Competenza è libertà


Ferdinand Hodler

Storie / Competenza è libertà di Gilda De Caro

[Maggio 2014]

Accade talvolta una eccentrica coincidenza: la lettura di un libro e un evento di eccezionale portata. A me è capitata mentre leggevo il libro di Salvatore Belvedere La competenza. Da obiettivo a metodo (Rubbettino 2014).

Con interesse seguivo il filo che con maestria Belvedere dipana attraverso concetti filosofici, teorie pedagogiche, contesti storico-politici e le scelte conseguenti nei vari paesi, quando sono stata colpita molto e profondamente il 14 aprile 2014 dalla notizia del rapimento di 250 ragazze in Nigeria, nel Liceo di Chibok, da parte di Boko Haram, che si erano recate a scuola per sostenere gli esami di fine anno. Continua a leggere

Questo avvenimento si è incastrato nella lettura del libro e mi ha indotto alcune riflessioni, amare da un lato, euforiche dall’altro, uno sguardo strabico sicuramente, che però amplia la possibilità di visione di quello che accade, in particolare sulla funzione della scuola nel mondo.

La vicenda delle studentesse nigeriane è altamente deflagrante perché va oltre il segno del disprezzo ordinario che gli oltranzisti islamici nutrono contro le donne, ritenute inferiori e schiave per volontà divina; infatti ciò che ha ispirato l’azione terroristica è stata la condizione di studentessa di queste sfortunate ragazze; sono andate a scuola proprio con la volontà di sentirsi normali alunne di una scuola, nell’atto di concludere il lavoro di un anno con gli esami. In questo tragico caso oltre l’offesa contro la libertà della donna, è proclamata la negazione della cultura come leva di emancipazione e liberazione dallo stato di minorità, cioè dall’ignoranza. In una regione come la Nigeria, martoriata dai più innominabili appetiti di africani ed europei, dal petrolio ai minerali nobili, alla “carne giovane” per i vialoni di periferia delle grandi città italiane ed europee, apprendere che le madri e le figlie scelgono la scuola come cammino per la loro libertà non solo commuove, ma rinfranca e consola.

Leggere un saggio che definisce la competenza, ne spiega la sostanza, ne traccia l’iter, che infine indica il cammino dei docenti nella scuola contemporanea, costituisce un eccellente “cordiale” verso la drammatica situazione internazionale. Intanto nei diversi scenari la problematica dell’educazione e delle competenze è spesso intrecciata a questioni di nazionalità, di prevalenza di una lingua e/o di una cultura sull’altra, per cui la mediazione culturale della scuola e del sistema educativo diventa fondamentale. Il libro di Belvedere trova il suo incipit proprio nel disegnare lo spirito presente in diversi documenti europei, “che variamente invitano a collegare istruzione e formazione ai processi di costituzione dell’Europa”, senza modelli già predefiniti, nell’orizzonte della società della comunicazione, della informazione e della conoscenza, indicando due nodi a fondamento di una modalità per l’ambizioso obiettivo: la potenzialità della scelta e la possibilità del nuovo, da tali “proposte operative e dall’indicazione delle finalità educative nascerà il Cittadino Europeo”.

Il volume si articola in tre sezioni: “Verso nuovi modelli” la prima, “La competenza come capacità e il quadro europeo delle qualifiche” la seconda e “Segnali Italiani” la terza. Si nota una trattazione equilibrata nelle parti del libro, il ragionamento è fluido, scorrevole: dalla trattazione de “il pensiero sequenziale”, ove si affrontano le trasformazioni della società mondiale nel passaggio del millennio, si passa poi a “Elementi di crisi” un denso capitolo sullo sviluppo delle conoscenze scientifiche e della loro influenza sui modelli educativi, in “un uso forte e   ideologizzato” che ne ha poi generato la messa in discussione. “Il pensiero reticolare” è il capitolo di analisi e proposta centrale nell’articolazione del ragionamento. Attraverso una ricca messe di citazioni di libri decisivi come quelli di Rifkin, Giddens, Kahneman, Levy, Freccero, Morin, Ceruti e altri, l’autore delinea un nuovo scenario dato che il modello unico da trasferire verticalmente non vale più nelle società a sviluppo reticolare: “Il punto di partenza è dato dal nuovo contesto socioeconomico per cui in Europa si parla di società dell’informazione. Le nuove tecnologie della comunicazione hanno consentito di depositare il sapere in memorie elettroniche e di potervi accedere tramite la tecnologia informatica. In tal modo la conoscenza non è più appannaggio di élite sociali o nazionali, in quanto trasmessa in sedi istituzionali e con conseguenti limiti di generalizzazione e di personalizzazione, ma è un patrimonio accessibile a ciascuno (purché abbia la competenza digitale)”.

Se lo stato delle cose è questo (ed è questo), la formazione e l’educazione acquistano una funzione centrale, poiché la capacità di scegliere, decidere, giudicare diventa fondamento per la forma congrua di cittadinanza europea o “terrestre” come la definisce Morin. Di conseguenza, l’attenzione si sposta alla singolarità dell’io, “il suo essere unico e originale e alla necessità della libertà, che è considerata centrale per la democrazia”. La libertà è essenza della persona e valore originario da perseguire. E’ diffusa tra le nazioni un’idea di sviluppo centrato su “interventi meccanici di gestione economica, trascurando l’apporto decisivo della persona e la sua partecipazione alla vita democratica”: si rivelano così ben presto esiti asfittici e contraddittori che in Italia stanno assumendo i tratti di un vero e proprio disastro per l’intero sistema formativo, nel livello scolastico-professionale che universitario.

Come si procede nella lettura de La competenza si percepisce un argomentare complessivo, intenzionato a non trascurare nessun aspetto della complicata questione; l’ultima parte è dedicata alle trasformazioni del sistema italiano, alla difficoltosa realizzazione delle indicazioni europee, ai singulti che in Italia la scuola ha subito, ancora una volta sottoposta a tagli o a provvedimenti per il consenso politico di settori della società (cattolici conservatori) piuttosto che per effetto di teorie o di ispirazione pedagogica. Salvatore Belvedere smorza gli spigoli con il garbo che gli è consueto, conducendo il lettore nelle pieghe delle reali difficoltà che i decisori si trovano ad affrontare , una leggera amarezza si percepisce quando affronta quella occasione unica che la scuola italiana ha avuto nel 2005 con l’insegnamento della filosofia in tutti gli indirizzi secondo la convinzione che ciò avrebbe umanizzato la scienza e la tecnica, successivamente si è cassata questa utopia vivente, mentre “anche la Filosofia avrebbe richiesto rispetto per il suo statuto disciplinare e per la molteplicità delle sue tematiche”.

La pagina che appare davvero significativa è la 79, dove si annota un compendio di definizioni di competenza, molto interessante, che visivamente conduce alla polisemia del presente. Tra tutte quella che è da ritenere la più vicina all’attualità declina la competenza come “insieme eticamente combinato di motivazioni, valori,tratti, atteggiamenti, conoscenze, capacità (tecniche, cognitive, logico-concettuali, ecc. ecc.) e di qualsiasi altra caratteristica quantificabile in maniera attendibile, che, messa in azione , determini consapevolmente una performance efficace, verificabile, ripetibile”.

Ebbene il pensiero ritorna alle ragazze nigeriane, quale grave prova debbono affrontare, che Grande Competenza devono esercitare, certamente una forza d’animo, un profondo spirito di collaborazione, un senso forte di solidarietà, una forza interiore per resistere a una violenza inaudita, una profonda convinzione di sé e delle proprie ragioni per mantenere integra la voglia di vivere.

Per fortuna questo non è dato vivere agli alunni e alle alunne italiane, ma che sia di monito alla schiera di docenti che con disaffezione vivono la loro professione; hanno molte ragioni per stare male nei panni di insegnante, perciò per scoprirne altre e ben più importanti, si raccomanda agli sfiduciati, ai negletti, agli oppressi dalla fatica la lettura del libro di Salvatore Belvedere. Che lo leggano, se ne sono capaci, per i giovani del mondo, ma soprattutto per le studentesse nigeriane.

[Postilla, febbraio 2015]

Sono trascorsi dieci mesi da quei giorni di sgomento per le 260 ragazze rapite; alcune di quel gruppo sono riuscite a fuggire con forza d’animo, altre ancora sono state rapite e tanta tanta gente è stata massacrata. Il mondo è attraversato da tensioni fortissime e indirizzi di guerra sempre più concreti nella efferatezza degli avvenimenti e nella difficoltà dei tavoli con mediazioni difficili per accordi possibili. Il continente africano sempre più percorso da conflitti, non offre in diversi territori condizioni di sicurezza per la quotidianità, con popolazioni prostrate, in condizioni di emergenza umanitaria enorme: che fare nelle nostre case riscaldate e confortevoli? Si possono donare denari per l’adozione a distanza, aderire agli appelli internazionali, manifestare per mantenere attenzione sul rapimento, sollecitare l’intervento delle organizzazioni internazionali come quella dell’ONU e della Global Business Coalition for Education Safe School per 500 scuole nel Nord della Nigeria, ma l’azione più incisiva è pretendere la qualità della scuola e dell’insegnamento in ogni livello di istruzione, chiedere l’onestà intellettuale a tutti coloro che insegnano, la correttezza di ciò che s’insegna fuori da stereotipi sessisti, infine sorvegliare sulla nostra democrazia, realizzarla perché solo così possiamo essere di sostegno ai popoli che subiscono la barbarie dei massacri e delle deportazioni. Solo se saremo convinti delle nostre libertà, e in primis della necessità della liberazione delle donne nel mondo saremo in grado di elevare una voce per le ragazze africane radicati nella convinzione che la loro educazione svolgerà un ruolo essenziale per la costruzione della pace, per le compagne di Malala, per Charlie Hebdo, contro i soprusi, contro ogni sorta di violento potere che nella morte altrui crede di fondare il proprio. Perciò il libro di Salvatore Belvedere costituisce una riserva di forza in vista di questi giorni bui, che ci tocca vivere senza abbassarci a esseri umani senza esserci, dimentichi della propria dignità.

Bio dell’autore / Gilda De Caro: vive a Cosenza, ama il mare, il vento e la letteratura: ama definirsi ‘irregolare della scrittura’, in cui si esprime al meglio nella forma di racconto breve; alcuni suoi racconti sono stati letti in trasmissioni di Radio 3, altri pubblicati in un quaderno della Accademia Cosentina. È stata tra le fondatrici e animatrici di collettivi femministi e del Centro anti violenza Roberta Lazino, esperta di sperimentazioni didattiche, ha diretto come preside alcuni Licei a Cosenza e in provincia, costruendo, per i giovani, opportunità educative avanzate e innovative. Numerose le pubblicazioni e le collaborazioni con giornali e riviste in lunghi anni di impegno culturale e politico.

Una piccola storia italiana

Carlo Carrà

Storie / Una piccola storia italiana di Giorgio Castella

Antonio è figlio di onesti contadini. Dopo tanti anni di duro lavoro la sua famiglia è riuscita ad acquistare un terreno, che hanno destinato alla coltivazione di ortaggi e soprattutto ad oliveto. Il bosco di olivi è abbastanza grande da consentire una produzione di olio oltre il fabbisogno familiare, sicché parte della produzione viene destinata alla vendita. Nell’azienda c’è anche un piccolo allevamento di animali domestici e di pecore, che garantisce latte e carne per tutto l’anno. Continua a leggere

La famiglia di Antonio non è certamente ricca ma non patisce neanche la fame.

Nonostante Antonio fosse cresciuto in campagna desiderava diventare muratore. Cosicché, per imparare il mestiere, inizia a lavorare come apprendista in una piccola ditta edile del paese. Dopo qualche tempo, il giovane Antonio diventa un bravo muratore, al punto che in paese tutti lo chiamano “mastro Antonio” per la sua professionalità e dedizione al lavoro. Il tempo passava e così decise che era giunto il momento di farsi una famiglia sposando Adele, una ragazza del suo paese dal carattere dolce e umile. Antonio, nonostante fosse molto legato alla sua terra baciata dal sole e bagnata dal mare, capì che era giunto il momento di dare una nuova prospettiva alla sua famiglia. Dopo aver riflettuto a lungo sul futuro, prese la decisione di lasciare il paese per trasferirsi nel Nord Italia, alla ricerca di un lavoro più stabile e remunerativo. Erano gli anni del boom economico e le imprese di costruzione assumevano molti muratori per costruire le case destinate agli emigrati che abbandonavo i paesi per trasferirsi in città attratti dal lavoro in fabbrica. Lavorando assieme ad altri muratori provenienti da diverse regioni italiane, Antonio si specializzò nei lavori di finitura per interni. Antonio era un uomo molto operoso, al punto che dopo l’orario di lavoro andava a fare dei lavori di manutenzione nel quartiere dove abitava.

Dopo diversi anni di lavoro come dipendente, Antonio decise di mettersi in proprio specializzandosi nella costruzione di villette mono e bi-familiari. Il carattere aperto, la professionalità, l’onestà e la buona conoscenza della lingua italiana, favorirono la sua integrazione nella società, aprendosi a nuovi rapporti sociali e di lavoro. Conduceva una vita da ceto medio, riusciva permettersi una bella macchina, una casa confortevole, andava in vacanza in Calabria e quando poteva anche all’estero, oltre a garantire ai propri figli di proseguire gli studi in modo più che dignitoso.

Nella sua piccola impresa lavoravano circa dieci operai e pagava con puntualità fornitori e dipendenti. Ogni mattino vestiva gli abiti da lavoro come quando lavorava alle dipendenze, facendo i lavori manuali assieme ai suoi operai. Questi erano considerati collaboratori e Antonio non si elevava mai al disopra di essi, mantenendo un rapporto di vicinanza umana con ognuno di loro. Tutte le volte che si completava la costruzione di una villetta, in cima al tetto veniva fissata una bandiera tricolore dell’Italia, e poi si festeggiava in un ristorante con i lavoratori e le loro famiglie in clima di allegria con canti e balli.

La globalizzazione dei mercati degli anni successivi mette in crisi la grande e la piccola economia industriale, induce la contrazione dei consumi delle famiglie e il dilagare del fenomeno della concorrenza sleale basata su manodopera e materie prime a basso costo. Tutto ciò provoca esuberi di manodopera in tutti i settori industriali e la chiusura di molte fabbriche non più competitive a livello internazionale a causa dell’impossibilità di sostenere i costi per nuovi investimenti. La crisi economica inoltre costringe alla chiusura definitiva delle piccole attività commerciali a causa dell’apertura di numerosi centri commerciali, concentrati nelle aree urbane più popolate. Nelle vie principali di città e paesi le luci di molti negozi si spengono, le saracinesche si abbassano e spesso si leggono cartelli con scritto: “chiuso per cessazione attività”; “affittasi”; “vendesi”; “cedesi attività”. Le banche hanno contribuito non poco alla crisi delle imprese industriali e commerciali, imponendo tassi di interessi onerosi e intimando ai loro clienti rientri dai fidi in termini perentori. Crisi reale e speculazioni finanziarie hanno colpito con drammaticità il ceto medio ed in modo particolare disoccupati e pensionati con pensioni al minimo. La disoccupazione colpisce soprattutto operai, impiegati, tecnici e molte piccole imprese, alcune delle quali non riescono più a pagare le tasse non per evadere il fisco bensì per la mancanza di produzione. Molte persone sono costrette a recarsi alla mensa della Caritas per aver un pasto caldo o ai banchi alimentari per recuperare pasta e altri generi alimentari di necessità.

La crisi interessa in parte anche l’impresa di Antonio, che adesso fatica a vendere le villette in quanto le banche non concedevano il mutuo agli aspiranti acquirenti. La crisi, che era una parola astratta finché la sua attività andava bene, adesso è diventata un pesante macigno sulla sua vita di piccolo imprenditore e di capofamiglia. Sebbene fortemente provato dalle difficoltà economiche, Antonio non vuole essere fagocitato dalla crisi, desidera vivere con dignità da uomo libero, decidendo di fare della legalità la sua forza, soprattutto in un periodo nel quale la corruzione inquina sempre più la società. Antonio è un attento lettore di giornali, è iscritto all’associazione degli artigiani, conosce tante storie tristi di famiglie di piccoli imprenditori, che sono state costrette a chiudere le loro imprese perché abbandonati dalle banche.

Antonio non dimentica la sua fanciullezza, quando suo padre e sua madre andavano a scioperare contro gli agrari e lottavano per l’uguaglianza; non dimentica la vita vissuta in Calabria, la solidarietà alla sua famiglia in momenti difficili, per questo ha deciso di stare dalla parte dei più deboli, ha sposato i bisogni della povera gente impegnandosi attivamente nella Caritas. Gli insegnamenti di suo padre sono sempre vivi, l’anziano genitore non perde occasione per ricordargli che la corruzione avvelena l’economia, mette a rischio l’occupazione dei lavoratori e inquina la vita democratica, rammaricandosi per il coinvolgimento di molti professionisti. Il padre di Antonio ha una fede politica socialista e ritiene che la repressione da parte dello Stato non basti per sconfiggere la corruzione. Egli è convinto che il modo più efficace sia quello di trasmettere ai giovani, in particolare, i valori del socialismo e del messaggio cristiano. A suo parere sono armi efficaci che dovrebbero essere patrimonio di tutta la società per spezzare l’egoismo dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Bio dell’autore / Giorgio Castella ha maturato la sua esperienza politica e sindacale a Milano partecipando alle lotte operaie e studentesche del 1968. Ha fatto parte dell’esecutivo del consiglio di fabbrica dell’ istituto farmaceutico De Angelie del direttivo farmaceutico della Camera del lavoro di Milano. Ha pubblicato diversi racconti e saggi, tra cui Un Calabrese a Milano (Teti), La Vita di Fortunato Seminara a Pescano (Pellegrini), Lotte e Libertà. Storie di uomini e donne antifascisti (Città del Sole).

Il legno suonante dei De Bonis

Storie / Il legno suonante dei De Bonis di Caterina Filardo

Vincenzo non amava le parole, si intratteneva solo se ti sentiva comprensivo rispetto al fatto che l’arte, la sua arte, non potesse essere spiegata fino in fondo. All’insistenza di chiarimenti, per esempio sulla composizione delle colle, cominciavano delle lente pause accompagnate dal suo sguardo vivace rivolto all’esterno. Dalla finestrella del suo laboratorio si scorgevano le tegole delle case a presepe di Bisignano. Continua a leggere

Una sospensione contemplativa sull’insieme e ricominciava a parlare ma di sapori, odori, tempo, magia, poesia, semplicità, riservatezza, timidezza.

…solo quando il chitarrista, accordato lo strumento, suonava, capivi cosa abitava lo spirito di Vincenzo.C’era una volta, a Bisignano, un “regno” di Maestri liutai dal passato glorioso. Antica dinastia, dal nome De Bonis, liutai di fama internazionale (il dizionario di liuteria R. Vannes riporta la genealogia dall’anno 1720 ma le origini si fanno risalire al Rinascimento). Le leggi che lo regolavano erano a tutela  dell’arte di costruire strumenti.

Nella bottega di Vincenzo, ultimo discendente, tutto era rimasto intatto in modo ordinato pur in un apparente disordine di legni, colle, vernici. Ogni strumento musicale che nella bottega trovava forma riportava il segno del desiderio di perfezione e nascondeva il segreto di trasmettere un’anima agli oggetti. Pezzi straordinari diversi per suono, colore, forma. L’ultimo De Bonis ha vissuto sempre nella semplice dimora e lì ha operato. Un laboratorio divenuto tempio di una cultura antichissima, museo di strumenti di manifattura artigiana, luogo di manifesta passione.

Tanti e grandi concertisti hanno affidato sensibilità e tecnica a uno strumento De Bonis, li univa lo spirito di un comune “sentire”.

Oggi che anche Vincenzo ha smesso di dar suono a un pezzo di legno ci chiediamo se al silenzio di raccoglimento per una perdita così significativa per la cultura seguirà il vuoto delle parole di circostanza e non invece la capacità di raccogliere quei rari discepoli di bottega che, a Bisignano, apprendevano dal M° l’arte del far risuonare.

Possono intervenire le istituzioni, donne e uomini di cultura per definire un percorso di continuità con la trasmissione, la conservazione e la tutela di quell’insieme di eredità lascito dai De Bonis. Un patrimonio non di appartenenza locale, di pochi o addirittura di qualcuno, la famiglia è nota nel mondo, università americane, spagnole, argentine, canadesi, polacche, tedesche vantano studi sui liutai calabresi. Un lascito di esperienza fatto di cura sapiente, di uso delle cose attento, creativo, sensitivo, di parsimonia, di tempi lenti, di sapori e di forme, di bello che non può e non deve essere pensato come passato e oggi estinto ma al contrario, coscientemente usato a dimostrazione che nessuno ci lascia per davvero.

Intanto, grazie Vincenzo per la tua opera.

 

D come Divario


Storie / D come divario

ovvero differenza, diversità, disparità, dislivello, distacco / Nord – Sud  di Silvia Destito

2013 – In uno degli Hangar dismessi ci si muove al buio. Fermi, di fronte a nove maxischermi sistemati a semicerchio, si attende che accada qualcosa.

Al di sopra delle voci sommesse cominciano ad emergere suoni e immagini. Ogni schermo mostra l’interno di una stanza. Continua a leggere

Sono le stanze di una casa storica ormai fatiscente. Una grande casa di fine ‘800 sulle rive del fiume Hudson nell’Upstate New York.

In ogni stanza un musicista suona uno strumento. Insieme compongono una melodia, lenta, tra scorci di luce, pareti sbiadite dal tempo, oggetti d’epoca.

Una tessitura sonora e visuale interpreta il significato del tempo e delle relazioni amicali e famigliari. È una videoinstallazione di artisti islandesi.

Dove ? Dalla parte opposta della penisola, in una delle regioni che vanta indicatori statistici “vincenti”: la Lombardia. I sinonimi della parola divario, in direzioni interscambiabili, sono tutte applicabili.

Una percezione che dalla pelle arriva alla ragione.

Da dove partire ? Lo scenario è storico, di quella storia che si condensa nella sua imponente fisicità, che in un colpo d’occhio rende ancora più pesante la consapevolezza di una corsa secolare, affannata, che guarda ad una Italia nella sua unicità e non come ad una penisola con un corpo zavorrato affacciato sul Mediterraneo.

Lo scenario è la testimonianza di come in 200.000 metri quadrati, nel 1886, comincia a delinearsi la storia produttiva e sociale del paese. Una storia che conta. In quegli anni Breda, Pirelli, Falck e Marelli renderanno quest’area una delle più industrializzate d’Italia. Nasce il quartiere Bicocca.

Carrozze ferroviarie, locomotive elettriche e a vapore, caldaie, macchine agricole e utensili cui, parallelamente al primo conflitto mondiale, si aggiunge la fabbricazione di aerei, proiettili, cannoni e altri prodotti di impiego bellico.

Dagli anni’70 in poi si avvia un processo di cessione attività al gruppo Ansaldo per arrivare, negli anni ’80, ad una progressiva dismissione degli stabilimenti e dell’intera area riservata ai quartieri operai.

Diversità ?  Oggi, lo spazio della disparità, del dislivello sociale, delle lotte e dei quartieri operai è un fantasma che affascina per i suoi enormi spazi vuoti dove riecheggiano i ritmi di una civiltà industriale polverizzata.

Oggi, però, in questo enorme spazio dismesso denominato  Hangar Bicocca, si prova a ragionare sulle ferite prodotte da un cambiamento economico e sociale di portata epocale.

Oggi, si investe sul principio che una vita collettiva, seppur in contesti conflittuali, tra sviluppo e declino, possa ricomporsi e ricucire legami o strappi con la comunità tutta.

Sì, esiste una diversità che nell’agire cerca una direzione di senso compiuto anche se paradossale.

La restituzione gratuita di cattedrali industriali ad una cultura, ad un‘arte che segua percorsi ragionati, di evoluzione delle proprie radici, testimonia una diversità che attesta volontà, un’attitudine progettuale di ripartire dall’esistente, anche lì dove l’esistente avvalora il crollo di un mondo produttivo e di una vita sociale ad essa connessa.

Dislivello – L’aria che si respira è densa, pesante. Copre gli ultimi piani dei grattacieli avveniristici che hanno cambiato, di recente, lo skiline milanese. Si deposita sulle pareti di vetro della nuova sede regionale della Lombardia che si offre nelle sue forme specchiate e inviolabili in tutto il suo potere economico e politico.

Le rotaie del tram emergono dal grigiore come linee di luce incrociate che si perdono sullo sfondo. Non è nebbia, sono le polveri. Un inquinamento che si visualizza per via della bassa pressione atmosferica.

Distacco – Il peso di un’esistenza parcellizzata si deposita a strati sui dati inoppugnabili del divario economico. Un peso schiacciante che crea smarrimento, che spesso necessita di un distacco fisico dai luoghi, per avere risposte adeguate.  Un distacco che permette di misurare la distanze culturali riattivando e facilitando una lettura più accorta e non unidirezionale dello spazio geografico e di chi lo abita.

I luoghi si attraversano. La diversità del paesaggio, gli incontri con le persone, ridefiniscono in modo costante scale di valori e parametri di interpretazione della realtà.

Nord /SudAbbiamo tutti e ovunque un Hangar da recuperare verso una visione che dilata i confini del Sud e del Nord giacchè il paese reale è anche determinato dal movimento delle persone che attraversano i territori e i mari.

Abbiamo tutti e ovunque un Hangar da recuperare verso quei princìpi e risorse vitali sottratti che, al Sud come al Nord, rappresentano la condizione necessaria per costruire una società che incentivi e sostenga processi e pratiche progettuali in grado di mobilitare una trasformazione reale piuttosto che enunciata; una dimensione  nella quale ci si senta uguali, consapevoli e partecipi di un radicale cambiamento.

Femminicidio, non basta una legge

Storie / Femminicidio, non basta una legge di Maria Sottile

Femminicidio: “uccisione di una donna o di una ragazza”, ma anche qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte” (Devoto-Oli 2009). Continua a leggere

Dagli anni ’90 si è specificato che “l’uccisore è un uomo e il motivo per cui la donna viene uccisa è il fatto di essere donna”. Più recentemente, l’impiego del termine femminicidio si è esteso a tutte le situazioni in cui le donne vivono in uno stato di oppressione e sotto la continua minaccia di essere uccise.

Lo scorso 8 agosto è stato approvato il decreto anti femminicidio, lo stesso giorno, quando il testo integrale del provvedimento non era ancora disponibile, abbiamo tentato una ricognizione dei commenti apparsi nell’immediatezza sul web. Subito percepibile il dato più ovvio: plauso e sospiro di sollievo da parte delle donne, insulti e considerazioni scomposte da parte degli uomini che, nella migliore delle ipotesi, chiedono se il decreto funzionerà a senso unico o se tutelerà anche gli uomini, “vittime” delle donne (“chi ci salva dalla violenza verbale delle donne che ci provocano e ci fanno commettere gesti inconsulti?”; “Un altro provvedimento di impatto mediatico e di utilità nulla…., sono curioso di sapere se a parità di reato un uomo rischia pene più gravi di una donna: saremo al ridicolo”; ancora: “Quindi se una moglie uccide o maltratta il marito vi sono pene meno severe?”.

Molti uomini negano decisamente il problema: “è una boiata galattica, la violenza di genere in Italia non esiste, è una balla mediatica! Con questo decretino hanno distrutto la famiglia, alla faccia del cristianesimo e di tutti i valori universali”; “Certe operazioni sembra che siano condotte solo a fini mediatici solo per sviare l’attenzione da altri problemi”. Molti ricorrono al cosiddetto benaltrismo: “Problemi c’è ne sono tanti, molto più gravi del femminicidio.  …. quanta solerzia per queste leggi su problemi di moda come il femminicidio; intanto le tasse, il lavoro, il precariato e altri problemi gravi non se li fila nessuno, che bello essere italiani….”. Che bello essere italiani…. si invoca il sentimento patriottico pur di non riconoscere che esiste un problema, un problema grave.

E poi si chiedono perché nessuno si sposa più. E per forza. Per non finire povero dopo aver lavorato una vita mentre lei se la spassa con i tuoi soldi e con l’amante. Questo paese è davvero finito…. finito…”. Noi non sappiamo se questo paese sia finito….  la sensazione è che non sia per donne!

Le statistiche parlano chiaro: il 13 agosto si contavano in Italia 78 vittime di femminicidio dall’inizio dell’anno…. altro che balla mediatica, questa è la “mattanza” delle donne! Tanti, troppi casi che si presentano diversi per modalità, area geografica, estrazione sociale ed istruzione dei soggetti coinvolti ma in fondo ogni caso uguale all’altro nell’atroce esito: la morte di una donna in quanto donna per mano di un uomo, spesso, quasi sempre, un uomo che dice di amarla perché il concetto che passa comunemente è che l’uomo uccide per amore (in realtà una miscellanea di gelosia e possesso).

Molti “maschi”, troppi, ricorrono ad argomentazioni inconsistenti. “Mi stavo giusto chiedendo a cosa servisse la mielosa grancassa del “femminicidio”….. adesso occorrerà anche stare attenti a come si parla con la propria compagna. Avete sentito i dettagli annunciati da Alfano? Attenti ad alzare la voce! Non afferratela mai per un braccio e litigate piano, perché se lo sente la vicina vi denuncia anonimamente.  Intanto la vostra lei potrà continuare, pacatamente, serenamente, a minacciare di togliervi casa e figli.  Ma da questa ulteriore legge le donne non è che ne escano un granché bene: infantilizzate, deresponsabilizzate, autorizzate a simulare violenze e soprusi (vedi cronaca), protette in modo vergognoso a scapito di altri”. Magari infantilizzate e deresponsabilizzate, magari anche “protette in modo vergognoso” magari vive!

Molti, poi, contrappongono i problemi dei padri separati alle loro mogli o compagne così avallando l’equazione padre separato-esasperato/uomo violento contro la madre dei propri figli: “Esiste un gravissimo problema di calunnia di genere….che serve a privare bambini dei loro papà ed ad arricchire le avvocate femministe che gestiscono il racket delle false accuse”.

Certo non tutti i commenti “maschili” sono di questo tenore: molti uomini rispettano le donne e riconoscono il problema ma ne restano fuori; la condivisione è tuttavia essenziale: lasciare sole le donne a combattere per le donne significa consentire a molti di ridurre il problema ad una questione agitata da poche invasate: “C’è anche la Boldrini che secondo me accende gli animi dividendoli per sesso”; “perché le femministe odiano gli uomini e sono amiche dei politici di sinistra”; “Avvocate femministe, quasi tutte di sinistra ed odiatrici di uomini, riceveranno fondi statali per perseguitare uomini innocenti. Le immigrate clandestine avranno il permesso di soggiorno se accusano un italiano. Aumenteranno gli omicidi come già accaduto negli USA a seguito di simili folli e criminali leggi nazi-femministe”.

Desolante panorama….

Se poi consideriamo che nel nostro Paese i centri antiviolenza, (qualcuno nel blog li chiama centri “antiuomo”), risultano insufficienti in violazione degli standard europei (l’Italia ha solo 500 posti letto, superata anche dalla  Turchia con i suoi 1.478 posti, mentre i Centri di accoglienza sono solo 54 e peraltro spesso gestiti da figure che spesso, per ragioni meramente religiose, hanno l’obiettivo di tenere unita la famiglia comunque, anche quando è “patologica”, risultando così poco efficaci nel tutelare le donne e nel promuovere una diversa dimensione dei rapporti uomo-donna), il panorama risulta insopportabilmente drammatico.

Nel 2009 le associazioni contro la violenza hanno stilato il rapporto “Ombra”, portato a New York nel 2011 ed in quella occasione, il comitato Cedaw (Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne), ha fortemente bacchettato l’Italia, criticando l’inadeguatezza delle politiche di contrasto alla violenza e alla tratta e l’uso deplorevole del corpo della donna da parte dei media e della politica. Il 19 giugno 2013 il Parlamento ha approvato il disegno di legge di ratifica della Convenzione di Istanbul (Legge n. 77/2013), un segnale che è giunto nello stesso momento in cui si svolgevano i funerali di Fabiana Luzzi, la giovane adolescente di Corigliano Calabro uccisa con modalità brutali dal fidanzatino. La Convenzione riconosce la violenza sulle donne come una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione e offre una definizione di genere che propone una distinzione tra uomini e donne non più basata unicamente sulle loro differenze biologiche, ma concepita anche secondo categorie socialmente costruite, che assegnano ai due sessi ruoli e comportamenti distinti. In particolare, secondo l’articolo 3, paragrafo 1, lettera c), della Convenzione “con il termine genere ci si riferisce a ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini”. Per il resto, il trattato fa riferimento ai tre momenti dell’architettura garantista convenzionale: prevenzione, protezione delle vittime e punizione degli autori dei reati.

Il Decreto varato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 8 agosto ha in parte recepito le istanze della Convenzione di Istanbul disegnando pene aumentate e aggravanti in casi particolari di violenza  e prevedendo l’irrevocabilità della denuncia una volta presentata nonché la puntuale informazione delle vittime di violenza sull’andamento del processo a carico dell’aggressore, ma anche assunzioni in via protetta di testimonianze; arresto obbligatorio in flagranza per maltrattamenti contro familiari e stalking; patrocinio gratuito per le vittime di violenza, a prescindere dal reddito; permesso di soggiorno per motivi umanitari agli stranieri che subiscono violenze in Italia; pene più severe per il “cyber bullismo. Misure certamente necessarie e un primo passo importante che si colloca nel processo lento, lentissimo di svecchiamento che fra mille contraddizioni sta affrontando il paese; tuttavia la sensazione è che ancora una volta si sia persa l’occasione per intervenire efficacemente: in verità non è un cambiamento radicale quello che potrà attuare il provvedimento appena approvato: puntare esclusivamente sulla sicurezza e sulla protezione, seppure sacrosante ed indispensabili, puntare sulle pene, significa immaginare un paese in cui uomini e donne sono nemici, ancora una volta rincorrendo stereotipi duri a morire: la donna debole deve essere protetta e allontanata dall’uomo cattivo e violento. Del resto, troppe persone credono ancora che la violenza uomo/donna sia un conflitto della coppia e dunque un problema privato. Non è così: si tratta di un problema sociale che investe il ruolo maschile quanto quello femminile.

C’è qualcosa di aberrante nella relazione tra un uomo e una donna se uno pensa che l’altra sia “cosa sua”; indispensabile appare, dunque, la rieducazione maschile al rispetto del corpo femminile, fonte di vita, che per malintesa e perversa visione viene percepito come oggetto di predazione, ma altrettanto indispensabile appare la “rieducazione” femminile al rispetto di se stessa, della sua dignità, del suo valore e della sua forza perché nessuna donna può o deve sentirsi proprietà oppure ostaggio di un uomo, di uno Stato o di una religione.

C’è un modello culturale da cambiare e sradicare, ci sono stereotipi da rimuovere, e ancora molto da fare per la formazione, per la scuola e per garantire maggiori strumenti per i centri antiviolenza.

All’indomani della uccisione brutale della giovane Fabiana di Corigliano, il Centro antiviolenza Roberta Lanzino di Cosenza ha pubblicato sulla sua pagina Facebook una lunga riflessione sulla tragedia di cui vale la pena riportare uno stralcio: “l ‘unica vera prevenzione rispetto alla violenza di genere consiste nella formazione, nell’educazione all’affettività, ad una consapevolezza corporea positiva, ad una gestione razionale dei sentimenti di rabbia, frustrazione ed impotenza.”.

E Ida Dominijanni così rifletteva sul suo blog nei giorni tristi della morte di Fabiana: “l’omicidio efferato di Fabiana Luzzi, 15 anni, da parte del suo fidanzato coetaneo a Corigliano Calabro ,… dice chiaro chiaro che sul cosiddetto femminicidio stiamo prendendo la strada sbagliata. Inutile mettersi a fare leggi, firmare convenzioni internazionali e allestire task force governative senza interrogarsi sulle radici profonde di questa guerra all’esistenza femminile, di questa deriva rovinosa della crisi d’identità maschile, della rottura del patto di civiltà che c’è sotto”.

Abbiamo bisogno di acquisire consapevolezza e libertà, non di un sistema repressivo che si intrufola in ogni ambito della nostra vita; dubitiamo che misure repressive valgano ad arginare efficacemente il fenomeno, difficilmente potranno fermare chi è determinato ad uccidere che, peraltro, spesso si uccide dopo avere ucciso, anzi, il timore è che lo sbilanciamento della capacità di deterrenza a favore di uno dei due, magari utilizzato come arma, possa attivare nuovi meccanismi di diffidenza.

La legge è un passo avanti ma vanno perseguiti mutamenti culturali diretti agli uomini e alle donne perché queste pagano con la loro vita quei luoghi comuni, ancora troppo diffusi, che le vorrebbero sempre docili, buone, rassicuranti, accudenti e soprattutto sottomesse, per non alterare gli equilibri di coppia e scatenare la furia assassina.

Il cambiamento radicale richiede l’attivazione di profonde riflessioni e percorsi che portano non alla distruzione o alla negazione dell’altro, bensì alla sua accettazione e comprensione anche quando non corrisponde ai nostri pensieri e/o aspettative: pensare di risolvere il problema ricorrendo all’impianto punitivo/protettivo disegnato dal decreto varato lo scorso 8 agosto è pura utopia.

Siberiana. La speranza dell’intelligenza

Storie / Siberiana. La speranza dell’intelligenza di Gilda De Caro

Non so voi cosa avreste fatto, ma io non ho  resistito nel ricevere la telefonata d’invito per partecipare alla presentazione del libro Siberiana (Nottetempo 2013) di Luciana Castellina.

Devo confessare che non ne posso più di sentire celebrazioni ufficiali  di scrittori e di libri, che sono tutti belli, tutti coinvolgenti, commoventi, paurosi, noir, gialli, ma gialli gialli.  E gli autori?  Continua a leggere

Tutti, maschi e femmine, bravissimi, tutti scrittori in attesa di essere letti e scoperti,  i maschi bravissimi “a sondare l’animo femminile” – esperte le femmine “a descrivere l’universo maschile”. Sono di solito rassegnata  a perdere questi fantastici momenti di crescita culturale  per l’incontro di super autori che popolano caffè e librerie, ma alla possibilità di rivedere Luciana dopo tanti anni con tutto quello ch’è avvenuto, non ho resistito.

La serata del 20 aprile scorso, nel salone AUSER cosentina, si è rivelata, oltre la rimpatriata affettuosa e simpatica per i ricordi comuni, una straordinaria opportunità di discussione e incontro tra le generazioni, come  raramente può accadere, in questi tempi, così come la successiva cena dove si è continuato a discutere fitto fitto di politica, con argomenti puntuti e acuti, come si faceva una volta, senza far volare insulti.

Segnale di partenza

Ebbene s’è comprato il libro e non solo per cortesia o per affetto verso l’autrice, ma perché tutta la vicenda  è risultata accattivante, il racconto, le note curiose e la successiva discussione.

Siberiana è il racconto di una esperienza molto particolare, in Russia in occasione della Fiera del Libro nel 2011, quando l’Italia è stata paese ospite: dieci tra intellettuali, scrittori, giornalisti sono stati invitati a partecipare oltre che alla Fiera,  sotto  il patrocinio di Banca Intesa (presente con numerose agenzie in Russia) a compiere un viaggio in Siberia, visitando le diverse città, fino a Ulan-udè sul lago Bajkal. Il libro si apre con una bella fotografia di Luciana che sventola una bandierina da ferroviere per dare la partenza  alla Transiberiana e a questo strano gruppo formato da Antonio Gnoli, Simone Caltabellotta, Marina Giavieri (la seconda donna della delegazione), Andrea Kerbaker, Sebastiano Grasso, Mario Santagostini,  Luigi La Spina, Roberto Pazzi e Angelo Guglielmi, con  due interpreti Ol’ga e Svetlana e una funzionaria del Ministero della Cultura Nina Litvinets, un organizzatore Roman Fedorov, un fotoreporter Andrei Zvezdenkov e due provodnitsa, “ due figure che esistono solo in questo paese: non è un capotreno, caso mai potrebbe essere un capovagone, dato che ce n’è una in ogni carrozza, ma non fa la ferroviera, sebbene porti l’uniforme della categoria, perché il suo compito principale è tener acceso il samovar, consegnarci i bicchieri rivestiti di metallo per prendere il tè (disponibile  ogni ora del giorno e della notte), rifare i letti, insomma accudirci.”

Dunque come riassumere questo libro? Con un normale aggettivo non si può, si deve ricorrere al termine polisemico, poiché diversi e articolati sono i tracciati e le linee di sviluppo del racconto; dopo la  sorpresa iniziale per l’evento in sé, si torna sulle varie sezioni, ognuna dedicata alle città raggiunte dalla ferrovia, che da Mosca arriva fino al lago Bajkal e oltre, si rilegge l’intreccio tra contemporaneità, memoria di altri viaggi nel contesto dell’Urss, ricostruzione storica di avvenimenti vissuti o conosciuti, riflessioni sullo straordinario periodo della Rivoluzione e della conseguente Guerra Civile a  cui  seguono  considerazioni sullo zarismo, sulla rivoluzione e sulle mosse controrivoluzionarie dei paesi europei,  sulle vicende dei popoli nelle furie della storia, davvero trascinanti,  a poco a poco si rimane catturati nello stato d’animo della stessa narrazione di fronte alla Siberia, un territorio enorme disteso oltre gli Urali, che comunemente si pensa deserto, selvaggio, freddo e gelido, ai limiti della civiltà, luogo di perdizione, sede dei gulag.

“E forse proprio grazie alle lunghe ore di Transiberiana che scopro il senso mitico di questo treno. E quando guardo il tragitto sulla carta geografica e le città che la ferrovia attraversa o cui si accosta, mi rendo conto di quanto sia sconosciuta questa terra; di quanto poco ci si ricordi che è più grande della grandissima Cina e dell’intera Europa; di quanto poco spazio occupi nei nostri pensieri  geopolitici. Io in Siberia c’ero già venuta una volta in aereo e ora so che non avevo visto niente, che di questa regione non avevo percepito la sostanza.”

È vero, nel dire comune e nell’immaginario si fa riferimento alla Siberia proprio come un luogo di abbandono e di desolazione perciò la vera sorpresa è leggere la descrizione di città come Niznij Novgorod, Kazan, Ekaterinburg, Tomsk, Irkutsk, il lago Bajkal, Ulan – Udè, dove ci sono grandi opere  come dighe, centrali elettriche, cattedrali ortodosse e grandi monumenti dedicati a Lenin o a episodi della storia patria, per ricordare eventi eroici di resistenza nel corso della guerra civile o nella seconda guerra mondiale, stazioni ferroviarie imponenti,  numerosi teatri, dedicati ai vari generi di arte, il trionfo dell’architettura a Ekaterinburg, circoli culturali e filosofici, insomma il trionfo dell’animo russo, dell’avanguardia e della ricerca culturale più spinta nell’analisi delle radici del potere. Con maestria di narratore, la penna di Luciana disvela  al miope animo euro-centrico  che dopo il gulag, fin dal tempo degli zar, si passava al confino nelle città siberiane, che a poco a poco hanno accolto i deportati, tutti  intellettuali, poeti filosofi, artisti, giornalisti e architetti, che pur nella miseria della deportazione e del confino non smettevano di pensare, di elaborare e di esprimersi, organizzando circoli, incontri e relazioni, plasmando una realtà culturale di rilievo che ha contaminato le città e i borghi:  così Ekaterinburg  è divenuta la città più ricca di edifici modernisti di grande e ardita bellezza, attualmente riferimento e modello della più accorta architettura occidentale.

Sul Volga con Bruno Pontecorvone il figlio Tito, 1961 / Irktusk: con Ol’ga e Svetlana, le due interpreti.

Naturalmente l’argomentazione diviene pressante quando si sviluppa il confronto tra la contemporaneità e la realtà sovietica, che la Castellina ha conosciuto e contestato. “E’ l’ultimo giorno della nostra permanenza in Russia. Sono un po’ melanconica. Non per come è finito il comunismo sovietico, quello, purtroppo, lo sapevo da tempo. Non a caso nel 1969 fui espulsa dal PCI perché insieme ai compagni con cui demmo vita al Manifesto, avevo sostenuto che il comunismo sovietico non era più riformabile. E’ per via della estraneità che provo per questa città, così diversa da quella che avevo conosciuto perché tutti i miei vecchi amici, dai quali oltretutto ero già stata separata per quasi quindici anni a causa dell’eresia di cui ero accusata, sono morti.”

I ricordi si accavallano e narrano molti episodi particolari, dell’italianista Il’ja Levin, di Cecilia Kin, di Bruno Pontecorvo: “fisico di grande livello e uno degli allievi di Fermi, costretto all’esilio dal fascismo perché ebreo. Nel ’49, consapevole del rischio che il  mondo correva per il fatto che una sola potenza possedesse la bomba esplosa a Hiroshima, era passato clandestinamente in URSS, paese di cui aveva preso la cittadinanza.”

Ma la tristezza non limita la sua attenzione  verso quel che si agita nella Russia putiniana:  incontra Antonio Gramsci , iscritto al PC di Zjuganov “il nipote, naturalmente, figlio di Giuliano. – ‘Sono anch’io un po’ dissidente dalla linea di Ziuganov’, mi dice durante un brevissimo incontro nel suo italiano segnato dall’accento russo. “Con linearità si mette in evidenza  come per le difficili condizioni attuali, avviene una sorta di  mitizzazione del passato di fronte alla corruzione e alla ingiustizia, tanto che il 53% dei russi rimpiange  Stalin, per effetto di un risentimento verso  il presente. Così in un chiassoso caffè  la Castellina incontra una compagnia di giovani e ‘semigiovani’, tra cui un esponente di – Che Fare?  – quasi un gruppo di nuova sinistra locale, il cui nome evoca Lenin: “Provano a spiegarmi gli umori di chi, nato negli anni ’80, a prima vista sembrerebbe nostalgico o nazionalista, e invece è un miscuglio di memorie approssimative e di speranze indefinite. Le aspirazioni democratico-liberali dei dissidenti dell’era sovietica sono loro estranee. Ne hanno sperimentato un’applicazione imbarazzante. C’è in loro una nostalgia imprecisa e una grande melanconia, stretti tra un presente inadeguato e un passato idealizzato. Sicuramente, una crisi di identità che rende difficile aggregarsi o organizzarsi”.

Le pagine conclusive del libro approdano  a un – Speriamo – disincantato,  annotato in calce alla citazione di un documento del gruppo ‘Che Fare’ : “E’ importante, secondo noi, pensare al socialismo come a un progetto non finito, a un processo in atto, non a un futuro – passato. E’ urgente tener vive quelle aspirazioni che Ernst Bloch concepiva come un ‘reale futuro’, ancora indeterminato e aperto, e non come un futuro irreale, estrapolato dal presente effettivo” e si snodano in alcune riflessioni sul viaggio davvero benefiche: “il lungo tragitto attraverso la Siberia ha suscitato memorie e curiosità che al ritorno, e  a lungo, mi hanno lanciato nella caccia alle informazioni, nella lettura di libri già letti e dimenticati, nell’esplorazione della grande varietà di quelli nuovi, di cui non avevo notizia. Un secondo viaggio altrettanto interessante, che senza quello reale non avrei mai fatto e che ha dato senso a ciò che avevo visto”.

A leggere e rileggere queste righe, si prova una certa leggerezza, quasi un sollievo, poiché si comprende che i grandi fallimenti politici, spesso tragedie di  interi popoli, non demoliscono le convinzioni profonde sulla libertà e la giustizia, e sulla necessità del socialismo: come tanti anni fa nel Manifesto ho trovato in Siberiana certamente un disincanto e nello stesso tempo lo stimolo a  riconoscere, nella realtà dei fatti, le difficoltà, nel mondo odierno, di un cammino verso orizzonti socialisti, ma anche la speranza dell’intelligenza che ricerca e non si arrende, e vi assicuro, non so per voi, ma per me è stata una bella sensazione.

 

Slow Medicine: una nuova identità nei processi di cura


Storie / Slow Medicine: la ricerca di una nuova identità nei processi di cura di Fabio Miceli e Maria Sottile

Seduta sulle scale di una piccola casa in pietra, si lascia accarezzare dai primi raggi del sole di una primavera lenta, non del tutto pronta ad innaffiare di calore le case stanche dell’inverno. Un piccolo borgo che ancora accoglie il fluire del tempo, lo accudisce, lo coccola come un bambino in fasce e non lo schiaccia contro un domani eccessivo e frettoloso. Un borgo dove il tempo non è un attimo che si proietta verso un vortice indefinito, ma una sensazione che accoglie timori, paure, speranze senza sradicarne l’essenza. Continua a leggere

In quel borgo, su quelle scale, un nipote tra un sms ed un altro, chiede alla nonna cosa pensa di questo periodo difficile e della spending review. Lo sguardo della donna incrocia per un attimo quello del ragazzo poi ritorna al suo sole: quello sì che si capisce! L’avessero chiamata  “revisione di spesa”  o  “cinghia da tirare”, forse avrebbe capito. E forse i suoi racconti avrebbero incrociato i suoi ricordi quando al posto del centro commerciale si andava alla putica, quando al posto di falsi sorrisi di commessi di plastica si intrecciavano sentimenti e persone, quando al posto di camici bianchi, impomatati di orgoglio e pervasi di assenza,vi erano medici.

La fragilità della vita che l’esistenza non smette mai di ricordarci, trova un senso in quel lento fluire del tempo, in quelle piccole sfumature emotive che i rapporti ancora potevano creare. Come un grande miracolo, tecnica ed esistenza, riuscivano a fondersi non ancora sottratte al freddo imperativo dell’efficienza e della produttività fine a se stesse. Il medico era l’esperienza e la scienza che si prendevano cura dell’altro ampliando l’orizzonte in grado di alimentare e sondare la vita emotiva e l’esistenza di ognuno.

Nasce nel 2010 il  Movimento Slow Medicine con un programma centrato su una visione integrata di qualità e sostenibilità, equità nei rapporti tra operatori e pazienti, e un obiettivo coraggioso: “una medicina sobria, rispettosa e giusta, una cura appropriata, sostenibile equa, attenta alla persona e all’ambiente”. La Slow Medicine aspira ad una medicina “sobria, rispettosa e giusta”. Apparentemente l’aggettivo  “giusta” sembra essere superfluo: come si fa a concepire una medicina “ingiusta”? Dove risiederebbe l’elemento di novità insito nella prescrizione di una “medicina giusta”? E’ ovvio che la medicina debba essere giusta! Già il testo antico del giuramento di Ippocrate prevedeva che il medico regolasse il suo tenore di vita per il bene dei malati secondo le sue forze e il suo giudizio, astenendosi dal recar danno e offesa e operando esclusivamente per il sollievo dei malati. Medicina giusta, appunto! Parimenti, il testo moderno del giuramento prevede oggi che il medico persegua esclusivamente la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza e che ogni suo atto professionale sia informato ai principi etici della solidarietà umana, contro i quali, nel rispetto della vita e della persona non utilizzerà mai le sue conoscenze;  insomma, il medico, tutti i medici, sono chiamati a curare i pazienti con eguale scrupolo e impegno indipendentemente dai sentimenti che essi ispirano e prescindendo da ogni differenza di razza, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica. Giusto! Giustissimo! Diremmo ovvio! E’ palese, infatti, come già fin dal primo atto formale di assunzione della sua responsabilità (giuramento) il medico si impegni a praticare una medicina “giusta”. E tuttavia, l’evoluzione della scienza, i mutamenti sociali, la natura umana in particolare che ha portato gli uomini a fare scelte scellerate, hanno determinato una serie di storture e di erronee applicazioni della medicina.

Il movimento Slow Medicine vuole restituire la medicina all’antica giustizia intesa non come forma di conformità alle regole (il giuramento di Ippocrate specifica che la medicina deve essere esercitata osservando le norme deontologiche che regolano l’esercizio della medicina e quelle giuridiche che non risultino in contrasto con gli scopi della professione); dunque giustizia “medica” che trascende la giustizia in senso legalistico, perché la vita umana e il suo benessere psico/fisico è valore superiore allo stesso ordinamento giuridico che pure (in Italia) riconosce ed assegna al diritto alla salute rango costituzionale, dunque valore superiore. Ed allora, la medicina sarà slow e dunque giusta quando ha come fine precipuo la cura del paziente, il benessere psico/fisico e sociale dell’individuo e solo dopo, molto dopo,  fini di ricerca o fini economici. E’ giusta quando non prescinde dall’ascolto della persona/paziente perché, come già riconosceva Paracelso, “ogni medico dovrebbe essere ricco di conoscenze, e non soltanto di quelle che sono contenute nei libri, i suoi pazienti dovrebbero essere i suoi libri”. E’ giusta se non prescinde dalla qualità massima delle cure e dalla loro sicurezza. E’ giusta quando è tempestiva ma non agisce di fretta e quando non è improvvisata perché un medico slow sa riconoscere i suoi limiti e cura il suo aggiornamento. E’ giusta quando non è oggetto di fenomeni corruttivi e quando non è condizionata da pressioni esclusive di mercato o dai costi. E’ giusta quando è disposta a superare ogni individualismo per il bene delle persone favorendo, anzi promuovendo, lo scambio di saperi fra i diversi operatori sanitari. Soprattutto, è giusta quando è onesta, non spreca pur rimanendo rigorosamente di  qualità. Insomma, Slow Medicine è una rivoluzione culturale che vuole riportare la medicina alle sue aspirazioni più antiche e più nobili così contribuendo a restituire la perduta “armonia” all’universo che assegna il primato assoluto alle persone.

In questa ottica, il medico slow è “rispettoso” delle persone e, in quanto tale, ascolta il suo paziente riservandogli tutto il tempo necessario, lo informa compiutamente sulle prescrizioni e sulle conseguenze della cura, anticipa le sue domande, i suoi  dubbi e perplessità rassicurandolo ma mai nascondendogli la verità. Lo informa dell’importanza dell’assunzione di un atteggiamento positivo nell’intraprendere un percorso di terapia e cura incoraggiandolo e tranquillizzandolo.

Lo visita personalmente sempre, senza delegare la diagnosi solo alle indagini strumentali e di laboratorio, ma mettendo, subito, a disposizione la propria competenza tecnica perché il paziente che si reca dal dottore ha bisogno subito di essere informato sulla sua possibile patologia. Il medico slow sa che le sue parole, l’atteggiamento assunto durante la visita, hanno un peso enorme perché il paziente, una volta a casa, mediterà e rifletterà su quanto è avvenuto durante la visita e da questo potrà dipendere la sua maggiore o minore serenità nell’affrontare la malattia. Il medico slow non ignora che una persona ammalata è una persona fragile a prescindere dalle impressioni che più o meno volontariamente vuole dare, e non dimentica che la malattia è solo uno stato in quanto la  persona rimane tale con i suoi impegni, la sua famiglia, la sua vita i suoi progetti e dunque il medico “rispettoso” sa che deve mantenere viva la speranza del suo paziente senza per questo illuderlo. Infine, il medico slow è “rispettoso” dei costumi, usanze e religioni del paziente e, nei limiti dell’interesse del paziente stesso, ne tiene conto e non mostra insofferenza. Dunque, i medici, nell’esercizio della professione mai dimenticheranno di essere tecnici e uomini allo stesso tempo perché solo se non perderanno di vista la loro “ umanitas” riusciranno ad operare con rispetto praticando una medicina slow.

La nuova medicina deve ricercare il senso della propria umiltà rintracciandola nella sobrietà. Una medicina slow è una medicina sobria, in grado di tenere in alta considerazione la sostenibilità del proprio agire. Umiltà e sobrietà sono tensioni emotive che hanno come obiettivo l’agire con moderazione, essenzialità, in grado di guidare ad un uso riflessivo delle risorse disponibili. Umiltà e sobrietà sono tentativi di ritrovare il tempo, per sentire l’altro nella sua richiesta di aiuto, sospendendo l’attesa in un reciproco percorso, tornando alla capacità di visitare non solo con lo strumento della semeiotica ma con l’arte dell’ascolto.

…Sulle scale di una casa in pietra è sceso il tramonto. Consegna al nipote il proprio silenzio un’anziana donna che di spending review non capisce niente ma che, forse, la sua sfida con la vita è riuscita a vincerla ugualmente.