Terra e Libertà


© Silvia Destito 2014 / Aspromonte / Vendemmia

Rumore bianco / “Terra e Libertà” di Silvia Destito

Primo quadro / Expo 2015. Colori primari erregibi e intarsi di cromie secondarie, in nome della speranza. In arrivo la spettacolarizzazione di un diritto planetario che nel quotidiano irrompe come urlo: stato di bisogno, fame e lavoro. Lo sguardo sempre più opaco verso gli eventi.

Riprendo in mano un libro eretico. Le pagine, e insieme frammenti di racconto…come entrare in una doppia sostanza delle cose. Continua a leggere

Uomo 3

In uno dei primi numeri di “ Carta”, quand’era ancora mensile, nel 1998, pubblicammo un dossier che molti nostri amici di sinistra giudicarono provocatorio e anche un po’ primitivo. Si intitolava Terra, e vi si raccontava come la globalizzazione neoliberista – espressione a quell’epoca piuttosto misteriosa – avesse tra le sue mire quella di impadronirsi della produzione di alimenti e della biodiversità. Aggiungevamo che il luogo comune, tipico della vulgata marxista, per cui la terra è il passato, mentre l’industria è il futuro, andasse urgentemente rovesciato. Anche perché grandi movimenti contadini e cittadini, in giro per il mondo e soprattutto nel sud, avevano cominciato a reclamare “sovranità” alimentare, difesa della piccola agricoltura da quella industriale, tutela dei prodotti locali e tradizionali. […] Luigi, anzi Gino, aveva immediatamente capito quel che i nostri compagni della vecchia, buona sinistra avevano considerato provocatorio e primitivo. Che non si trattava più solo di scioperare per ottenere un salario migliore, ma di resistere perché non ci rubassero la terra e l’acqua. […]

Quindi si trattò di inaugurare quella strana rubrica settimanale composta di un messaggio di Veronelli e di una risposta di Pablo, due pagine che andavano lette anche solo per quel gioco di linguaggi, tra i due, tanto diversi eppure così simili nell’invenzione, trovammo naturale battezzarla Terra e Libertà, in omaggio sia ai miei zapatisti, sia agli anarchici spagnoli cari a Veronelli. Il resto è quel che ne è scaturito. Che non è solo la prepotente passione di tanti ragazzi dei centri sociali per quei discorsi attorno alla storia dei vitigni, cioè delle comunità in cui sono immersi. Ma anche la debordante voglia di tanti municipi, e di tanti amministratori, di reimpossessarsi di quel che a loro appartiene, le coltivazioni e i prodotti della storia locale: esproprio con destrezza ai danni delle multinazionali…[Prefazione Pierluigi Sullo].

Luigi Veronelli e Pablo Echaurren, settimana dopo settimana – dalle pagine della rivista Carta – hanno raccontato di vino e di cibo, per divertirsi, per provocare, per scoprire, per segnalare. Nel 2005 le pagine di quel dialogo sono state raccolte e pubblicate. Bianco Rosso e Veronelli. Nuovi Equilibri / Stampa Alternativa per la collana Eretica.

viticci 1

Secondo quadro / Giornata abbacinante e polverosa. Il mare, che separa l’ultimo lembo di terraferma dalla Sicilia, sembra stia evaporando, sul versante dello spartivento. Le persone, lungo i filari a raccogliere l’uva, in silenzio. Il furgoncino bianco, sul sentiero cretoso, scende con il suo carico verso la cantina. E risale poco dopo con le cassette colme di viticci.

Il calore ne accelera tutto attorno la dispersione: l’aroma d’uva misto a legnosità verde punge con dolcezza le narici. Matasse aggrovigliate ancora umide luccicano, tra luce e ombra. Costellazioni della terra. Piccoli nodi intricati che via via si sfalderanno, trasformati dal tempo. Sparsi ritornano ai piedi dei filari. Ritornano alla Madre. Ora sono nutrimento. Expo a mezzogiorno.

Rumore Bianco / Il tessitore di luce e il sarto arbëreshë


© Silvia Destito / Massiccio del Pollino

Rumore Bianco / Il tessitore di luce e il sarto arbëreshë di Silvia Destito

Il Rumore Bianco è un particolare tipo di suono caratterizzato dall’assenza di periodicità nel tempo e senza variazioni sullo spettro delle frequenze. Per analogia, in radiazione elettromagnetica, tale spettro verrebbe percepito dall’occhio come luce bianca.

White Noise è un romanzo dello scrittore americano Don DeLillo. Un’esplorazione nella saturazione prodotta dal consumismo, dai media, dall’evolversi delle tecnologie della comunicazione e dalla riduzione di uno spazio vitale che produce paura. Continua a leggere

Il Rumore Bianco è lo sviluppo vertiginoso dell’elettronica che ha trasformato il mondo della musica. Transito, dall’analogico al digitale. Conversione, campionamento, sintesi dei suoni, progettazione sonora, circolazione della musica in rete, uso creativo dello spazio.

Il Rumore Bianco è anche uscita di sicurezza. Un varco per salvarsi dal rumore di fondo.

Mark Rothko

Molti anni fa, quando vidi per la prima volta le grandi tele di Mark Rothko, mi sentii risucchiata nella scomposizione cromatica della sua pittura, spinta in profondità, nel dramma e nelle analogie che l’arte suggerisce e a volte ripropone in maniera allucinatoria in cose lontane, apparentemente.

Poco tempo fa, tra massicci di pietra grigia e alte vette, del Parco Nazionale del Pollino, versante calabrese: parla con tono lieve, pacato. È piccolo e delicato l’anziano signore di origine arbëreshë che vive nel paese di Frascineto. Racconta di essere l’ultimo sarto in grado di confezionare gli abiti che questa comunità ancora preserva per i suoi riti e costumi di tradizione greco-bizantina. Descrive fasi, dettagli, tempi di lavorazione.

Colpisce la storia del signor DP. Una storia di luce che rischia il “buio”. Di luce personale e di scomposizione di colore…Di sete e pieghe, campiture e linee, orizzonti forti e decisi come le tele di Rothko. Mediterranee e dannate!

Un laboratorio, tavolo, forbici e passione. E la mummificazione del sapere senza trasmissione e reinvenzione. Un piccolo luogo, può decidere di rimanere un piccolo invisibile luogo o diventare uno squarcio delle analogie.

Mi piacerebbe tornare nel laboratorio sartoriale del signor DP. e diventare una sua allieva per “cucire” qualcosa che ancora non esiste.

Bio dell’autore / Silvia Destito: il suo interesse e le sue esperienze sono rivolte al linguaggio della visione. Tra le ultime esperienze, per Sensi Contemporanei, progetto del Ministero dello Sviluppo Economico e MIBACT, ha coordinato la fase preliminare per la costituzione di un museo di narrazione realizzato da Studio Azzurro Produzioni nell’ambito del quale ha collaborato alla fase ideativa della videoambientazione “Il racconto degli orizzonti” [Complesso S.Chiara / Vibo Valentia].

Come una freccia dritta al cuore di A. Boschi

Vaso / re-interpretazione da Crustumerium

Rumore bianco / Come una freccia dritta al cuore di Adriana Boschi

Come una freccia dritta al cuore, mi ha colpito lo slancio di un bambino verso l’argilla che stavo lavorando.

E’ entrato con i genitori nella bottega; avrà avuto quattro anni, attratto e incantato dalla terra che prendeva forma. Senza nessuno schermo, nessun filtro, la sua emozione era così chiara sul suo viso, tanto forte da passare da lui a me, da non farmelo più dimenticare. Continua a leggere

Tremava, quando gli ho messo tra le mani – piccole – quel pezzetto di terra, e la gioia che traspariva dagli occhi ha illuminato tutto. Più tardi, con le manine impiastricciate, felice, è andato via, e io non ho saputo trattenere altro da questo incontro, se non la mia emozione, che dura a distanza di anni.

Perché è lo stesso stato d’animo con il quale mi appresto ogni volta a creare qualcosa con la creta. Trepidazione, attesa di quello che non so che verrà fuori. L’idea vaga iniziale, piano piano acquista la sua forma, indipendente da me. Ecco lo stupore per qualcosa che è mio, ma non mi appartiene. E’ altro. Ha una sua vita, una sua anima, anche se legata alla mia. E’ un percorso interiore che si svela.

Se quello che costruisco ripropone forme antiche, la sensazione può essere ancora più forte.

Nel servizio di un Telegiornale su antichi reperti del Lazio trafugati, poi ritrovati ed esposti in mostra, la forma di un piccolo vaso mi ha colpito fortemente. Veniva dall’antica città di Crustumerium e risaliva all’VIII sec. a.C. Usciva dagli schemi che conoscevo e mi domandavo come fosse stato possibile realizzarlo allora, con l’antica tecnica del colombino. Perché prima dell’uso del tornio, la ceramica veniva fatta solo aggiungendo un rotolino di argilla sull’altro e modellandolo. Ancora oggi ci sono Paesi in cui la producono così tradizionalmente le donne, come dai tempi della Preistoria.

Questa è anche la mia tecnica, e non ho saputo resistere. Sono corsa a vedere da vicino quel piccolo capolavoro dentro una teca. Sono rimasta lì davanti per molto tempo, a cercare di capire… Ho temuto anche di destare sospetti! Dopo, per giorni ho provato a riprodurlo. Tentativi su tentativi e alla fine ci sono riuscita!

La sensazione forte è stata quella di aver fatto lo stesso percorso di chi l’aveva creato, di aver provato le sue emozioni. Un salto nel tempo incredibile. Questo mi ha dato la consapevolezza che l’essere umano sia sempre lo stesso, nonostante il progresso.

Anche dalla Maremma toscana, dove vivo ed è parte delle mie radici, ricavo tante suggestioni. Il territorio, arcaico, mantiene il suo carattere selvatico, ed è pieno di tracce antiche ancora da scoprire. Qui stanno riaffiorando i segni di una Civiltà molto antica (4.000 anni fa), sulla quale si sono poi innestati gli Etruschi, continuando a mantenere un forte legame con gli elementi della Natura. Un rapporto diretto, un’energia che ancora si percepisce. In questa simbiosi l’uomo moderno non vive più.

Lavorare l’argilla è per me un modo per recuperare qualcosa: Terra e Acqua per modellare una forma, Aria perché si asciughi, Fuoco per darle corpo. Quando esce dal forno è altro, ha la sua anima e, come ho detto, non mi appartiene più. Ma lo stupore di fronte a un pezzetto di terra che prende vita, è lo stesso stupore di quel bambino, la gioia la stessa.

Bio dell’autore / Adriana Boschi: da Roma, dopo varie e diverse esperienze di lavoro, si trasferisce, nel 1995, nella Maremma Toscana, terra di origine della famiglia paterna. Con una formazione classica e la passione per la Storia dell’Arte, si dedica -da autodidatta- alla lavorazione della ceramica. Utilizza la tecnica del colombino, la più antica, tutta manuale. Dopo la chiusura della Bottega, la sua ricerca è solo personale, volta a sperimentare le possibilità di una Tecnica che, dalla creazione di una semplice ciotola, porta fino alla scultura. Risente, nelle sue forme, dell’influenza dell’Arte protostorica e primitiva, ma anche dell’ etrusca, greca e precolombiana.