Gadda, B. e il Corriere Andrea Lorenzo Capussela

umberto boccioni
Umberto Boccioni

Vitareale / Gadda, B. e il Corriere di Andrea Lorenzo Capussela

«Il ventennio è finito». Così l’allora presidente del consiglio commentò la scissione del principale partito della destra, circa un anno fa. Presto il suo governo cadde e non se ne parlò più. Ma ora, similmente, ci si domanda se l’elezione del presidente della repubblica abbia segnato, nelle parole del sondaggista del Corriere della Sera, «l’uscita di scena definitiva di Silvio Berlusconi come leader politico». È così? Ossia, il ‘ventennio’ coincide con la vicenda di quell’uomo politico? Ed è finito? Continua a leggere

Alla fine dell’altro ventennio Carlo Emilio Gadda scrisse un «libello» feroce sul fascismo, Eros e Priapo. Era convinto che per superare quel disastro fosse prima necessario descriverlo: «[l]’atto di conoscenza con che nu’ dobbiamo riscattarci prelude la resurrezione se una resurrezione è tentabile da così paventosa macerie». Questo ventennio ha lasciato meno detriti sulle strade delle nostre città. Ma forse è vero anche per noi che «il transitus da follia a vita ragionevole non potrà farsi se non prendendo elencatoria notizia delle oscure sentenzie, che hanno scatenato gli oscuri impulsi» di questo ventennio. Ossia, saremo certi che esso è finito solo quando avremo saputo scriverne non dico la storia ma almeno una narrazione plausibile.

Per capire a che punto siamo guarderei a cosa scrive il Corriere, perché questo giornale si ritiene ed è diffusamente percepito come la voce mediana dell’opinione assennata e lungimirante. E guarderei in particolare a come il Corriere commentò i due episodi – la condanna definitiva di Silvio Berlusconi per frode fiscale, e il voto di fiducia che prima incrinò il suo partito e poi condusse alla scissione dalla quale nacque il Ncd – che segnarono l’inizio e la fine della sequenza di eventi che avrebbe chiuso il ventennio.

Ma prima voglio ricordare che Gadda se la prendeva anche con «codesti istorici de’ mia stivali [che] non fanno computo bastevole del “male” [per assecondare il] disiderio, legitimo, di “non udire certe sconcezze” che è proprio d’alcuni galantomini bene educati».

Cos’altro, infatti, se non questo «disiderio» informa l’editoriale di Antonio Polito che il Corriere pubblicò il giorno dopo la condanna di Berlusconi? La sentenza era tanto indesiderata – una «vittoria dei giudici dal sapore amaro», la definì Massimo Franco sulle stesse pagine – che non è descritta se non nei suoi effetti: la sentenza è un «colpo». Un «colpo micidiale» al sistema politico, e un «colpo molto duro» al paese e alla sua immagine internazionale. La tesi è debole – se il colpo è la sentenza, e non la frode, allora la causa del vento è il moto delle fronde degli alberi – ma forse consentì ai «galantomini bene educati» di distogliere lo sguardo dalle «sconcezze» che i giudici avevano svelato. Ma se i due commentatori non hanno confuso cause con effetti ciò che volevano dirci è che, frode o non frode, una persona che ha governato il paese per nove anni non doveva essere condannata.

Mentre secondo Gadda «[l]’atto di conoscenza… ha da radicarsi nel vero», e non deve «chetarsi a un bel sogno, o all’astrazione della teoretica pigrizia».

Fu invece un «bel sogno» l’importante editoriale – La zattera della Medusa, pubblicato il 6 dicembre 2012 – con il quale il direttore del giornale fissò quella linea. In quei giorni non era chiaro se Berlusconi avrebbe guidato il suo partito alle elezioni, che erano imminenti, e alcuni suoi dirigenti invocavano le primarie. Ecco il passaggio centrale dell’articolo: «[s]e c’è, come crediamo, un gruppo dirigente liberale e democratico all’altezza del compito, ma soprattutto responsabile, deve avere la forza di separare il proprio destino politico dalla deriva solitaria e resistenziale del proprio capo».

Questi sono aggettivi appuntati al petto di un gruppo dirigente che prima sprecò una legislatura a confezionare leggi ad personam, tutte approvate con rapido, unanime e direi allegro consenso da quella maggioranza, mentre la produttività della nostra economia era ferma, poi pensò di contrastare la crisi negandone l’esistenza, sino all’orlo del baratro, e infine si prese il gusto di fare la fronda al governo di emergenza, chino a raccogliere i cocci, per raccogliere voti. Poco dopo quel gruppo dirigente «liberale e democratico… ma soprattutto responsabile» sconfessò anche l’altro attributo – «all’altezza del compito» – che il direttore del Corriere gli aveva forse troppo precipitosamente elargito, poiché gli mancò «la forza» di separarsi dal «proprio capo» (parola raramente ben scelta). Solo metà lo fece, e solo dopo elezioni e condanna.

E allora che pensare del più recente editoriale – Il nemico allo specchio, pubblicato il 24 Settembre scorso – nel quale il direttore del Corriere rivolge critiche piuttosto dure all’attuale primo ministro e alla sua «squadra»? Sono rilievi largamente convincenti: ma dobbiamo ritenere che il giornale giudichi questo gruppo dirigente meno «liberale», «democratico», «all’altezza del compito» e «responsabile» di quello – ora diviso tra Forza Italia e Ncd – che ricevette queste quattro impegnative lodi? Vi invito a scorrere nella mente nomi e volti, senza caritatevoli omissioni.

Il Corriere ha narrato le deteriori pratiche politiche ed economiche di questo ventennio con precisione e senza censura. Sulle sue pagine scrivono autori come Claudio Magris e Corrado Stajano. Ma è possibile che la stoica cautela dei suoi principali editoriali di fronte a quelle «sconcezze», durata vent’anni, ne sia gradualmente divenuta concausa. Ammantando il proprio giudizio di eufemismi e inesatte comparazioni (cerchio e botte) il Corriere ha probabilmente confuso l’elettorato, che invece aveva bisogno di strumenti di giudizio adeguati a un’insidiosissima deriva populista, e insieme ha offerto copertura politica, e direi anche morale, agli interessi che hanno beneficiato di quelle pratiche. L’ipotesi mi pare plausibile, ed equivale a dire che il Corriere ha sostanzialmente abdicato al compito di suggerire al vasto segmento della società che vuole rappresentare un modo più efficiente e virtuoso di perseguire i propri interessi. Infatti la critica liberale del ventennio si leggeva soprattutto sull’Economist, famosamente, e sul Financial Times.

Mi pare emblematico, a questo proposito, che per persuadere Berlusconi a farsi da parte prima delle elezioni del 2013 La zattera della Medusa gli promettesse l’indulgenza della storia. L’argomento conclusivo della perorazione del direttore del Corriere, infatti, è questo: «[c]on un’uscita di scena più dignitosa, il giudizio [degli storici] non potrà che essere più articolato e imparziale». Berlusconi evidentemente lo prese in parola e pensò che valeva anche il contrario (ossia che se lui non fosse uscito di scena volontariamente il giudizio degli storici sarebbe stato meno articolato e imparziale: e lui non poteva che uscirne meglio). Ma, a parte l’errore tattico, il ricorso a questo argomento suggerisce che al Corriere mancava l’autorevolezza per dirgli, semplicemente, di andarsene. E gli mancava, immagino, per le ragioni che ho appena ricordato.

Berlusconi è identificato col ventennio perché fu esplicito apologeta dell’evasione fiscale e simbolo, volente o nolente, della corruzione politica. Ma questi due fenomeni – che, insieme al crimine organizzato, sono manifestazione e concausa della debolezza delle nostre istituzioni – preesistono al ventennio, non paiono diminuire, e nuove leggi per contrastarli sono ancora in discussione, dopo successive marce avanti e marce indietro. Quindi che Berlusconi esca di scena o meno è questione di scarsa importanza, che lascerei a lui e ai suoi elettori. Il ‘ventennio’ finirà quando quei fenomeni scenderanno a proporzioni fisiologiche, e quando avremo risposte plausibili a queste domande: quali settori della società hanno beneficiato di quelle distorsioni e le hanno alimentate e perpetuate? Perché hanno preferito quella strada per promuovere i propri interessi? Perché è stato – e forse resta – politicamente conveniente non aggredire con vera determinazione quelle distorsioni? E quindi, perché il Corriere – che pochi giorni fa ha pubblicato un commento di Paolo Cirino Pomicino (intitolato La politica può rimediare alle colpe della finanza: può darsi, ma rimedia meglio quando non prende quelle tangenti per le quali l’autore patteggiò un paio d’anni) – seguì quella linea?
 
Bio dell’autore / Andrea Lorenzo Capussela: nel triennio 2008–11 ha guidato l’ufficio economico della missione internazionale che sorvegliava la formazione del nuovo stato del Kosovo. Nel periodo 2011–14 ha lavorato come consigliere del ministro dell’economia di Moldavia, sempre per conto dell’UE. Si è dimesso per terminare un libro, State-Building in Kosovo, che esce a Londra a marzo 2015, e tentarne di scriverne un altro; lavora anche sullo sviluppo di un’area della Calabria, intorno a Sibari, nel progetto Luoghi Idea(li) promosso da Fabrizio Barca.

Pd, primarie spinose


Jannis Kounellis

Vitareale / Pd, primarie spinose di Andrea Lorenzo Capussela

Le primarie liguri hanno sollevato due questioni. Dubbi sulla regolarità del voto, e una controversia – principalmente sulle alleanze per il governo della regione – sotto la quale si percepisce lo scontro tra linee politiche confliggenti. Qui tratto solo la prima questione, ma tocco la seconda nella nota 3 (nel post che seguirà).

La vicenda è nota. Già prima del voto Sergio Cofferati paventa brogli. Raffaella Paita vince. Cofferati denuncia irregolarità. Paita le nega ma ne segnala altre. La magistratura s’interessa di due seggi. Il collegio dei garanti del Pd ligure riceve 29 ricorsi. Ne accoglie 13, riducendo il divario tra i candidati. Lo stesso giorno il Pd proclama eletta Paita. Continua a leggere

Il passaggio decisivo è la decisione del collegio. Presieduto da un ex giudice costituzionale e composto da altre quattro persone «di provata esperienza e riconosciuta autorevolezza ed imparzialità», il collegio è una sorta di organo giudiziario. Ed è credibile: nessuno, pur nel fuoco della polemica, ha messo in dubbio la sua correttezza e indipendenza. Neppure io lo faccio, e passo alla sua decisione.

Il criterio di giudizio è sempre questo: se l’irregolarità denunciata risulta dal verbale di seggio il ricorso è accolto, altrimenti è respinto [1]. Questo criterio può destare perplessità. Per quanto affidabile, infatti, il verbale può registrare solo ciò che accade nel seggio o lì davanti: ma raramente chi compra voti li paga di fronte agli scrutatori, ad esempio. La critica sarebbe sbagliata, tuttavia, poiché se un ricorso non è sorretto da prove credibili il collegio non può ignorare il verbale in base alla sola parola dei ricorrenti; e siccome assumo la sua correttezza devo presumere che nessuno dei sedici ricorsi rigettati si reggesse su prove credibili. Inoltre, le regole non chiedevano al collegio di fare una propria indagine per capire se, al di là delle prove presentate dai ricorrenti, le irregolarità c’erano davvero. Quindi sin qui tutto bene.

In ciascuno dei tredici casi in cui ha accertato delle irregolarità il collegio ha annullato il seggio, ossia ha annullato tutti i voti espressi nel seggio. Le regole, se le ho intese bene, gli chiedono solo di «far cessare la violazione e ristabilire la parità di condizioni fra i candidati» [2]. La scelta di usare sempre e solo quel rimedio è quindi attribuibile al collegio, ed ha condotto a esiti irragionevoli.

Il collegio ha annullato cinque seggi solo perché vi aveva votato qualcuno – sei e nove persone, in due casi, e numeri imprecisati (e.g., «alcuni») negli altri tre – che non aveva diritto al voto (perché «di centrodestra» [3], o perché non aveva pagato i 2€ di contributo [4]). Per elidere l’effetto della violazione bastava togliere i soli voti illegittimi, sottraendoli ai tre candidati in proporzione ai voti ricevuti: questa soluzione sterilizza l’effetto della violazione, rispetta i diritti degli altri elettori, e distorce solo impercettibilmente il risultato del voto [5]. La scelta del collegio è distorsiva, invece, è ingiusta, e paradossalmente moltiplica l’effetto della violazione: per quanto non abbia alterato il risultato di queste elezioni, infatti, essa crea un precedente che rende le future primarie molto vulnerabili a anche trascurabili, innocenti o deliberati.

C’è poi un caso dubbio – 25 schede messe nell’urna prima dell’apertura del seggio: innocente disinvoltura o frode? (solo in caso di frode aveva senso annullare tutto, per le ragioni appena dette) – sul quale non vale la pena di fermarsi.

Nei restanti sette casi il rimedio pare proporzionato. In quattro seggi il collegio ha accertato il «condizionamento» organizzato del voto – verosimilmente comprato, in almeno due casi – di interi gruppi di elettori [6]. C’è poi un caso di voti dichiaratamente comprati: due voti soltanto, ma il collegio deve aver presunto che siccome nessuno compra solo un paio di voti dietro quei due casi c’era una frode più estesa, e per precauzione ha annullato l’intero seggio [7]. E due altri casi di probabile frode organizzata, col metodo della scheda non vidimata [8]: siccome la presenza nelle urne di schede non vidimate è spesso indice di compravendita organizzata del voto il collegio ha scelto di non limitarsi ad annullare quelle sole schede, come prescrivono le regole, ma di annullare tutto [9].

Quindi sette decisioni condivisibili, una dubbia, e cinque irragionevoli. Cinque errori su tredici non sono pochi. Sono errori secondari, certo, commessi nei casi meno preoccupanti. Ma fanno cadere la presunzione d’infallibilità del collegio, e dimostrano una netta deviazione dal criterio formalistico sempre usato dal collegio: in almeno due casi, infatti, i garanti-giudici hanno necessariamente dedotto dai fatti accertati – il ritrovamento delle schede non vidimate – conseguenze più vaste di quanto le prove non testimoniassero, o le regole non richiedessero, e lo hanno fatto sulla base del principio di precauzione e di una (ragionevole) regola di esperienza. La domanda, allora, è se qualcuno dei sedici ricorsi respinti non meritasse anch’esso un approccio simile.


Jannis Kounellis

In particolare, quattro ricorsi riguardavano gruppi di stranieri accompagnati a votare da un’interprete. Il collegio ha accolto un solo ricorso, perché il verbale dimostrava che l’accompagnatore aveva anche pagato i 2€ per i votanti, alcuni dei quali avevano poi fotografato il proprio voto nella cabina elettorale, mentre nulla di simile emergeva dagli altri tre verbali. Non è escluso, però, che la vera differenza tra questo caso e gli altri tre sia che i suoi protagonisti sono stati più maldestri. Questo non è certo, naturalmente. Ma non era neppure certo che i voti comprati fossero più di due, o che le schede non vidimate fossero state strumento di compravendita del voto.

Il caso più simile a quello degli stranieri è quello dei votanti «di centrodestra». Siccome queste persone avevano firmato una dichiarazione di adesione al programma del centrosinistra, è solo sulla base di una regola di esperienza – che le persone raramente mutano opinioni politiche nel giro di pochi mesi – che il collegio ha potuto dichiararli elettori illegittimi, oltre che bugiardi. Ma se questa regola d’esperienza è sufficiente per decidere della validità di un voto – ne dubito – allora si può costruire una regola simile, e non meno solida: è improbabile che stranieri che conoscono male l’italiano e vanno a votare in gruppo, accompagnati da un’interprete, votino per loro incondizionata scelta, soprattutto quando è provato che c’è in giro qualcuno che compra voti di stranieri. Non dico che il collegio avrebbe dovuto seguire questa regola: dico che sembra aver applicato agli italiani conservatori una regola più rigorosa che agli stranieri non italofoni. Questo atteggiamento equivale a una sorta di affirmative action, che ha senso per un organo politico ma lascia perplessi in un organo giudiziario. Anche perché il collegio non parla neppure del rischio di condizionamento del voto, che invece era l’oggetto del ricorso: la motivazione che ha scritto non è che una breve lezione su integrazione ed eguaglianza.

Questa la decisione del collegio, che ha stabilito quali ricorsi erano fondati e quali no. È sufficiente per concludere che le primarie si sono svolte in modo ragionevolmente accettabile? Ovviamente no, a causa sia del criterio (quasi) sempre formalistico seguito dal collegio, sia del suo approccio atomistico: quest’organo infatti si è limitato a emettere 29 separate decisioni su 29 separati ricorsi, senza mai legare casi simili tra loro, farne una valutazione d’insieme, o dare un giudizio complessivo sullo svolgimento delle primarie. Deliberatamente, il collegio ha guardato agli alberi* e non alla foresta. Quindi il suo giudizio è una base necessaria ma non sufficiente per decidere se ratificarne l’esito.

Le primarie sono elezioni che il Pd – il centrosinistra, in questo caso – organizza volontariamente e nel proprio interesse. Se il loro esito non è ragionevolmente credibile esse sono dannose, oltre che inutili, e il Pd ha il diritto di annullarle anche qualora il collegio non lo chieda. Ed è chiaro che a questo fine non conta tanto il numero dei seggi annullati – cinque di troppo, a mio avviso – quanto la natura delle irregolarità accertate e il quadro che esse disegnano insieme agli altri fatti noti, quali le apparenti anomalie nell’affluenza alle urne. Visti in questa prospettiva, i sette casi accertati di «condizionamento» organizzato del voto, gravi e piuttosto simili tra loro, sono anche sufficientemente simili a quelli denunciati da alcuni ricorsi rigettati per dar corpo all’ipotesi che l’inquinamento del voto sia stato più esteso di quanto i verbali o i ricorrenti abbiano potuto dimostrato: sensibilmente più esteso, quelle anomalie sembrerebbero suggerire.

Il collegio non ha valutato questa ipotesi, ma ciò solo non la esclude: erano gli organi politici del Pd che dovevano considerala, sia perché è sufficientemente realistica da non poter essere esclusa a priori, sia perché quello che è emerso a proposito del Pd romano rende consigliabile, in queste cose, errare più per eccesso che per difetto di prudenza. Quindi il Pd doveva fare almeno qualcuna delle indagini che il collegio non aveva potuto svolgere: un’analisi statistica del voto, ad esempio, e interviste al personale dei seggi, ai dirigenti locali, agli elettori stranieri.

Il Pd ligure avrà fatto queste verifiche? Immagino di sì, poiché non farle sarebbe stato imprudente. Ma la proclamazione dei risultati è avvenuta già il 16 gennaio, ossia cinque giorni dopo il voto e tre giorni prima che il collegio scrivesse, approvasse e pubblicasse le motivazioni delle proprie decisioni: il Pd ha avuto poco tempo e non tutte le informazioni utili per fare le sue indagini. Soprattutto, non ha mai detto di averle fatte: per sostenere la propria decisione di confermare il voto, e rispondere alle critiche che sono seguite, ha citato solamente la decisione del collegio. Ma se, fatte quelle verifiche, il Pd era ragionevolmente certo che le elezioni non fossero state inquinate oltre i casi accertati, perché non rispondere alle critiche dicendo che la macchina delle primarie aveva funzionato a dovere? Avrebbe avuto ogni diritto di dirlo, poiché tutte le irregolarità denunciate erano state prima registrate, con una sola eccezione, a verbale e poi sanzionate. In altre parole, o queste elezioni sono andate molto bene o sono andate piuttosto male, e ciò richiedeva una nettezza che nella comunicazione pubblica del Pd non ho notato. Allora forse le verifiche non sono state fatte.

Quest’incertezza, se permarrà, può lasciare delle ombre. Non necessariamente sull’esito del voto e non tanto per le irregolarità accertate, quanto perché ignorare un’ipotesi realistica di condizionamento diffuso del voto equivale a dimostrare tolleranza verso questo fenomeno: un grado di tolleranza pari al grado di realismo di quell’ipotesi.

Note

[1] Una sola volta il collegio ha superato il verbale. Lo ha fatto perché l’irregolarità – grave, ripetuta, visibile – era confermata dalla dichiarazione di una scrutatrice: il collegio, quindi, ha creduto a lei e non ha chi a scritto il verbale (che aveva interesse a omettere quelle irregolarità perché che dimostravano quantomeno la negligenza del personale di seggio). Questa è la decisione (Imperia, seggio Santo Stefano al Mare): «Viene lamentata, attraverso una specifica dichiarazione di una scrutatrice, la presenza di un assessore comunale di Pompeiana che chiedeva ripetutamente, recandosi più volte presso il seggio, l’elenco dei votanti per verificare che tutte le persone da lui mandate a votare lo avessero fatto, aggiungendo che in caso contrario avrebbe dovuto “saldare i conti e non voleva essere preso in giro”. Per l’attività inquietante segnalata, il disturbo del voto e la grave dichiarazione espressa, il Collegio decide di annullare il voto del seggio.»

[2] Articolo 18, terzo paragrafo, del regolamento per le primarie liguri: «Il Collegio, accertata la violazione, rende note le misure adottate al fine di far cessare la violazione e ristabilire la parità di condizioni fra i candidati, prescrivendo gli atti riparatori a favore dei soggetti danneggiati e fissando il termine per l’adempimento.» Questa è sola regola che ho trovato, nel regolamento ligure o in quello nazionale: magari ne esistono altre, ma nelle sue decisioni il collegio cita sempre e solo questo medesimo regolamento.

[3] Qui il collegio ha sbagliato doppiamente, perché tutti questi elettori – tranne forse quella, donna stravagante, che «votando ha dichiarato di essere per il centrodestra» – erano legittimi (secondo le regole che ho letto: articolo 6 del regolamento). In questi casi, infatti, tutto ciò che il verbale e la memoria storica locale potevano dimostrare è che avevano votato dei conservatori. Ma per aver diritto a votare è sufficiente aderire, firmandole, alle ‘linee guida del centrosinistra per la Liguria’. Questo documento non si trova su internet, e il Pd ligure non ha risposto alla mia richiesta di mandarmelo: ma suppongo che non si discosti molto dal ‘manifesto’ per le elezioni regionali, che è un documento (disponibile qui) piuttosto lungo, ragionevole e spesso vago, con idee che un conservatore democratico e liberale può agevolmente condividere, e che difficilmente può servire da discrimine se non rispetto a posizioni politiche estremiste, populiste o stravaganti. Su che base, quindi, il collegio – che in tutti gli altri casi ha guardato solo alle prove scritte – ha fatto prevalere la propria percezione delle opinioni politiche di queste persone sulla loro dichiarazione scritta, e li ha dichiarati tutti mentitori? Evidentemente il collegio ha guardato alla sostanza, e devo presumere che abbia fatto bene. Ma se si guarda alla sostanza bisogna guardarla per intero. Prima del voto, infatti, un candidato (Paita) aveva dichiarato di vedere con favore una coalizione con forze moderate – quelle che hanno votato la fiducia al governo nazionale insieme al Pd – estranee alla coalizione che ha organizzato le primarie. Questo magari è un problema per il Pd, ma quella di Paita è stata una dichiarazione ammirevolmente trasparente, oltre che politicamente significativa. Quindi è piuttosto verosimile – e il collegio non poteva ragionevolmente escludere – che quegli elettori conservatori avessero votato per Paita perché genuinamente volevano la sua vittoria alle primarie, proprio in considerazione di quel progetto di coalizione; ed è altrettanto verosimile che essi prevedessero (e tuttora prevedano) di votare per lei anche alle elezioni regionali, visto che la concorrenza da destra rende improbabile la vittoria di un loro autonomo candidato e rende razionale per loro votare Paita. Il problema allora non nasce tanto dai limiti strutturali delle primarie aperte e volontarie, quanto dal divario tra la coalizione che le ha organizzate e la coalizione, più ampia, che uno dei candidati progetta di fare. O quella coalizione è ammissibile – quale soluzione desiderabile ex ante, non quale soluzione pragmatica ex post – per il Pd, e allora le primarie dovevano essere aperte anche agli elettori moderati; o non è ammissibile, e allora prima del voto quella candidata doveva essere contraddetta o privata dell’elettorato passivo. Siccome Paita non è stata contraddetta quei conservatori erano tutti elettori legittimi, così come erano legittimi tutti gli altri moderati che, senza essere individuati come tali, hanno senza dubbio votato negli altri seggi. Ne consegue che è sbagliato definire stravagante l’elettrice che «votando ha dichiarato di essere per il centrodestra»: è stata ammirevolmente trasparente a chiarire la propria posizione politica. Ne consegue, egualmente, che Cofferati avrebbe forse fatto meglio a dimettersi prima del voto, se le ragioni principali del suo (evidentemente insanabile) dissenso col Pd sono i voti moderati e il progetto di coalizione coi loro rappresentanti.

[4] Non c’è dubbio che questi fossero elettori illegittimi, perché per avere diritto a votare bisogna pagare i 2€ (articolo 6 del regolamento). Ma queste persone si sono rifiutate di pagare, se ne sono dimenticate, o è stato il personale di seggio a dimenticarsi di chiedergli di pagare? Ciascuna ipotesi conduce a esiti assurdi, se la sanzione è sempre l’annullamento.

[5] Esempio: il candidato A riceve 300 voti, il candidato B 200, il candidato C 100; ma 6 voti sono illegittimi; e le regole chiedono di «far cessare la violazione e ristabilire la parità di condizioni fra i candidati». Prima soluzione: ciascun candidato perde una frazione dei 6 voti che sia pari alla frazione di voti ottenuti; quindi, siccome A ha ottenuto ½ dei voti espressi perderà 3 voti (½x6=3); B ha ottenuto 1/3 dei voti e ne perderà 2 (1/3×6=2); C ne perderà 1 (1/6×6=1); così si eliminano solo 6 voti, e lo si fa rispettando i rapporti di forza tra i candidati. Seconda soluzione: ciascuno perde 6 voti, e quindi l’esito sarà A 294 voti, B 194, e C, 94. Oppure, soluzione mista: siccome C ha preso ½ dei voti di B e 1/3 dei voti di A, C perde 6 voti (6×1), B ne perde 12 (6×2), e A 18 (6×4). La prima soluzione è la meno dispendiosa in termini di voti, e non è irragionevole pensare che i voti illegittimi si siano distribuiti come gli altri; la seconda soluzione copre il rischio che così non sia avvenuto, ma è più dispendiosa e distorcente; la terza soluzione è ancora più dispendiosa. Ma nessuna delle tre è tanto distorcente e dispendiosa quanto annullare il voto. Ad esempio, usando la prima soluzione – si tolgono solo 6 voti, un po’ per ciascuno – resta possibile che qualcuno dei candidati benefici di voti illegittimi (qualora questi si siano distribuiti in modo diverso dalle proporzioni usate): il rischio che ciò sia determinante sull’esito del voto, tuttavia, sorge solo qualora il candidato C vinca le elezioni per un numero di voti pari o inferiore a 5 (6 meno 1 che gli è stato tolto), ovvero qualora B vinca per un numero di voti pari o inferiore a 4 (6-2), ovvero qualora A vinca per un numero di voti pari o inferiore a 3 (6-3); in tal caso, a rigore, bisognerebbe annullare le elezioni. Ma al di fuori di questi tre casi, poco probabili, non ci sarebbe problema. Annullando tutti i 600 voti del seggio, invece, il rischio di incidere sui risultati delle elezioni è molto più elevato: perché, ad esempio, se A perderà le elezioni per un numero di voti pari o inferiore a 294 (300-6), la causa prima della sconfitta sarà stata la presenza dei voti illegittimi, che ha prodotto l’annullamento del seggio. Paradossalmente, pertanto, annullando il seggio si moltiplica l’effetto inquinante dei voti illegittimi (e della «violazione»). Il che è assurdo, ed è l’opposto di ciò che la regola richiede.

[6] Questi i quattro casi: Tigullio, seggio Moconesi: «pressante controllo del voto»; Savona, seggio Villapiana: «suggerimento di voto espresso e ripetuto… insistente richiesta di consegna ai votanti delle ricevute di versamento»; La Spezia, seggio 8: «scatto di fotografie all’interno della cabina elettorale… l’accompagnamento di un interprete che spiegava a soggetti non italiani quello che dovevano fare e che provvedeva per loro a versare i due euro dovuti»; Imperia, seggio Santo Stefano al Mare: «assessore che chiedeva ripetutamente, recandosi più volte presso il seggio, l’elenco dei votanti per verificare che tutte le persone da lui mandate a votare lo avessero fatto, aggiungendo che in caso contrario avrebbe dovuto “saldare i conti e non voleva essere preso in giro”».

[7] Tigullio, seggio Lavagna: «gravi segnalazioni di due elettrici, e in particolare di una, che parla di Euro versati a lei, prima dell’ingresso al seggio, ai fini del voto».

[8] Le schede devono tutte essere vidimate – nel seggio, pubblicamente e subito prima del voto – non solo per evitare che nell’urna entrino schede diverse, o ulteriori, rispetto a quelle consegnate agli elettori, ma anche per impedire un metodo sicuro e relativamente semplice di compravendita del voto. Il metodo è questo. Chi vuole desidera voti si procura una scheda non vidimata, comprandola o rubandola dallo stampatore o dagli uffici elettorali. Il giorno delle elezioni la consegna al primo elettore comprato, il quale se la mette in tasca e va al seggio. Al seggio l’elettore riceve una scheda vidimata; nella cabina elettorale la sostituisce con quella, non vidimata, che ha in tasca; mette nell’urna la scheda non vidimata (votandola come desidera: il voto è comunque nullo); esce con quella vidimata in tasca; torna dal compratore, gli consegna la scheda vidimata (bianca), e riceve i soldi promessi. Il compratore segna il voto desiderato sulla scheda vidimata che ha appena ricevuto dal primo elettore, e la consegna al secondo elettore venduto. Questi va al seggio, mette questa scheda nell’urna, esce con la scheda vidimata (bianca) in tasca, la consegna e riceve i soldi. Il compratore segna il voto sulla scheda, la consegna al terzo elettore, e così via. A seconda dell’efficienza dell’organizzazione e dell’intensità dell’affluenza al seggio con una scheda non vidimata si possono comprare sino a una dozzina di voti per ogni ora di apertura del seggio. Ma resta la traccia, ossia una scheda non vidimata per ogni catena di voti comprati: 12 potenziali catene non sono poche, e 72 sono molte (troppe, forse). Questo metodo è usato nei paesi a democrazia debole (si usa in Kosovo), ma apparentemente anche in Italia: ad esempio questo articolo, questa sentenza e questo altro articolo testimoniano di casi sospetti in Calabria, nel 2011 e nel 2012.

[9] Il regolamento (quarto paragrafo dell’articolo 14) dice che «Il voto è nullo quando… sia espresso su una scheda non vidimata»: è nullo il voto, quindi, non il seggio. I due casi sono: Imperia, seggio Perinaldo (12 schede); e La Spezia, seggio Sarzana (72).

Bio dell’autore / Andrea Lorenzo Capussela: nel triennio 2008–11 ha guidato l’ufficio economico della missione internazionale che sorvegliava la formazione del nuovo stato del Kosovo. Nel periodo 2011–14 ha lavorato come consigliere del ministro dell’economia di Moldavia, sempre per conto dell’UE. Si è dimesso per terminare un libro, State-Building in Kosovo, che esce a Londra a marzo 2015, e tentarne di scriverne un altro; lavora anche sullo sviluppo di un’area della Calabria, intorno a Sibari, nel progetto Luoghi Idea(li) promosso da Fabrizio Barca.

Auguri.Che il 2015 non sia peggiore del 2014

Bacon Francis Bacon

Vitareale / Auguri. Che il 2015 non sia peggiore del 2014 di Antonio Levato

Ogni giorno è buono per dirsi buon anno per i giorni a venire. Il 2014 lo abbiamo ormai alle spalle. Perciò al diavolo e quel che è stato è stato. Ma abbiamo qualche ragione per immaginare un 2015 migliore? Parrebbe di no e meglio sarebbe arrestarne la marcia. Ma non si può e ragione e volontà hanno la meglio sulle ragioni del cuore. Così non ci resta che augurare buon anno nuovo e tanta buona fortuna; ché di essa s’ha veramente bisogno. Continua a leggere

A chi fare gli auguri allora? All’umanità intera, per cominciare. Che possa vivere, lavorare e soffrire in pace. Un augurio che, lo so, è un azzardo. Ma ha il vantaggio d’essere ecumenico e indiscutibile. Francescano. Se però si volesse scendere nel dettaglio, a chi e cosa augurare? Auguri a quegli italiani, uomini e donne, che fanno il proprio dovere ogni giorno, come sanno e come possono. Fra questi, un augurio speciale a quegli italiani e quelle italiane che in Italia e nel mondo aiutano il prossimo. A volere poi quantificare, escludendo dal computo evasori, assenteisti, raccomandati, segnalati, corrotti, corruttori, incompetenti, inconcludenti e via elencando per un anno, si rischierebbe di fare gli auguri per cartolina.

Auguri agli aguzzini e agli oppressori, visto che esistono in copiosa quantità, di vario aspetto, entità e natura in ogni angolo della terra. Sgozzatori, mercanti di carne umana, stupratori, xenofobi, sessuofobi, affamatori, torturatori, razzisti, pedofili, mafiosi, ‘ndranghetisti, affaristi, abitanti e inquilini del “mondo di mezzo”. Cosa augurare a questa feccia? Dio, se esiste, era di sicuro distratto quando li fece. Perciò ora li converta o li annienti e fulmini. Al più presto. Riparando così alla colpevole sbadataggine. E comunque meno male che anch’essi muoiono.

Auguri alle vittime, come ogni tartuferia invoca. Ma le vittime sono una massa sterminata e perciò irraggiungibili. Sono persone fragili, sperdute, sole, sfiancate dalla vita. Certa sociologia le definisce soggetti “marginali” e quindi irrilevanti. Provate a immaginare per un istante quanto e cosa può fregargliene a questi della fine e inizio d’anno.

A chi altri fare gli auguri di buon anno? Ai calabresi, giovani e vecchi, disoccupati, cassintegrati e pensionati al minimo. Rischiano, insieme agli italiani nelle loro condizioni, di ritrovarsi nel 2015 ancora più poveri. Lo sanno, perciò hanno gridato la propria rabbia e indignazione sulle piazze che Landini gli ha procurato, ché fosse stato per la Camusso sarebbero ancora a borbottare. Auguri diminuiti invece a tutti quei precari, lsu e lpu compresi, che si battono per la stabilizzazione di rapporti di lavoro creati ad arte da politici e assessori regionali per espandere la clientela. Raggiungano l’obiettivo, ma il loro diritto sarà più uguale di altri mentre i sindacati al loro fianco avranno lavorato per conto terzi.

Auguri dal profondo del cuore invece a tutti quei giovani seri, responsabili e impegnati che, con una laurea in tasca, hanno lasciato la Calabria per un futuro nel mondo. Molti, si sa, vorrebbero tornare per donare la propria esperienza e il proprio sapere e vivere nella loro terra. Sin’ora non è accaduto e una rondine, s’è arrivata, non fa la primavera. Perciò se ne stiano fuori, ché tanto la Calabria non li merita. Per ora.

E auguri pure a quei tanti calabresi che il 23 novembre, non andando a votare, hanno sottolineato l’urgente necessità di una nuova politica e di un nuovo modo d’essere dei politici. Ne tenga conto Mario Oliverio. Dopo il “modello Reggio” di Scopelliti dare un segnale chiaro e forte di novità, magari pertinente con i valori coi quali è cresciuto, non sarà una prova eroica ma di sicuro un guadagno di minima immortalità. Che provi a realizzare una pulita e sana amministrazione. Se poi proverà pure a governarla questa regione, avrà fatto quello che deve fare. Perciò buon anno e buon lavoro Presidente.

Ci promettono che quest’anno sarà di svolta, che ci sarà la ripresa. Mitica, come l’araba fenice. Intanto la maggioranza degli italiani piange lacrime di gelo, lamenta freddo e accusa una forte penuria di consumi. Sarebbe già una buona ragione per stringersi in un abbraccio e scambiarsi fraterni auguri. Ma è meglio non lasciarsi prendere dai sentimentalismi, specie ora che hanno smontato l’articolo 18. Se poi ai sentimenti proprio non si resiste, meglio sarebbe che il 90% degli italiani facesse gli auguri a quelli che possiedono il 40% della ricchezza del Paese. Cioè a sé stessi. E agli altri? Beh, che il nuovo anno gli italiani s’incazzino tanto da imporre una sacrosanta riforma fiscale, prendendo magari spunto dal regalino che il nazareno al governo vuole fare al nazareno dell’opposizione. Non saranno gli auguri per una rivoluzione, ma almeno per un decente inizio di rivolgimento.

Auguri e felicità, allora. Che si cominci subito, a partire dall’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, e che ai nazareni malprò gli faccia. Spesso accadono cose non previste, spesso ragionevoli, all’apparenza impossibili. Perciò, con curiosità ottimista, aspettiamo d’assistere ai riti antichi della prima repubblica mescolati ai fantasmi dei franchi tiratori. E mentre al colle, con viva e vibrante esitazione preparano le valige fitte di moniti ed esortazioni per il dopo, in pianura s’accendono fuochi cospiratori al grido del Crozza-Razzi.

Auguri dunque. In alto i calici. Brindiamo. Brindiamo al futuro della nostra Calabria e di questo nostro Paese. Quel futuro migliore che tutti gli italiani meritano e di cui la storia sarà genitrice. Se solo la volontà di riscatto e affermazione della dignità di quanti sono offesi farà sentire quotidianamente il suo urlo.

Auguri. Che il 2015 non sia peggiore del 2014.

Bio dell’autore / Antonio Levato: operaio metalmeccanico, militante e dirigente Fiom, oggi in pensione. Ha ricoperto incarichi di lavoro nella Cgil nel settore della formazione sindacale e della formazione professionale. Attualmente si occupa  di associazionismo e volontariato, ma non perde di vista la sua Cgil.

Un sabato al pronto soccorso di Patrizia Piergentili

Arnulf Rainer Arnulf Rainer

Vitareale / Un sabato al pronto soccorso di Patrizia Piergentili

L’azienda sanitaria serve un quartiere/Municipio romano di circa 145.000 abitanti ed è un polo d’eccellenza a livello nazionale per importanti specializzazioni mediche. Ciò nonostante, il suo pronto soccorso è un luogo denso di acute contraddizioni. Se ci arrivi in fin di vita, hai un’elevata speranza di salvarti: il personale è qualificato e non si risparmia, le attrezzature sono adeguate e persino funzionanti. Se ci arrivi moribondo sei nel posto giusto. Se stai molto male la storia cambia. Continua a leggere

Dipende da quando è valutato “molto” il male. La dimensione del “molto”, infatti, ha una sua rilevanza che prende forma con l’attribuzione di un codice in base all’urgenza/emergenza della tua sofferenza. I codici rosso e giallo, che segnalano la gravità maggiore, richiedono un intervento immediato e, in questi casi, qualunque disfunzione o ritardo può essere senza ritorno. Fortunatamente nella maggior parte dei casi la struttura reagisce e riesce a mettere in sicurezza la vita del paziente.

Bianco e verde sono invece i codici che indirizzano verso un improbabile corridoio “sala d’attesa”, allestito con seggiolini di plastica, simili a quelli di uno stadio di calcio, disposti lungo un solo lato. Se impegnassero anche l’altro lato, impedirebbero il passaggio di barelle e macchinari. Gli scomodi seggiolini, che ti costringo a un’intimità totale con chi non conosci, sono tutti occupati. Pazienti e familiari affollano questo spazio angusto per cui non sempre l’ammalato trova un posto a sedere. Nemmeno la diffusione delle polizze integrative sanitarie private riesce ad alleggerire i pronto soccorso pubblici: perché sono rare le strutture ospedaliere private dotate di servizi di pronto soccorso ma anche perché i poveri, cresciuti a dismisura in questi anni di grande depressione economica, non possono, quando ci riescono, che ricorrere alle prestazioni pubbliche.

La lista d’attesa è fantasma. Dal momento in cui entri nel pronto soccorso, tempo e certezza diventano variabili random: non sai quanti pazienti sono arrivati prima di te, nessuno ti ha comunicato un numero ordinatore e, soprattutto, nessuno è in grado di dirti quanto aspetterai perché non c’è nessuno a cui chiedere. Per un tempo che sembra infinito, non vedi nessuno, a parte i pazienti e i loro familiari. I telefoni squillano, malati e accompagnatori visibilmente insofferenti, diversi pazienti giacciono, dormendo o lamentandosi, su barelle ai lati del corridoio adiacente senza alcuna privacy. Che strano paese il nostro: ti chiede autorizzazioni all’uso dei dati personali su ogni contratto che sottoscrivi e ti espone, quando sei più esposto, all’assenza di qualunque tutela della privacy e della dignità di essere umano se devi ricorrere al pronto soccorso.

Hai la sensazione di trovarti in un microgirone dantesco del terzo millennio. Ti chiedi come funzioni questo posto cruciale per la nostra vita e non riesci a capire quale sia la procedura, cartacea o informatica, con la quale si gestisce questa folla sofferente di persone e di pazienti disorientati alla complicata ricerca di qualcuno che si prenderà cura di lui. Ti chiedi se e quanto abbia investito l’azienda ospedaliera in consulenza organizzativa e informatica per provare a mettere ordine al caos del pronto soccorso. Con il passare delle ore ti convinci che il disordine è la vera cifra organizzativa, che tutto è aleatorio e incerto, paradossalmente anche i cognomi degli ammalati. L’infermiera urla a ripetizione cognomi incomprensibili, approssimativi, storpiati, alzando inconsapevolmente un’altra barriera alla già difficile integrazione di cittadini che arrivano da mondi lontani. Ti chiedi perché non si ricorra all’attribuzione di un numero a tutti i pazienti, italiani e no, per rendere le cose più semplici, trasparenti e non discriminanti.

Il pronto soccorso è inspiegabilmente “animato” da numerosi tossicodipendenti. Ai consumatori storici di eroina si aggiungono giovani e giovanissimi, italiani e stranieri: un fenomeno che sembrava scomparso, in realtà solo sostituito dall’uso di altre sostanze che hanno consentito ai consumatori di assumere un profilo meno percettibile, torna a prendere una dimensione visibile e preoccupante. Ti chiedi perché tanti tossicodipendenti si trovino al pronto soccorso con un Ser.t tra i più efficienti di Roma a poche decine di metri e tocchi con mano il disastro dei tagli lineari della spesa pubblica e il conseguente prosciugamento dei sistemi di welfare comunali che impongono ai Ser.t orari ridotti e la chiusura nei weekend.

Persone ammirevoli si danno da fare per rimediare al deficit organizzativo. Il vigilante assiste l’anziana che lamenta dolori da abbandono su una barella in corridoio. L’infermiere gentile, sostituendosi a chi dovrebbe dare informazioni, risponde con calma all’assalto di ammalati e parenti in attesa da ore. Spicchi di umanità lenitiva in un sistema ospedaliero colpevolmente azzoppato da riduzioni di personale e da risorse finanziarie decrescenti che producono disservizi, approssimazione organizzativa, turni di lavoro incompatibili con l’erogazione di servizi di qualità. Che succederà al cambio turno quando altri sostituiranno il personale in servizio? Saranno altrettanto garbati e pazienti con chi aspetta ormai da nove ore?

Al dolore fisico di cui nessuno si fa carico per ore, si aggiunge la mancanza del minimo di confort richiesto dalle circostanze che rende l’aria densa di sofferenza, insofferenza e tensione. Con un niente esplode una discussione più che accesa; una donna apre la borsa minacciando di tagliarsi con la lametta se qualcuno non si occuperà di lei; il carrello portavivande non riesce a passare tra le persone nei corridoi. Inevitabilmente, tutti se la prendono con tutti. La convivenza forzata mette a dura prova il fragile equilibrio di tante solitudini risentite.

Alla fine di una giornata che sembra non finire le domande si stratificano: è possibile che nessun consulente che nel tempo abbia affiancato l’azienda ospedaliera nel disegno di processi e procedure operative per la gestione dei dipartimenti, si sia mai fermato a osservare le dinamiche operative di un posto come questo? È possibile che non si sia fatto ricorso a chi detiene competenze ed esperienza per progettare soluzioni operative efficaci e moderne? E’ possibile che oggi non esista il modo di introdurre piccole innovazioni, non necessariamente ad alto contenuto tecnologico, per rendere meno logorante l’esperienza di ammalato in emergenza? E’ accettabile un tempo di permanenza di quattordici ore per una diagnosi curata con antidolorifici e terapia antibiotica? E’ accettabile che, per quattordici ore, nessuno sia stato incaricato di pulire bagni, corridoi, sale mediche? E’ possibile che nessun addetto amministrativo abbia fatto un giro per controllare la situazione? E’ davvero possibile affidare “la pace sociale” in un pronto soccorso alla buona volontà dei singoli operatori?

Bio dell’autore / Patrizia Piergentili: per diverso tempo consulente di direzione specializzata nei campi dell’analisi organizzativa. Da qualche anno si occupa di sviluppo risorse umane presso un ente pubblico economico. Collabora al progetto Luoghi Idea(li) di Fabrizio Barca.

Il sindacato disancorato

Voci / Il sindacato disancorato di Antonio Levato

Del ruolo e della vita del sindacato in Calabria si discute poco; se accade il sindacato resta muto.

È un fatto che sollecita qualche domanda. Il sindacato si sente troppo sicuro del proprio ruolo? Ritiene irrilevanti le critiche mossegli? Preferisce non alimentare una discussione che lo esporrebbe alla curiosità di osservatori interessati? C’è un po’ di tutto, ma nulla che spieghi in modo convincente il suo  “mutismo”.  Il problema è serio; tanto più che recenti vertenze ne hanno ribadito la persistente capacità di mobilitazione. Continua a leggere

Non è la prima volta che il sindacato calabrese è al centro di vertenze, anche aspre, in questo o quel settore, in questo o quel territorio. Così come nel passato, più o meno recente, è stato anche un formidabile promotore di mobilitazioni attorno ad obiettivi unificanti i mille fuochi sparsi nella regione, o attorno a temi come la legalità e la lotta alla criminalità organizzata. Un grande servizio per la tenuta sociale e democratica della regione, da sempre incline alla lamentosità e al ribellismo, e un grande presidio politico-culturale per la tenace contestazione del presunto carattere amorfo della società calabrese nella quale l’unica conflittualità possibile sarebbe quella criminale. Tuttavia, questo protagonismo sindacale se da una parte è stato capace di rappresentazione delle ansie e delle aspettative dei lavoratori e, oserei dire, del popolo calabrese, dall’altra non è riuscito a dare rappresentanza e quindi forza vertenziale e contrattuale ai soggetti che di quelle mobilitazioni erano protagonisti.

Oggi, l’approfondirsi della crisi e il peggioramento delle condizioni di vita rendono flebile la voce del sindacato e ne rimandano un’immagine di staticità, di soggetto ripiegato su sé stesso, impegnato più ad autogovernarsi che a vivere e praticare la connessione sentimentale con il popolo. Non sarebbe però corretto addebitare al sindacato, alle sue mancate o sbagliate iniziative, le difficoltà in cui versa la regione. Non tutto dipende dalla sua forza e dalla sua volontà. Ciò a cui il sindacato è però venuto meno è la costruzione di un vasto e articolato movimento di lotta sociale alimentato da una diffusa iniziativa di contrattazione sul territorio, occasione per sperimentare anche una dimensione innovativa di sé stesso, più fattivo e meno adattivo. Ma la domanda è: come mai le pur numerose e partecipate iniziative di lotta non hanno conquistato al sindacato calabrese una centralità forte, sicura e stabile? E quali sono le ragioni della crisi latente in cui versa?

Al netto di fattori nazionali, la mancata elaborazione e sperimentazione sul campo di una linea/progetto sul versante economico dello sviluppo possibile e sul versante sociale dei soggetti chiamati a sostenerlo, ha condensato il ruolo del sindacato nella rincorsa dei punti di crisi ai quali di sicuro non può sfuggire, ma che in assenza di una linea-progetto rendono la sua azione un insieme di denti di sega disancorati dalla lama. L’inefficacia dell’utensile è facilmente immaginabile, quanto verificabile quella dell’azione sindacale. Ne è così derivata una politica di gestione più o meno adeguata del quadro sociale dato. Sotto questo aspetto la Cgil, il sindacato che qui interessa, per la sua storia e per le aspettative in essa riposte, appare oggi una organizzazione statica e sulla difensiva. V’è di più; negli ultimi dieci o quindici anni, con l’ascesa del centro-sinistra ai governi nazionale e regionale, l’arrivo ai principali centri di potere di esponenti dei partiti amici ha indotto rilevanti cambiamenti sul modo d’essere e agire dell’apparato sindacale. Il quadro sindacale calabrese s’è trovato  di colpo davanti un personale politico di governo amico e accanto ad esso ha maturato una nuova “sensibilità/responsabilità istituzionale”, una sorta di “spirito di prossimità” verso le istituzioni di governo e il suo ceto politico, assai profondo, magari inconscio, come succedaneo della pratica sociale. Nulla a che fare, si badi, con la tradizione di “cinghia di trasmissione” e la relativa subordinazione del sindacato (Cgil) al partito (Pci). Oggi, i quadri sindacali della Cgil quand’anche iscritti ad un partito lo frequentano poco e partecipano ancor meno alle sue vicende, tranne che nella formazione delle liste nelle quali cercano qualche spazio.

L’attenzione e la ”sensibilità” sono verso le istituzioni di governo e verso il personale politico in esse impegnato. Da questo punto di vista, il cambiamento avvenuto, e ancora in corso, in un sindacato come la Cgil è assai rilevante. Questa sorta di istituzionalizzazione collaterale al governo amico, nazionale o regionale che sia, che c’è o che si spera arrivi,  s’esprime in vari modi e tutti  spingono il quadro Cgil verso il cielo dell’astrazione politica separandolo decisamente dalla cultura e tradizione del sindacato di movimento e di rappresentatività sociale, quale l’abbiamo finora conosciuto, facendogli vivere la propria missione come mestiere, invece che viceversa.

In fondo non è questo che s’è consumato nell’ultima tornata elettorale, allorché la Cgil, venendo meno alla sua antica tradizione di autonomia, ha appoggiato il Pd in modi che hanno imbarazzato lo stesso gruppo dirigente di quel partito senza fra l’altro essergli di alcun beneficio? A nessuno è sfuggito il “giro elettorale” in Calabria  di Susanna Camusso affiancata dai candidati del Pd. Quasi che i gruppi dirigenti di questa confederazione, confidando nel successo elettorale del centro-sinistra, contassero di condividerne il risultato magari esigendo poi qualche misura per placare l’ansia e l’insoddisfazione della base. Non è casuale che la Cgil, dopo le elezioni, in Calabria come nel resto del Paese, si limiti alle note a pie’ di pagina di ciò che passa il convento.

Per ora, in mancanza di una discussione seria e libera, non autoconsolatoria, la Cgil in Calabria resta impegnata in una gestione difensiva della propria forza e del proprio ruolo continuando a mancare quella iniziativa di mobilitazione di portata e significato adeguati alla situazione di sfibramento sociale della regione. Si ha l’impressione che la Cgil calabrese, al di là di questo o quello slancio parziale, ha progressivamente assunto da qualche tempo il “realismo pragmatico” come propria dimensione di fondo, sottolineando così tutta la sua debolezza strategica dinanzi alla gravità della crisi economica e sociale della regione. Nessuna iniziativa organizzativa può surrogare  questo vuoto.  Per la Cgil è urgente ridefinire la propria posizione nella società calabrese, i propri obiettivi sociali e rivendicativi, la propria linea politica e le proprie forme organizzate. In “sindacalese” si direbbe che la Cgil calabrese si trova oggi nella necessità di elaborare una propria “piattaforma”.

Il Congresso potrà essere una utile occasione. Ma i requisiti minimi, indispensabili e ineludibili, per questa operazione sono: (1) riaffermazione del principio di autonomia non solo dai partiti, dalle aziende e dalle istituzioni, ma pure dal ceto politico di governo e/o opposizione e, si perdoni la bestemmia, dalla stessa confederazione nazionale dalla quale ci si sarebbe attesi un aiuto più consistente delle frequenti presenze dei dirigenti nazionali alle riunioni interne; (2) capacità di rinnovamento; ma quest’ultimo, per essere autentico e non di facciata, deve potersi originare dalle proprie viscere e fondarsi sulle esperienze e intelligenze localmente disponibili, abbandonando l’idea leninista del “contributo” esterno che, nel sindacato come nei partiti, l’esperienza insegna, ha sempre creato più problemi di quanti ne abbia risolti.

A sbagliare c’è sempre tempo e si può farlo da soli, si direbbe; tanto più per cause ragionevoli .

Bio dell’autore / Antonio Levato: operaio metalmeccanico, militante e dirigente Fiom, oggi in pensione. Ha ricoperto incarichi di lavoro nella Cgil nel settore della formazione sindacale e della formazione professionale. Attualmente si occupa  di associazionismo e volontariato, ma non perde di vista la sua Cgil.

 

Il partito nuovo e il gioco dell’oca

Voci / Il partito nuovo e il gioco dell’oca di Francesco Raniolo

Codicillo alla “Memoria politica” di Fabrizio Barca

Il recente documento di Fabrizio Barca, reso pubblico dopo la sua iscrizione al Pd, merita di essere preso sul serio e di essere fatto oggetto di attenta riflessione che, data la vastità dei temi che richiama, qui non potrà che essere selettiva. Tale interesse non poggia tanto sui meriti e le competenze del ministro Barca, basta ricordare il suo ruolo di economista presso il Servizio studi della Banca d’Italia o presso il Dipartimento per le Politiche di sviluppo e coesione del Ministero dell’economia. Continua a leggere

Ma, soprattutto, sull’oggetto che costituisce il cuore della “memoria” e che traspare in maniera nitida già dal titolo: “Un partito nuovo per un buon governo” – o in forma ancora più netta come si legge nella premessa: “senza una nuova forma partito non si governa l’Italia”. Un tema, questo, che echeggia un ritornello già da tempo noto ai simpatizzanti e ai dirigenti del Pd fin dalla sua nascita nell’autunno del 2007: la ricerca di un “partito nuovo” piuttosto che di un “nuovo partito”. In sostanza, si tratta della configurazione non tanto di un altro partito, ma di un partito, di sinistra o centrosinistra (Barca però propende per la prima opzione), qualitativamente diverso tanto nella sua dimensione interna che relazionale. Forse ci si potrebbe chiedere se questo è il momento migliore per aprire un ulteriore fronte di dibattito all’interno e attorno a un Pd impantanato in una delle peggiori crisi politiche della sua esistenza e rispetto al quadro politico più recente. Un partito che si aspettava certamente di approdare al governo, che ha registrato solo una quasi vittoria nelle elezioni del 2013 e che sembra aver perso la fase del dopo-voto, avvicinandosi pericolosamente alla dissoluzione. Tuttavia, proprio i passaggi richiamati costituiscono delle ragioni sostantive per ritornare a riflettere sullo strumento partito.

Il documento-memoria di Barca è composto da sette capitoli, più una “sintesi” iniziale a mo’ di premessa e un “addendum” finale, per un totale di una cinquantina di pagine. Gli assi argomentativi attorno al quale si sviluppa il testo e sui quali intendo richiamare l’attenzione sono due. Il primo è relativo alla qualità dei partiti italiani, che sono diventati una specie particolarmente esiziale di organizzazione Stato-centrica – “partiti Stato-centrici” è un’etichetta proposta qualche anno fa da Piero Ignazi (Il puzzle dei partiti: più forti e più aperti ma meno attraenti e meno legittimi, in «Rivista Italiana di Scienza Politica», n. 3, 2004, pp. 325-346) nell’ambito del dibattito sulle trasformazioni dei partiti politici nelle democrazie occidentali tra la fine del XX e l’abbrivio del XXI secolo e che riprende e reinterpreta la nozione del cartel party, compreso il riferimento alla statalizzazione dei partiti che quella nozione evoca, proposta da Richard Katz e Peter Mair (Changing models of party organization and party democracy: the emergence of the cartel party, in «Party Politics», vol. 1, n. 1, 1995, pp. 5-28). Su questo aspetto tornerò tra breve. Il secondo asse è relativo alla qualità dello Stato e alle caratteristiche della statualità nel nostro paese: il nostro è uno Stato arcaico e autoreferenziale, dove allignano e prevalgono élites (politiche e burocratiche) estrattive poco o per nulla interessate alla produzione di beni pubblici. Inoltre, una sezione del documento Barca è dedicata al confronto tra modelli di governo della cosa pubblica (modelli di statualità o tipi di Stato) prevalenti in Occidente dal secondo dopoguerra: il modello socialdemocratico dello Stato del benessere che si afferma con la vittoria delle democrazie sul nazifascismo e resiste fino alla stagflazione degli anni ’70, caratterizzato da spinte esogene e endogene alla politicizzazione della società e dei bisogni individuali; il modello liberista o dello Stato minimo che trova il terreno di coltura politica a partire dall’avvento della signora Thatcher al governo inglese nel 1979 e dell’elezione a presidente degli Stati Uniti di Reagan nel 1980, un paradigma questo che spinge per contro verso la depoliticizzazione della società; e, infine, dopo la crisi finanziaria del 2008 e dei debiti sovrani degli 2010-12, il riconoscimento del doppio fallimento dello Stato keynesiano (tendenzialmente massimo e da noi sostanzialmente assistenziale) e del mercato autoregolantesi ha aperto una nuova fase – una nuova “grande trasformazione” per citare Karl Polanyi – di ricerca di un diverso equilibrio tra i pilastri istituzionali che danno corpo alle società avanzate. Questa nuova fase per Barca potrebbe meglio essere affrontata attraverso un modello di istituzioni politiche basato sullo “sperimentalismo democratico”, ovvero sull’innovazione delle istituzioni statali grazie alla “mobilitazione cognitiva” (espressione cara a Ronald Inglehart) dal basso che alimenta e arricchisce le capacità di problem solving pubblica e il ricorso a pratiche deliberative e dialogiche nel funzionamento delle istituzioni e degli apparati amministrativi.

Tuttavia, il “bandolo della matassa”, avverte Barca, sta nei partiti, in quello che erano, che sono diventati negli ultimi venti anni e che sarebbe auspicabile fossero in un futuro non troppo remoto: partiti palestra, aperti, di mobilitazione cognitiva, ecc.. (colgo l’occasione per avvertire che il tema della mobilitazione cognitiva, dei saperi dal basso, non solo risponde alla domanda di partecipazione di una società riflessiva ma per Barca costituisce il cuore di ciò che dovrebbe essere il partito nuovo). Da qui la centralità che, nel documento, ha la riforma dei partiti e l’avvento di un partito nuovo di sinistra. Naturalmente c’è una stretta relazione tra modelli di Stato e tipi di partito, il partito di massa sta allo Stato sociale e interventista come il partito pigliatutto o elettorale sta alla crisi del paradigma statalista e all’affermazione del modello minimo. I partiti di massa sono organizzazioni volti alla redistribuzione, mentre i partiti pigliatutto sono orientati alla distribuzione e, a loro volta, gli attuali partiti elettorali (più o meno personali o personalizzati) sono spinti dalla necessità di scaricare selettivamente i costi di politiche sottrattive e dunque impegnati nella distribuzione negativa. In una fase recessiva infatti la politica non si risolve più in “chi ottiene che cosa”, ma piuttosto in “a chi si sottrae che cosa” (diritti, privilegi, risorse …). In questo senso già le politiche divisive e selettive dei governi Berlusconi rispondevano a logiche di “redistribuzione invertita”, dal basso verso l’alto, il che ha comportato la rottura del patto di cittadinanza e di solidarietà: conflitto Nord-Sud; conflitto tra migranti e autoctoni; conflitto tra settore pubblico e privato; conflitti generazionali; e così via.

Già queste brevi notazioni aprono a importanti considerazioni. Per comodità espositiva riparto dai partiti. Come si diceva, e non diversamente da ogni altra organizzazione, i partiti possono essere visti guardando alle loro relazioni con l’ambiente circostante e alle loro caratteristiche e processi interni. Ciò è proprio quello che accade con la nozione di cartel party (partito cartello o partito di cartello), del quale il tipo del centered-state party è uno sviluppo, però, parziale visto che taglia fuori una parte cruciale della dimensione relazionale dei partiti. Ma procedo con ordine. Un partito cartello è una formazione politica caratterizzata dalla sua “politica estera”, ovvero ciò che qualifica questo tipo di partito rispetto a quelli che lo hanno preceduto sono due specifici aspetti relazionali. Primo: la statalizzazione, il fatto che questi partiti siano sempre più diventati organi dello Stato, public utilities, cioè entità che per la loro sopravvivenza e sviluppo devono contare sulle risorse dello Stato (finanziamenti, accessi alla Tv, supporto logistico, leggi di favore, ecc.) piuttosto che su risorse associative oramai declinanti (attraverso il tesseramento interno, il lavoro dei volontari, la comunicazione porta a porta). Per di più con una strana inversione e commistione tra principale e agente, poiché sono gli stessi partiti (i loro dirigenti e leader) che prendono le decisioni dirette a moltiplicare i loro privilegi e risorse. Mentre agli elettori non resta che scegliere da un menù di candidati preconfezionato. I partiti, così, si fondono e confondono con lo Stato-apparato e si verifica quella singolare e perversa ibridazione o mutazione (genetica e funzionale) che Barca, citando Raffaele Mattioli, chiama “catoblepismo”. Minimi nei loro rapporti con la società i partiti sono diventati massimi nella loro capacità di penetrare le istituzioni pubbliche e di estrarre da queste risorse per fini di parte, clanici, privati. Come hanno messo in risalto Acemoglu e Robinson (Why Nations Fail, Crown Business, New York, 2009) il ruolo delle élite estrattive è deleterio per la qualità della democrazia, per lo sviluppo dello Stato, per la stessa crescita economica. Ma soprattutto attiva un equilibrio perverso che si autoalimenta e che è difficile da spezzare dall’interno. In altri termini, è l’interdipendenza dei privilegi tra le élite partitiche che sta alla base dell’ordine politico. Non deve stupire, pertanto, se ciò che ci rende “arretrati” non è tanto il peso del contesto e della cultura, ma di un ceto politico (potremmo aggiungere numeroso e vorace) che nell’ambito di una politica sregolata trova un terreno di coltura ideale (per l’Italia si vedano le posizioni di Trigilia in Non c’è Nord senza Sud, il Mulino, Bologna, 2012).

Questo punto merita una più approfondita analisi rispetto a quanto non traspaia dalle immagini dei partiti centrati-sullo-Stato e del catoplepismo. La statalizzazione dei partiti implica almeno quattro loro funzioni caratteristiche: 1) quella di nominare il personale politico elettivo e amministrativo (il c.d. patronage); 2) quella di distribuire/allocare risorse pubbliche al personale di partito, ai simpatizzanti agli elettori – si tratta della cosiddetta “responsività” dei partiti rispetto a interessi più o meno particolari (clientelismo); 3) quella di identificare e tentare di risolvere problemi collettivi, vale a dire di indirizzare le politiche pubbliche (oltre le logiche distributive); 4) quella di coordinamento istituzionale e procedurale, ovvero di far funzionare il sistema di governo e gli assetti istituzionali e i rapporti inter-istituzionali. Ora, l’enfasi sullo Stato arcaico (o come anche si dice “debole”), mentre ci dice molto (ma non tutto) sui primi tre punti-capacità (o funzioni), che comunque andrebbero manifestamente esplicitati, è del tutto silente sul quarto: la forma di governo. Tale dimenticanza è tipica della prospettiva economica, ma anche dei paradigmi in uso nelle organizzazioni internazionali, per cui la forza dello Stato (o grado di statualità) viene risolta, da un lato, nello spettro delle funzioni pubbliche svolte (ritorna l’accostamento dei modelli socialdemocratico, minimo e sperimentalista), dall’altro, nelle capacità amministrative o istituzionali (vale a dire nell’insieme di abilità e competenze che consentono di formulare e mettere in opera norme e leggi, di assicurare l’ordine pubblico e l’applicazione trasparente e eguale della legge, tenendo sotto controllo abusi e corruzione), per tutti si veda Francis Fukuyama (State Building, Profile Books, Londra, 2004). Lo stesso Fukuyama, però, deve ammettere che l’offerta di istituzioni pubbliche efficaci dipende da almeno quattro fattori: 1) il disegno organizzativo e il management (il grado di arcaicità e modernizzazione degli apparati); 2) le caratteristiche del sistema politico (presidenzialismo-parlamentarismo; centralismo-federalismo); 3) le basi della legittimazione (direi orientata input o alla cittadinanza attiva, o orientata output o alla cittadinanza-utenza passiva); 4) il contesto culturale e sociale. Nella riflessione sullo Stato arcaico solo il primo fattore è centrale (mentre, forse, rimane implicito il terzo punto). Ma possiamo parlare del caso italiano senza tener conto del disegno e limiti strutturali del sistema di governo? Di quel sistema che da sempre, per gli osservatori, è stato fonte di sorpresa per il fatto che nonostante tutto “pur si muoveva”?

In effetti, il caso italiano dell’ultimo ventennio, reso evidente dal risultato delle elezioni del 2013, è tutt’uno con l’inadeguatezza di un regime parlamentare ridondante e (ancora) quasi-puro che oramai non ha eguali nelle democrazie occidentali. Il difetto italiano sta certo nelle condizioni dell’output (deficit di statualità sia in termini di autonomia dagli interessi che di capacità organizzativa) ma sta anche, se non principalmente, nelle condizioni della decisione politica che moltiplicano, in un gioco che si autoalimenta, i veto players in grado di bloccare il cambiamento e l’innovazione delle politiche pubbliche, e che permettono di allocare risorse e beni per finalità private, di scambiare beni comuni con beni di alcuni (neopatrimonialismo). Il bicameralismo perfetto, la formazione del governo, il rapporto tra Presidenza del consiglio e ministri, il rapporto tra gruppi parlamentari e deputati, le stesse regole di finanziamento dei gruppi e dei rimborsi elettorali e, infine, la legge elettorale: sono tutti aspetti di un parlamentarismo questo sì arcaico e anacronistico nato per accomodare la lotta tra partiti ideologici (“partiti etici” li chiama Remo Bodei) in un scenario di guerra fredda e di adesione dell’Italia al blocco atlantico. Le ultime elezioni, del resto, hanno rimesso al centro del dibattito la questione del sistema di governo per il nostro paese e, più in generale, ripropongono la questione del confronto tra regime parlamentare e presidenziale (o semi-presidenziale). Con la conseguenza che se il primo può costituire una condizione favorevole per il consolidamento democratico, il secondo (il regime presidenziale e meglio semi-presidenziale o misto) potrebbe essere più funzionale nel contesto delle democrazie mature del XXI secolo, con la loro domanda di efficacia e di forme nuove e più dirette di legittimazione.

Siamo così arrivati all’altra dimensione della cartellizzazione relativa ai rapporti tra partiti e il loro ambiente, le caratteristiche delle loro competizioni e interazioni. Qui il caso italiano si discosta dalle previsioni del modello del cartel party, che teorizzava, accanto alla statalizzazione dei partiti o al loro incistamento nelle istituzioni pubbliche, lo sviluppo di logiche competitive collusive, volte a limitare la competizione perlomeno tra i partiti principali. Insomma, nelle democrazia avanzate l’incentivo alla competizione finiva per essere sostituito da un diverso allettamento a colludere, a scambiarsi favori e protezioni. Non si tratta tanto di cooperazione, per altro opportuna e fisiologica nel funzionamento delle democrazie, ma del fatto che in un ambiente turbolento e sempre più incerto i partiti trovano più conveniente la pratica della cartellizzazione. Ciò deriva dall’appannamento delle diversità programmatiche per non dire ideologiche, dalla necessità di sfuggire alla responsabilità per politiche sottrattive e impopolari magari imposte dall’esterno, dalla ricerca di accordi che mettano i processi istituzionali al riparo dalle pressioni dei movimenti e dei partiti di protesta, dalla naturale coazione delle classi dirigenti a sopravvivere. Ora il punto è che, nonostante queste tendenze siano riscontrabili anche nel nostro paese, è pur vero che l’Italia degli ultimi venti anni è stata caratterizzata da una competizione bipolare, almeno a partire dal 2001, fortemente radicalizzata (o se si vuole neo-polarizzata) e altrettanto frammentata. Frammentazione e polarizzazione trovano nel parlamentarismo spinto una cassa di risonanza e di amplificazione – per cui gli esiti della competizione elettorale vengono trasferiti all’interno delle istituzioni producendo ulteriore radicalizzazione – piuttosto che di regolazione delle tensioni competitive. La spirale della frammentazione-polarizzazione non solo si autoalimenta ma viene condizionata, innanzi tutto, dalla legge elettorale. Che, sia detto per inciso, costituisce un fattore di snodo cruciale nel rapporto tra partito estroverso e introverso, tra la componente relazionale e quella strutturale. Insomma, l’innovazione partitica trova nella legge elettorale un formidabile catalizzatore, fino ad oggi sottovalutato per il prevalere di una interpretazione ultra partigiana e contingente della legislazione elettorale.

Del resto, proprio la legge elettorale (il riferimento è al c.d. Porcellum del 2005) ha gettato le basi per polarizzazioni visibili, e teletrasmesse, ma anche per transazioni invisibili, coperte tra i principali partiti. In realtà, solo in due occasioni ci si è avvicinati all’istituzionalizzazione di una pratica collusiva tra i principali partiti: durante il governo Monti, per il sostegno parlamentare dato da tutti i partiti, Lega e Idv esclusi, e con la riedizione della Presidenza Napolitano (per la prima volta nella storia del paese un presidente viene riconfermato per un secondo mandato), un ponte forse verso il “governissimo” tra i primi due protagonisti nel costituendo (o già costituito) cartello, Pd Pdl e Scelta Civica, che taglierebbe fuori il Movimento 5 Stelle di Grillo e la Sinistra e Libertà di Vendola. In questo caso una conferma quasi perfetta della tesi del “cartello tra partiti” tradizionali volti a lasciare fuori o circoscrivere il peso e ruolo dei partiti di protesta. D’altra parte, la crisi politica che si è aperta con le dimissioni di Berlusconi nel dicembre del 2011, congelata dal governo tecnico di Monti e riesplosa dopo il risultato delle elezioni del 2013, sembra potersi leggere attraverso la metafora del “gioco dell’oca”, per cui dopo vent’anni ci ritroviamo come paese al punto di partenza del 1994, allorquando le tre crisi finanziarie e del debito pubblico, morale e politico-istituzionale, travolsero quello che restava della cosiddetta “Prima Repubblica”. Ma con qualche aggravante: abbiamo perso venti anni e non siamo stati in grado di apprendere dai nostro errori, le tre crisi oggi si ripresentano ancor più aggrovigliate e intense e per di più dobbiamo far fronte ad una profonda delusione dell’opinione pubblica e dell’elettorato. Inoltre, la stessa Unione Europea che allora ci sembrava una facile via di uscita adesso è diventata essa stessa parte del problema. In questo scenario, non proprio rassicurante, gli uomini e donne associati nei partiti hanno una grossa responsabilità, a partire dall’innovazione della stessa forma del loro stare assieme.

Si delineano qui le due strade al cambiamento istituzionale a cui fa riferimento anche Barca, per riprendere il gioco di parole di March (Exploration and exploitation in organizational learning, in Cohen, M.D. e Sproull, L.S., a cura di, Organizational learning, Londra e Thousand Oaks, Sage, 1996, pp. 101-123): la via dell’exploration e dell’exploitation, della esplorazione o ricerca di forme nuove, di nuovi partiti – via sperimentata attraverso il ricorso a partiti di volta in volta “nuovi partiti di quadri”, personali, del territorio, partiti-movimento o partiti-rete; o, per contro, la via dello sfruttamento o perfezionamento delle organizzazioni esistenti, della riforma dei partiti e del cambiamento interno – anche questa strada, che molti partiti italiani hanno intrapreso, ha finito per costituire un esempio interessante ma solo parzialmente riuscito. Lo sperimentalismo organizzativo ha favorito cambiamenti e messo in risalto tendenze importanti ma anche prodotto “forme partitiche” idiosincratiche, se non disfunzionali tanto per la competizione partitica che per il rapporto con gli elettori – il caso più eclatante è offerto dalle varianti offerte dai partiti personali, personalistici o personalizzati (l’ordine riflette il ruolo decrescente del potere monocratico). Mentre i tentativi di conciliare rappresentanza, dirigismo e movimenti sembrano non ancora del tutto rodati ai fini di assicurare il rendimento di una democrazia matura di livello europeo.

La strada tracciata da Barca è quella che, partendo dallo sfruttamento dei margini di cambiamento e adattamento interni, arriva al partito nuovo: il partito palestra e della mobilitazione cognitiva. Un partito  frutto di innovazioni principalmente interne: nel tipo di partecipazione interna e di cittadini riflessivi che vuole attivare (mobilitazione delle conoscenze), nel sistema di incentivi post-materialisti ed emancipatori che intende assegnare a simpatizzanti e attivisti, nei processi inclusivi e deliberativi che vuole predisporre per le scelte strategiche (indirizzo politico, selezione del leader, scelta dei candidati), nel sistema di accountability organizzativa che vuole costruire (separazione tra ruoli organizzativi e ruoli istituzionali), per la qualità del radicamento nel territorio e nella società e per la mobilitazione delle risorse finanziarie prevalentemente associativa. Ma anche esterni, in particolare a questo livello risalta la separazione tra partito e Stato e, quindi, la riduzione o eliminazione del finanziamento pubblico ai partiti. Così come acquistano rilevanza tutta una serie di mutamenti esogeni (un po’ in ombra nella “memoria” di Barca) che attengono alla struttura delle opportunità politiche, o ambiente istituzionale, e in grado di vincolare e condizionare la competizione tra partiti: legislazione sui partiti (a partire da quella sul finanziamento o sui rimborsi elettorali, per arrivare a quella sulla democraticità interna e ancora alla normativa sulle fondazioni), legge elettorale, riforma dei regolamenti parlamentari, forma di governo, ecc. I partiti non esistono in isolamento, quali unità organizzative individuali, ma si danno in contesti di relazioni e situazioni competitive formali e informali. Sono il frutto delle scelte e degli errori dei gruppi dirigenti ma anche, a monte, della loro storia e di rapporti sedimentati (in questo senso riflettono i “sentieri intrapresi” e le scelte fatte); così come sono anche il frutto della logica di funzionamento del sistema partitico, del loro numero e distanza ideologica, chioserebbe Giovanni Sartori, e dal coordinamento strategico che si impegnano a realizzare in risposta tanto alle scelte degli oppositori (partiti non adiacenti nello spazio politico), dei competitori (partiti adiacenti ai quali si pensa di sottrarre voti) e dei potenziali alleati, quanto al quadro dei vincoli istituzionali conseguenti alle regole elettorali e al sistema di governo. Sono sì organizzazioni ma in un quadro di compatibilità sistemiche.

Il fascino dell’innovazione apparente

Voci / Il fascino dell’innovazione apparente di Nicola Fiorita

Ricordo ancora nitidamente le lunghe, affollate e fumose assemblee studentesche cui partecipai assiduamente durante la mobilitazione studentesca del 1990, la cosiddetta “Pantera”. Fu in quegli anni che si completò il mio apprendistato politico, cominciato sotto ben altro segno nell’ambiente familiare, e che maturarono le idee di fondo che ancora oggi indirizzano la mia vita sociale. Non ricordo, altrettanto nitidamente, il contenuto puntuale della riforma Ruberti Continua a leggere

a cui allora ci si opponeva né i tratti caratterizzanti di quella che chiamavamo la “privatizzazione dell’università”, ma conservo la consapevolezza che già allora il dibattito andava contrapponendo un’area culturale e politica che invocava genericamente delle riforme capaci di modernizzare il Paese da un movimento, allora numeroso e forte, che chiedeva di conoscere e capire il contenuto di quelle riforme, avendo ben presente che le innovazioni potevano far avanzare il sistema ma anche far retrocedere il grado di tutela dei diritti collettivi ed individuali.

Sono passati da allora quasi venticinque anni, un lungo periodo di tempo in cui il riformismo  senza aggettivazioni è divenuto un valore quasi indiscusso, supportando politiche conservatrici e neoliberiste che hanno ridisegnato il volto dell’Italia. Solo recentemente l’opposizione a questa deriva è riuscita a rimettere in discussione tendenze che sembravano inarrestabili, conducendo alla vittoria del referendum sull’acqua e ad una nuova sensibilità diffusa verso i beni comuni.

A questa lunga sfida è dedicato Contro riforme (Einaudi 2013, p. 116) l’ultimo lavoro di Ugo Mattei, docente di diritto civile ma soprattutto redattore dei quesiti referendari del 2011 e intellettuale di primo ordine, da tempo impegnato nelle battaglie per i beni comuni. La tesi di fondo del volume è che  l’uso generico e indifferenziato del termine riformismo abbia consentito di strumentalizzare un vigoroso sostegno popolare alle politiche riformiste sviandolo verso l’accettazione di un disegno neoliberista e neoconservatore. Un disegno che ha vissuto di emergenze, come quella del debito statale, e di inganni, come quello della sussidiarietà orizzontale, e che ha condotto, attraverso la svendita di un parte del patrimonio pubblico e di una quota della nostra cultura giuridica, al consolidamento di grandi ricchezze private e all’occultamento dei reali interessi dei cittadini.

Se, come dice Mattei, il discorso riformista si è rivelato nella realtà un gigantesco dispositivo volto ad aumentare l’accumulazione di consensi e di denari in favore di pochi e a distruggere istituzioni e diritti collettivi, occorre da oggi in poi distinguere con grande attenzione tra i riformismi e tra i riformisti. E’ ancora in campo un riformismo egualitario, che mira alla redistribuzione delle ricchezze e alla creazione di una società più giusta, ma vi è anche – ed è da tempo vincente – un riformismo proprietario, che mira a disfarsi delle conquiste sociali del passato per riedificare una società improntata alla legge del più forte.

La lettura del volumetto è avvincente e molte riflessioni di Mattei appaiono largamente condivisibili – dalla necessità di recuperare una cifra consistente di solidarietà nella società italiana alle misure di vero riformismo proposte dall’Autore nelle ultime pagine – ma quel che maggiormente mi colpisce è il vigore con cui il libro cerca di smascherare l’inganno mediatico e politico che ha neutralizzato in questi anni la durezza delle strategie neoliberiste. L’uso del termine riformismo, colpevolmente accettato dalla stragrande maggioranza dello schieramento politico, ha trasmesso un senso di moderazione a cambiamenti che in realtà avevano tratti radicali. Il consenso e l’uso comune della parola hanno consolidato l’accettabilità di scelte che altrimenti sarebbero apparse molto discutibili. Tutto il dibattito pubblico, insomma, si è incentrato sul processo trasformativo piuttosto che sul contenuto della trasformazione.

E a me pare che, per l’appunto, da quelle assemblee studentesche del 1990 ad oggi, tutta la politica italiana sia stata permeata da questo fascino dell’innovazione e che l’esito di ogni passaggio cruciale sia stato condizionato dall’invincibile potenza del nuovo che avanza, anche se questo nuovo si è rivelato sempre un peggioramento arcaico e grave delle condizioni economiche e giuridiche di fasce vaste di cittadini. Ed è lacerante osservare come questo cliché torni a riproporsi anche nel momento in cui l’insoddisfazione verso l’egemonia neoliberista – quella inqualificabile di stampo berlusconiano e quella tecnica e ben presentabile sperimentata successivamente – assume caratteri di massa, ma in cui il fascino dell’innovazione in sé rischia ancora una volta di sviare le istanze sociali di equità e giustizia imponendo un cambiamento di mera facciata. Non si tratta, insomma, di “rendicontare le caramelle” o di proporre qualche faccia nuova alla nostra collezione di rappresentanti, ma di porre in discussione le politiche di questi ultimi venti anni, di ancorare il  riformismo  ai valori costituzionali e di reinventare un nuovo senso comune e un nuovo progetto di sviluppo. Questioni impegnative, come si vede, questioni che hanno bisogno di buoni libri su cui confrontarsi più che di un blog pluristellato che detti la linea con frasi ad effetto.