disoccupazione, la perdita di credibilità della Grecia e avrebbe conseguenze negative sulla fiducia nell’UE per non aver saputo fronteggiare l’insolvenza; c’è poi da considerare la perdita economica degli stati creditori e il pericolo che Atene esca dalla sfera europea ed entri in quella russa o cinese.

Il ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis, al recente workshop Ambrosetti di Cernobbio, ha avanzato proposte apprezzate dai presenti, ma non giudicate sufficienti dall’UE. Lunedì 16 marzo la Grecia ha pagato al Fondo Monetario Internazionale una tranche di debito di 584 milioni di euro, nei prossimi giorni ne pagherà un’altra in scadenza. Giovedì 19 marzo si è svolto un vertice a Bruxelles con Alexis Tsipras, Angela Merkel, Francois Hollande, Jean Claude Juncker e il governatore della Bce Mario Draghi; il 23 marzo a Berlino si sono incontrati la Cancelliera tedesca e il primo ministro greco. Gli incontri si stanno intensificando, si spera ora in un rapido e buon esito del negoziato in atto.

Bio dell’autore / Bernardina Algieri: insegna Economia Internazionale presso l’Università della Calabria, Dipartimento di Economia, Statistica e Finanza. Svolge attività di ricerca principalmente nei campi della Macroeconomia Internazionale, della Macro-finanza e dell’Economia delle Risorse e Turismo.

La bellezza civile perduta di Piero Bevilacqua

John Constable
John Constable
Luoghi / La bellezza civile perduta di Piero Bevilacqua

La lingua latina possiede due termini sinonimi per indicare la città: urbs, riferito alla struttura, agli edifici, le strade, le piazze, e civitas, Quest’ultimo sta a indicare la comunità dei cittadini. Ma non semplicemente il loro insieme demografico, anche la loro soggettività, il loro essere consapevoli di appartenere a uno spazio speciale, con le sue regole, i suoi agi rispetto alla campagna, la sua bellezza. Non per niente da quella stessa radice viene il termine civiltà. Parola scomparsa dal   lessico corrente, troppo altisonante per le nostre società, dove governanti e governati si accontentano Continua a leggere

con modestia di qualche punto di Pil. Eppure alcuni vecchi termini della nostra civiltà linguistica – manipolati oggi dal servilismo anglofilo dei media – dovremmo disseppellirli, farli risplendere di nuovi significati.

Lo scorso anno lo ha fatto suggestivamente Giancarlo Consonni (La bellezza civile. Splendore e crisi delle città, Maggioli). La bellezza civile, espressione coniata da Giambattista Vico, dovrebbe tornare in uso a significare una aspirazione delle nostre comunità cittadine, che l’hanno a lungo perseguito e realizzato. Lo stare insieme entro ordini e spazi in cui la bellezza delle forme urbane dovrebbe tendere ad armonizzarsi con le virtù civiche, l’osservanza delle leggi intesa come rispetto degli altri, il sentirsi comunità cooperante al fine di conseguire scopi superiori di prosperità comune, di umanità e cultura.

Se osserviamo oggi Roma sotto il profilo della civitas comprendiamo alcuni fenomeni importanti. Lo stile di vita dei cittadini, la loro condizione, influisce direttamente sull’urbs, ne oscura le forme, deturpa la sua bellezza. Consideriamo solo un aspetto, ma rilevante, della vita dei romani: il modo in cui si spostano nello spazio della città. Il traffico privato su gomma, l’uso dell’automobile è cresciuto di anno in anno, emarginando costantemente il trasporto pubblico. Il numero dei veicoli in città tende a superare quello dei cittadini: 978 ogni mille abitanti, compresi vecchi e bambini, ricordava l’anno scorso Francesco Erbani in Roma. Il tramonto della città pubblica (Laterza). I km delle linee di metropolitana sono inferiori perfino a quelli di Atene, di Bucarest, di Teheran. Nella città che negli ultimi decenni è stata costruita secondo gli interessi di pochi, senza linee ferrate, accade che ognuno si sposta da sé, con la propria auto, con danno e svantaggio di tutti. Con svantaggio, perché il traffico cittadino è ormai ridotto a un ingorgo permanente, ci si muove a fatica, sempre più lentamente. Con danno, per la crescita dello smog e del particolato nell’aria che tutti respiriamo, per l’usura dei monumenti, la diffusione dello sporco sugli edifici, la cancellazione visiva del paesaggio urbano.

Chi gira per Roma scorge sempre meno le sue forme sontuose e sempre più le sue piazze e le sue strade e occupate da una fitta fila di auto in sosta. Ci sono quartieri dove la densità di quelle scatole metalliche, che satura lo spazio di ogni piazza, strada, marciapiede fa pensare a un assedio permanente. Dà al cittadino che passa un senso di soffocamento.

Roma è ormai un unico, immenso parcheggio, un dormitorio, un cimitero di macchine all’aperto. Tale condizione dell’urbs a sua volta svuota la civitas dei romani, abbrutiti dentro un paesaggio di latta che li deprime, li spinge a cercare soluzione personali, a farsi orientare ancora più perversamente dall’ideologia individualistica dominante, la grande nemica della città. Si arrangiano e cercano di sopravvivere nel caos coi propri mezzi. E il circolo vizioso trascina tutti verso il buco nero del disagio collettivo crescente, dello spreco di tempo, dell’inagibilità dello spazio, dell’infelicità urbana.

Dove può andare una città infelice? Quali fini di civiltà può assegnarsi? E allora, tremenda domanda: come spezzare il circolo che strangola la capitale?

Non è facile trovare la “formula che ci salvi” dopo decenni di occupazione caotica del territorio, dopo aver riempito i dintorni di Roma di centri commerciali che richiamano traffico veicolare da ogni punto della città. Si può indicare qualche stretto sentiero d’avvio. Oltre a quelli noti e costosi: la rete della metropolitana. Una ventina di anni fa tante strade di Roma, anche in quartieri periferici, erano state contrassegnate come corsie preferenziali. Riservate agli autobus e ai taxi. Ben presto sono diventate parcheggi permanenti di auto in sosta. Il tempo poi ha finito col cancellarle. Infine sono state in gran parte trasformate, anch’esse, in strisce blu per le auto dei residenti. Ecco, una iniziativa importante potrebbe essere quella di ritornare indietro: cominciare, un quartiere alla volta, a ridisegnare le corsie preferenziali, almeno nelle strade di grande scorrimento.

Occorre aprire un varco di convenienza ai cittadini che usano i mezzi pubblici, rendere i loro spostamenti più veloci, più economici, più agevoli rispetto alle auto. Per una tale iniziativa bisogna essere consapevoli che la mano pubblica, il governo cittadino deve imporsi sugli interessi particolari e disordinati dei singoli. Occorre dare man forte al sentimento della civitas, al sentirsi membri di una stessa comunità con comuni bisogni, obbligati a regole collettive. Si rende insomma necessario ricreare un nuovo disciplinamento civico. Perciò il potere pubblico deve scoraggiare l’uso privato della macchina. Questo avviene ormai da decenni in gran parte delle le città d’Europa, sicché, con ogni evidenza, la civiltà urbana coincide apertamente, da Berlino ad Amsterdam, da Oslo a Stoccolma, con l’assenza di automobili dai suoi spazi.

Scoraggiare i cittadini dall’uso dell’auto privata non solo incoraggia il ricorso a nuove forme di trasporto, come il car sharing, ma incide in maniera rilevante sul bilancio delle famiglie. Il possesso dell’automobile, talora anche due e tre per famiglia, è sempre più costoso e altera lo stile di vita, la scelta dei consumi. Quanto danaro si spende per l’acquisto di un’auto, per l’assicurazione, la tassa di circolazione, la manutenzione, le riparazioni periodiche, le multe, l’acquisto di carburante? E quanto tale spesa spinge a risparmiare sull’acquisto di libri e giornali, accesso ai musei e ai concerti, sulla qualità del cibo, che dovrebbe essere invece al primo posto nella gerarchia dei consumi di un cittadino italiano del nostro tempo?

Così il governo cittadino potrebbe incoraggiare una svolta culturale importante, ridare vigore a una nuova civitas, anche marcando politicamente la propria condotta con un gesto di giustizia sociale. I mezzi pubblici servono soprattutto ai tanti cittadini che la macchina non la possiedono o non possono guidarla perché anziani. La città un tempo apriva le braccia a tutti e ha inventato istituzioni per i più deboli ed emarginati. Occorre smettere di offrire i suoi spazi agli appetiti disordinati dei più forti. Anche partendo delle città si può cominciare a colpire le disuguaglianze sociali, la peste che spazza e annichilisce le società del nostro tempo.

Bio dell’autore / Piero Bevilacqua: è ordinario di Storia contemporanea all’università di Roma La Sapienza. Ha fondato e diretto la rivista “Meridiana”. Ha pubblicato numerosi saggi e volumi tra i quali: Calabria (a cura di, con A. Placanica, Torino 1985), Breve storia dell’Italia meridionale dall’Ottocento ad oggi (Roma 1993), Venezia e le acque (Roma 1995), L’utilità della storia. Il passato e gli altri mondi possibili (Roma 2007), Miseria dello sviluppo (Roma-Bari 2008), Elogio della radicalità (Roma-Bari 2012).

 

La Grecia e il debito

Jannis Kounellis

Luoghi / La Grecia e il debito di Bernardina Algieri

Il debito della Grecia ammonta oggi a 330 miliardi di euro pari al 175% del suo PIL; la disoccupazione è al 27%, quella giovanile è oltre il 60%; la gran parte della popolazione è allo stremo: tre famiglie su dieci vivono sotto la soglia della povertà. Il quadro economico del Paese è disastroso. La politica di austerità imposta dalla UE non ha prodotto gli effetti pronosticati. Nelle elezioni del 25 gennaio scorso, i greci si sono recati alle urne, riponendo con fiducia le loro speranze in Alexis Tsipras, Continua a leggere

leader di Syriza, il partito della sinistra radicale che durante la campagna elettorale ha promesso la riduzione di tagli alla spesa pubblica, ha annunciato il non rispetto del piano di austerità imposto dall’Unione Europea, ha promesso altresì la richiesta della cancellazione di gran parte del debito che il Paese ha nei confronti dei creditori internazionali minacciando la fuoriuscita dall’euro.

Con questo disegno chi è esposto al rischio greco? Secondo gli ultimi dati disponibili, i paesi più esposti sono, nell’ordine, la Germania con 56,47 miliardi di euro, la Francia con 42,41 e l’Italia con 37,27, seguono poi la Spagna con 24,76 e i Paesi Bassi con 11,89. La nuova Grecia di Tsipras chiede oggi nuova solidarietà e la rinegoziazione degli accordi stipulati con la cosiddetta troika (Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea e Commissione Europea).

Le possibili ripercussioni dei mutamenti negli orientamenti delle politiche economiche e nella gestione del debito pubblico della Grecia alimentano le preoccupazioni per la coesione dell’Area Euro. La Grecia aveva già ricevuto aiuti consistenti nel passato in momenti diversi ed è ancora in attesa dell’ultima tranche di contributi prevista nell’ambito dell’attuale programma di sostegno che ammonta a 1,8 miliardi di euro da erogare entro febbraio del 2015. In effetti, fra i fondi ottenuti finora dalla Grecia, il 23% (58 miliardi suddivisi in due diversi programmi) è arrivato dal Fondo Monetario Internazionale e il restante 77% dei prestiti dagli altri paesi europei (45 miliardi attraverso il Greek loan facility) o dal Fondo salva stati (per un ammontare di 144 miliardi). In questo quadro oggi appare difficile far capire ai cittadini tedeschi, francesi, italiani, spagnoli le richieste della Grecia.

Ci si chiede allora “che fare”? Come procedere? Dove vanno cercate le responsabilità? I governi dei singoli paesi dovrebbero avere sotto controllo i propri conti, le proprie risorse umane, culturali, economiche, industriali e strutturali. Dovrebbero esigere il funzionamento corretto delle istituzioni eliminando la corruzione e le politiche clientelari e mettere poi in campo risorse e investimenti in settori strategici. Ciascun governo dovrebbe avere prima un piano corretto d’azione e poi chiedere aiuti. La richiesta di cancellazione del debito della Grecia non è praticabile. L’Unione Europea non può cancellare il debito greco, non può creare un precedente. Il debito è presente in altri paesi dell’Unione perciò bisogna pensare a cosa accadrebbe se la richiesta di cancellazione fosse presentata da altri per esempio l’Italia o la Spagna. La questione del debito, infatti, è un problema che interessa anche il nostro Paese, data la sua dimensione e l’onere per interessi che grava sulle casse del nostro Stato. Si svilupperebbe di certo un effetto domino per quei paesi dell’euro zona con le finanze più “allegre”.

Che fare allora? Dialogare, impostare nuove politiche economiche e trovare una soluzione accettabile. Dare solidarietà al popolo di Atene per altre strade. Già il “quantitative easing” di Draghi, ossia l’immissione di liquidità nel sistema economico, potrebbe venire in soccorso della Grecia. Ulteriori possibili soluzioni potrebbero essere un accordo politico di riduzione negli interessi del debito che attualmente hanno superato il 10% sui titoli di stato greci a dieci anni contro lo 0,35% della Germania; un aggiuntivo allungamento dei termini di pagamento del debito in modo da dare più fiato all’economia ellenica. In sintesi le istituzioni europee dovrebbero permettere alla Grecia di poter sostenere il debito.

Il vento del cambiamento di Tsipras è appena iniziato a soffiare e si aspetta fiduciosi un cambio di marcia dell’economia greca che parta dal rilancio della crescita attraverso la ripresa degli investimenti, la riduzione dell’evasione fiscale e un buon utilizzo delle risorse pubbliche. La linea d’azione proposta dal neo ministro Yanis Varoufakis, il cosiddetto “menu di swap (scambio) sul debito” che prevede di scambiare il debito con due nuovi tipi di “bond” – uno indicizzato alla crescita economica, per cui più Atene cresce più salirebbero gli importi pagati ai creditori internazionali inclusi i finanziatori italiani, l’altro definito “bond perpetuo” che sostituirebbe i titoli di Stato greci in mano alla BCE – va in questa direzione. L’allentamento quindi delle politiche di austerità, come sostiene l’attuale governo di Tsipras, favorirebbe la ripresa greca e metterebbe il paese ellenico nelle condizioni di rispettare gli impegni assunti precedentemente e nello stesso tempo permetterebbe alle istituzioni europee di conservare la propria credibilità.

Bio dell’autore / Bernardina Algieri: insegna Economia Internazionale presso l’Università della Calabria, Dipartimento di Economia, Statistica e Finanza. Svolge attività di ricerca principalmente nei campi della Macroeconomia Internazionale, della Macro-finanza e dell’Economia delle Risorse e Turismo.

Ri / vedere il paesaggio

Luoghi / Ri/vedere il paesaggio > la tua idea di risorsa locale

Nota  redazionale / Carissimi, come ricorderete, l’appuntamento dello scorso febbraio ha permesso di avviare una serie di incontri, su un tema che ci sta particolarmente a cuore, incentrato sullo sviluppo delle aree interne. In quell’occasione, invitando i presenti a rispondere ad un questionario, Slega ha condiviso un’idea avviata nell’ambito del progetto LecasediSmesse: Ri/vedere il paesaggio. Il titolo e la finalità rappresentano un suggerimento su come nuovi approcci, linguaggi, metodi di lettura della realtà possono contribuire a comunicare e sviluppare le tematiche legate ai bisogni del territorio e alla sua costante trasformazione. Le vostre risposte sono state Ri/viste sotto forma di mappa illustrata. Le pagine, che potrete visualizzare aprendo l’ allegato, rappresentano un punto di partenza per le molteplici ipotesi percorribili non solo per Ri/vedere ma anche per Ri/vedersi in maniera differente e fantasiosa. Pagine visibili in formato PDF. Apri il Documento .

Impressioni meridionali


Luoghi / Impressioni meridionali di Claudia Langer

Il Meridione per me è una scoperta relativamente recente. Ho iniziato a conoscerlo dal lembo più a Sud: la Sicilia. Io sono tedesca e ho scoperto l’Italia, l’italianità e soprattutto la meridionalità grazie al mio compagno: negli ultimi tre anni ho vissuto lunghi periodi in Sicilia cercando di andare a fondo per comprendere questo mondo, apparentemente così distante dal mio. Continua a leggere

La Sicilia e tutto il Sud in generale non sono sicuramente luoghi che passano inosservati, nel bene e nel male hanno una loro fortissima identità, un’immagine dalle tinte forti che rimane impressa, un’immagine accesa in grado di cogliere tutte le sue sfumature di colore. Anche per me Süditalien era uno di quei luoghi mitizzati, una “culla della civiltà”, ricco di tante bellezze ambientali e culturali ma al tempo stesso estremamente  problematico, “selvaggio”, una struttura di società molto distante dalla mia.

Le impressioni maturate rispecchiano forse in parte l’imprinting iniziale. Il Sud non ha compromessi: è il luogo della bellezza estrema ma anche della profonda depressione, un luogo in cui i contrasti sembrano convivere in maniera quasi naturale.

A parte la Sicilia, la mia conoscenza del Sud, è essenzialmente legata ad un unico filo conduttore, un leitmotiv, che mi ha portato a riconoscere molti suoi comuni denominatori.

Riprendendo la metafora sciasciana di Sicilia come di un continente in miniatura, posso dire di aver conosciuto tanti Sud; la Germania ha al suo interno molte differenze, in alcuni casi anche profonde: l’Italia del Sud però è un vero e proprio universo con tutte le sue varietà. L’aspetto che più mi ha impressionato è la rapidità con cui variano i contesti, in pochi chilometri si passa dal mare alla montagna, dal caldo al freddo e con la stessa velocità si alternano bellezze struggenti  e degrado puro, il tutto in maniera assolutamente repentina.

Non tutto mi è però pienamente comprensibile. Mi è difficile capire il perché alcuni aspetti apparentemente basilari della società non possano funzionare (penso ad esempio ai trasporti o alla raccolta della spazzatura, o anche all’assenza di infrastrutture); non comprendo perché i cittadini non facciano valere alcuni dei requisiti fondamentali che sono alla base del diritto di cittadinanza: pensando all’Italia come ad una nazione di respiro europeo mi è difficile ammettere che questi diritti non vengano recriminati, e che questo non venga fatto con forza e determinazione. Non è ammissibile che l’Italia proceda a due velocità: il Sud deve e può essere messo nelle stesse condizioni del Nord.

Da tedesca ho vissuto la riunificazione delle due Germanie; il divario era nettamente più radicale ma la volontà di garantire un unico diritto di cittadinanza tra gli abitanti di un’unica nazione ha fatto fare alla parte Est grandissimi passi in un tempo estremamente breve. Mi chiedo perché la questione Meridionale duri da così tanto tempo? La sensazione che ho maturato è che probabilmente buona parte delle classi dirigenti nazionali e meridionali abbiano in realtà vissuto  e tratto vantaggi dal mantenere lo status quo piuttosto che avviare delle reali dinamiche di sviluppo,  di crescita e di inclusione sociale: solo così posso giustificare un divario ormai più che centenario! E’ mancata o forse non si è mai voluta costruire una “visione” che contemplasse il vero sviluppo!

L’indole dei meridionali è estremamente flessibile, calda ed accogliente: questo per me rappresenta una grandissima qualità che rende questi luoghi ricchi di genuina umanità. Non condivido però l’eccessiva indulgenza e quasi il compiacimento nel considerare ciò che non va e che assolutamente dovrebbe essere migliorato. Il Meridione, da molti meridionali, viene visto come un malato cronico, inguaribile: una diagnosi che la storia di questi luoghi non mi porta assolutamente ad accettare!

Nella mia immagine di Sud, per alcuni aspetti romantica, mi sembra di vivere in prima persona le pagine di storia e di arte che questi luoghi, bellissimi, sottoposti ad un continuo mix di influssi culturali hanno saputo regalarci nell’arco di più millenni: qui la storia si respira profondamente e forse come in nessun altro luogo sembra di poterla toccare con mano: è però assurdo che questo patrimonio sia così poco valorizzato.

Vista dell’Etna e della Baia di Naxos dal Teatro Greco di Taormina

 

Il mio punto di vista è sicuramente non tecnico, non sono economista e neanche sociologa, ma da semplice cittadina mi sembra di vedere un grande patrimonio poco o nulla valorizzato: innanzitutto quello storico-artistico, ambientale ma anche le inespresse risorse intellettuali, soprattutto tra i giovani, e le potenzialità di un’agricoltura che non ha ancora fatto il salto di qualità. In Germania ho conosciuto tanti italiani, moltissimi meridionali, persone che per il loro patrimonio personale e culturale hanno avuto successo: mi spiace però che non abbiano avuto l’opportunità, pur volendolo, di dare il meglio di sé nei propri luoghi di origine: una così massiccia esportazione di cervelli è anche sinonimo di un graduale impoverimento culturale.  Mi sembra insomma che al Sud ci siano tante eccellenze, tante individualità di primissimo piano che però difficilmente riescono ad emergere: è veramente difficile far sistema.

Altro aspetto che reputo essere alla base per una concreta ripresa culturale ed economica è la profonda destrutturazione del potere criminale: in un vero Stato di diritto il rispetto della legge è un requisito essenziale. Il Sud si porta il fardello di un’immagine macchiata e in parte stereotipata dalla criminalità: all’esterno è spesso associato, seppur in maniera impropria, all’idea di mafia.

La cosa che invece realmente mi infastidisce sono proprio gli atteggiamenti di sopruso, la piccola prevaricazione e il mancato rispetto delle regole, che sono molto spesso bonariamente tollerati.  Posso riportare quasi a metafora di questo una figura che qui ho imparato a conoscere: il posteggiatore abusivo. Il fatto di ricevere la velata intimidazione a pagare qualche euro in cambio della custodia dell’auto disturba la mia sensibilità di cittadina. Ciò che mi colpisce di più è proprio l’incuranza delle persone per dettagli come questi che però, visti nel loro insieme, sono sintomatici di un diffuso comportamento malato che si è radicato in questa società. In un certo senso ho percepito una mancanza di Stato accompagnato ad un comportamento indulgente della persone che sono pronte a ricevere con bonaria rassegnazione il piccolo sopruso quotidiano. Ciò che mi crea profonda indignazione da molti viene visto quasi come un aspetto di folklore. Una presa di coscienza è fondamentale: insomma vorrei vedere che anche la popolazione iniziasse a richiedere in maniera forte ed efficace i propri diritti di legalità e di cittadinanza. Risolvere questi problemi mi sembra tutt’altro che impossibile: è importante che vi sia una volontà alla base. In questo però le istituzioni sane, mi riferisco a tutte quelle anime della società che vogliono realmente generare un cambiamento, e una buona politica hanno di sicuro un ruolo cruciale per far compiere il salto di qualità.

Nel bene e nel male la mia idea di Sud è quella di un gioiello bellissimo che, pur nella sua trasandatezza, riesce sempre ad incantare. In questi luoghi e in queste persone vedo estremo entusiasmo ed immense potenzialità: vedo però anche la difficoltà nel compiere l’ultimo e più concreto passo: “cambiare marcia” per far realmente accadere le cose!

Bio dell’autore / Claudia Langer, giurista, ha conseguito il dottorato di ricerca in Diritto della proprietà intellettuale internazionale presso il “Max Planck Institut” di Monaco. Lavora presso l’Ufficio Marchi e Brevetti di Monaco dipendente dal Ministero della Giustizia Tedesco.

 

Calabria, non un’altra Italia


© Silvia Destito

Luoghi / Calabria, non un’altra Italia di Domenico Cersosimo

Calabria, universo estremo.

Residuo fisso della grande trasformazione italiana postunitaria. Punto apparentemente più resistente e impermeabile alla modernità economica e sociale. Concentrato disordinato di patologie inestricabili e inguaribili. Una regione che accentua nel tempo i suoi mali, in grado di inocularli nei corpi sani del paese, che guasta economie e tessuti civili, attraverso tortuose geometrie quasi mai completamente afferrabili. Una ferita territoriale immedicabile che rinfocola un fascino narrativo ineguagliabile. Continua a leggere

Sono queste le rappresentazioni standard della nostra regione. In Calabria e fuori. In Italia e all’estero. Anche nei racconti aneddotici più rarefatti e magistrali. Anche nelle più succose e pensose analisi sociologiche. Non c’è scampo: il riflesso condizionato incolla al “mistero doloroso”, al “male oscuro” di una terra tetragona alla fisiologia. Meglio: capacità rara di cambiare in peggio, lungo il piano inclinato della progressiva devastazione antropologica e dello smottamento spaziale del male dai minidistretti delle ‘ndrine locali verso Nord, le banche, le borse, i casinò, gli american bar e le sofisticatissime casematte dei circuiti economico-finanziari della nuova globalizzazione.

Iper-arretatezza e iper-modernità sembrano connotare la cifra altera dell’evoluzione calabrese dell’ultimo ventennio. Vite arcaiche e bestiali nelle piccole Saigon della Locride e vite di frontiera a Roma, Milano, Amburgo. Carne in scatola e fichi secchi trangugiati in bunker sottoterra in Aspromonte e caviale e champagne gustati in locali à la page in Via Veneto nella capitale. Racket primordiale a Reggio e ingegneria finanziaria fine nella City. Due aspetti della stessa essenza. Una terra di contrasti e vischiosità dove è quasi impossibile tirare linee nette di separazione tra ordine e disordine, vittime e carnefici, legalità e illegalità. I reportage e le narrazioni presidiano ovviamente gli estremi: i bruti e i maghi della produzione di moneta a mezzo di moneta. Sorvolando con scioltezza il cuneo di costrutti intenzionali che consentono la riproduzione nel tempo della doppiezza della ‘ndrangheta. Oscurando, soprattutto, la stretta complementarità tra radicamento arcaico in Calabria e capacità di internazionalizzazione, tra miseria umana locale e ridondante ricchezza globale.

Come qualsiasi altro luogo del mondo, non è facile spiegare e capire la Calabria senza viverci. Non bastano le interviste e qualche scorribanda di pochi giorni, né gli sguardi esterni freddi, disinteressati. Servono estraneità e vicinanza, freddezza e calore. La Calabria si capisce soprattutto se si è interessati al suo destino, se si è convinti che il suo miglioramento è parte del benessere collettivo, non una sua sottrazione. Se si abbandona la comoda logica del transfert, dell’intestare le storture del paese unicamente al Sud e alle sue aree più marginali. La Calabria non è un luogo altero, geneticamente altro, alle prese con meccanismi regolativi unici. Tantomeno un luogo immobile, senza innovazione. Trenta anni fa Gioia Tauro era ancora una promessa mancata, le università allo stato nascente, la Piana di Sibari in prima trasformazione, il terzo settore sfarinato e immaturo.

Osservata dal basso e nel tempo sembra invece un’area nella quale i problemi italiani si presentano con forme più acute e destabilizzanti. Un posto dove la tradizionale penuria di spirito pubblico è esasperata; dove i diritti civili sono meno garantiti che altrove; dove i servizi pubblici sono più carenti e di più bassa qualità; dove la mortificazione della disoccupazione è più drastica; dove la criminalità è più efferata e radicata; dove le classi dirigenti sono di più modesta caratura. Un classico circolo vizioso che si autoalimenta, ma non un’altra Italia.

La Calabria non è un mondo a sé, un eremo improbabile. Non è neppure un luogo cenerentola, misconosciuto e trascurato dallo Stato e dalle politiche pubbliche. Forse non ha ricevuto ciò che sarebbe servito per scalare la via dell’autonomia economica e della crescita sociale autodiretta: i migliori maestri, i più motivati carabinieri, i migliori parroci, i più competenti ingegneri. Sicuramente ha assorbito pessimo Stato e pessime politiche: bidelli, pensioni d’invalidità, indennità miserevoli. Sempre però sotto il vincolo delle reciproche convenienze per le classi dirigenti locali e per le classi dirigenti centrali. Dunque, non funziona neppure il transfert al contrario: prendersela con altri, con lo Stato nazionale, con la Lega, con i giornalisti del Nord. Se la Calabria è un’Italia più critica la responsabilità è soprattutto dei calabresi. Delle loro convenienze a ritagliarsi piccole o grandi rendite nella subalternità e nella modernizzazione passiva, eterodiretta. Dei loro benefici a rimanere chiusi e protetti nelle nicchie, anche se si tratta di nicchie avvizzite e vulnerabili. Della redditizia vista bassa delle nostre élite dirigenti e della convenienza all’exit di tanti.

Macau: where Portuguese met Chinese

Luoghi / Macau: where Portuguese met Chinese of Rachel Cheng

Macau is my hometown where I grew up till 14 years old, therefore having a deep root in this part of the world. Macau has come a long way since being a simple quiet fishing town in the 16th century to today’s 21st century top destination where many travellers would make a trip especially for its new known fame, Oriental Las Vegas. Not mentioning only the time period of a few hundred years, even in my life time of 28 years so far, I have seen so many changes in the past 12 years Continua a leggere

whenever I went back to visit my family, there were always enormous changes economically, culturally as well as in the style of living. Macau is a special administrative region of China, and the label “one country, two systems” coined for Hong Kong also applies to Macau, which means that Macau is autonomous in both political and economic activities with respect to China. The picture below shows the view from our home in Macau showing the 7th tallest tower in the world, the Macau Tower funded by a famous casino king, Dr. Stanley Ho Hung Sun. The bridge in the picture is the third bridge built connecting Macau Penisula to Taipa Island. Macau is composed of 3 main lands, Penisula of Macau, Island of Taipa (used to be an island before it was land-filled till it joined the next island) and the Island of Coloane.

So where is Macau? It is a very small peninsula city situated south-east of China along the coast next to the South China Sea, it is not far away from Hong Kong, which is north of Macau, with an hour sea ride or 15 minutes by air. It had been a Portuguese colony since the 16th century and it was returned to the Chinese government in 1999 after 442 years ruled by the Portuguese. Unlike other colonies, Macau was lent to the Portuguese government instead of being occupied by force like Hong Kong. Believing it or not, there is a long history between Italy and Macau way back in the late 16th century when Michele Ruggieri and Matteo Ricci, two Italian missionaries, arrived in Macau (in ancient time Macau was the place where all the foreigners would arrive before they entered into the mainland of China). Missionaries Ruggieri and Ricci translated Chinese into Latin language; and more importantly, Matteo Ricci , from Macerata, was the first foreigner who could read, write and speak Chinese Mandarin and learned deeply about Chinese culture. He was also known as a great Mathematician and became widely known for his great memory and knowledge of Astrology in China. A school was also built in Macau under his influence and name. The picture below shows an exhibition in 2010 on history of Missionary Matteo Ricci in Macau.

Although Macau is so close to Mainland China, our culture and thinking are so different and are often mixed with Chinese and Portuguese in many ways, e.g. Catholic religion, food, customs, architecture and everyday practices. In the early days of Portuguese settlement like any other place in the world, there were always some conflicts between Portuguese and local Macau people. However, over the years, there have been mixed marriages among Portuguese and Chinese in Macau and we have all become a happy big family sharing each other’s culture and believes. A great example is my sister-in-law who is half Portuguese and Chinese, she follows more Chinese habits e.g. Chinese “dos and don’ts” than I do, while I am 100% Chinese!

Since Macau is such a small city, in my generation (1980’s babies) a lot families who can afford to send their children abroad to study will either choose Australia, USA or UK for high school, university or further educations and this still goes on with the later generations. After studies, youngsters would go back home and bring back what they have experienced and learned from their years of studying and working abroad to Macau. Especially for now, Macau is such a big touristic destination, we have a lot of room to develop like other bigger cities in the world, i.e. Hong Kong or a smaller country Singapore. Restaurants with different cuisines, interior design shops, art shops… People from Macau loves theatres, dramas, art exhibitions, live concerts and musicals and a lot of famous artists have chosen Macau to perform and exhibit their arts instead of other cities in Asia.

Even though Macau is such a small city with an area of just 29.5 km2, it is packed with wonderful surprises, recently in 2005, UNESCO World Heritage site was granted in Macau which is one of the 43 UNESCO World Heritage Sites in China. It represents the uniqueness of city standing in the history naming the Historic Centre of Macau, including 25 locations. e.g. A- Ma Temple built in the 14th century inspired by a mixture of Chinese culture: Confucianism, Taoism, Buddhism and folk beliefs.

The picture below shows Dom Pedro V Theatre built in 1860, which was the first theatre in western style (It is also listed as one of the Macau’s UNESCO World Heritage Locations). The picture on the right shows Chinese and Portuguese architectural buildings standing side by side in the older part of Macau. Over the years, the unique history and a rich cultural heritage have made locals really proud and all these together with the intense development that is experiencing, not just in casino terms but also culturally and technologically, makes Macau a story to learn.

Luoghi / Macau: laddove i Portoghesi incontrano i Cinesi di Rachel Cheng

[Traduzione dall’inglese di Luca Murrau]

Macau è la mia città di provenienza, il posto in cui sono cresciuta fino a 14 anni, quindi ho una profonda radice in questa parte del mondo. E’ passato tanto tempo da quando Macau era nel sedicesimo secolo una semplice e tranquilla cittadina di pescatori, fino a divenire oggi nel ventunesimo secolo una delle principali destinazioni di molti viaggiatori attratti soprattutto dalla sua nuova fama di Las Vegas Asiatica. Senza dover menzionare quanto accaduto in un periodo lungo alcune centinaia di anni, già nel corso della mia vita di 28 anni, sono testimone di così tanti cambiamenti avvenuti a Macau. Negli ultimi 12 anni della mia vita, ogni qualvolta torno a casa a far visita alla mia famiglia assisto a enormi cambiamenti economici, culturali così come nello stile di vita dei residenti.

Macau è una regione amministrativa speciale della Cina, e l’etichetta “un paese, due sistemi” coniato per la vicina Hong Kong ora viene usato anche per Macau, stando ad indicare che Macau gode di autonomia sia nel campo economico che politico rispetto alla Cina. La foto sotto mostra la veduta da casa mia della settima più alta torre del mondo, la Macau Tower fatta costruire da un famoso Re dei casinò, Dr. Stanley Ho Hung Sun. Il ponte nella figura è invece il terzo ponte costruito che collega la penisola di Macau all’isola di Taipa. Macau è infatti composta di 3 parti principali, la penisola di Macau, l’isola di Taipa (la quale era in precedenza un’unica isola finché a seguito delle opere di addensamento di terra si è unita con l’altra isola) e l’isola di Coloane.

Quindi dove si trova Macau? E’ una piccola città e penisola situata a sud-est della Cina lungo la costa del Mare del Sud della Cina. Non è lontana da Hong Kong, situata a Nord di Macau, e raggiungibile con un’ora di aliscafo o 15 minuti via aerea. E’ stata una colonia portoghese dal XVI secolo ed è stata restituita al governo cinese nel 1999 dopo 442 anni di governo dei portoghesi. Diversamente da altre colonie, Macau è stata concessa al governo portoghese senza che questa venisse occupata militarmente, come invece avvenuto da parte degli inglesi con Hong Kong.

Sorprendentemente, vi è una lunga storia nei rapporti tra Macau e l’Italia già a partire dal tardo XVI secolo, quando Michele Ruggieri e Matteo Ricci, due missionari italiani, giunsero a Macau (nei tempi antichi Macau era il posto dove tutti gli stranieri approdavano prima di entrare in Cina). I due missionari hanno tradotto il cinese in latino; e più notoriamente, Matteo Ricci, da Macerata, è stato il primo straniero a leggere, scrivere e parlare il cinese mandarino e divenne un esperto profondo della cultura cinese. Era conosciuto anche come un grande matematico e divenne molto famoso in Cina per la sua grande capacità mnemonica e la conoscenza dell’astrologia. E’ stata costruita a Macau anche una scuola di sua influenza e a lui intitolata. La foto sotto è riferita ad una mostra tenutasi nel 2010 a Macau sul missionario Matteo Ricci.

Sebbene Macau è molto vicina della Cina, la nostra cultura e il modo di pensare sono molto distanti e spesso sono combinati in vari modi con quelli cinesi e portoghesi, come per esempio nel caso della religione cattolica, del cibo, i costumi, l’architettura e le pratiche giornaliere. Nei primi tempi d’insediamento dei portoghesi, come avvenuto in altri luoghi, si verificarono spesso conflitti tra i portoghesi e i locali. Tuttavia, nel corso degli anni, i rapporti sono cambiati al punto che avvengono matrimoni misti di portoghesi e cinesi a Macau e siamo diventati come una grande e felice famiglia, condividendo cultura e valori reciproci. Un esempio, che mi riguarda da vicino, è mia cognata che è metà portoghese e metà cinese, e che segue strettamente i costumi cinesi più di quanto faccio io, che sono al 100% cinese!

Da quando Macau è divenuta una città, nella mia generazione (i bambini degli anni ‘80) molte famiglie che ne avevano le possibilità hanno mandato i loro figli a fare le scuole superiori, l’università o gli studi postuniversitari in Australia, Stati Uniti o negli UK e questo continua ancora oggi con le ultime generazioni. Dopo i loro studi, molti giovani tornano a Macau e portano la loro esperienza e ciò che hanno appreso. Ciò ha ancora più valore ora che Macau è una grande destinazione turistica, e ci sono grandi opportunità per svilupparsi come altre grandi città nel mondo, per esempio come hanno fatto Hong Kong o un più piccolo Stato come Singapore. Ristoranti multietnici, negozi d’architettura d’interni, gallerie d’arte… i residenti di Macau amano teatri, esibizioni artistiche, concerti dal vivo e musical e così molti famosi artisti hanno scelto Macau per esibirsi rispetto ad altre città asiatiche.

Anche se Macau ha una dimensione molto piccola, di appena 29,5 km quadrati, ed è quindi molto compressa, recentemente, nel 2005, il centro storico di Macau è stato riconosciuto sito Unesco, diventando uno dei 43 siti Unesco presenti in Cina. Il centro storico di Macau include 25 aree, tra le quali ad esempio il Tempio A-MA costruito nel 14° secolo, ispirato da una combinazione di culture cinesi: Confucianesimo, Taoismo, Buddismo e credi popolari.

La foto sotto mostra il Teatro Dom Pedro V costruito nel 1860, che è stato il primo teatro in stile occidentale (è inoltre elencato tra i luoghi del sito Unesco di Macau). L’immagine sulla destra mostra invece esempi di edifici di architettura cinese e portoghese adagiati l’uno all’altro nella parte storica di Macau.

Nel corso degli anni, l’unicità della sua storia e una ricca eredità culturale hanno reso gli abitanti di Macau molto orgogliosi del posto in cui vivono e questi elementi, assieme all’intenso sviluppo, non solo in termini di casinò ma anche culturali e tecnologici, rendono Macau una storia da apprendere.