Riformismo perduto di Antonio Levato

Corneliu Baba

Spartivento / Riformismo perduto di Antonio Levato

Riformismo. Parola perduta. Chi se ne ricorda più? Si sa, il nostro è un paese di sprechi. Sprechiamo di tutto, con abbondanza. Anche le parole. Ricordate? Fino a qualche tempo addietro non c’era dichiarazione, comunicato, dibattito, articolo, intervista in cui non facesse capolino la parola riformismo. Nelle diverse e molteplici declinazioni: riforma, riformista, riformismo, riformatore, riformistico. Un accavallarsi parossistico e confuso di significati che per un certo tempo ha dato a quella parola un potere magico, capace di innocenti dimenticanze (gli ex pci) e di arditi, ma ancora mal riusciti, Continua a leggere

amalgama (pd). Vero è che, come tutte le parole che per un lungo periodo corrono di bocca in bocca, la parola riformismo crebbe a tal punto di volume, come gas nell’ambiente, d’azzerarsi in densità per diventare una bolla colorata. Un alibi seducente. Ha così, per lungo tempo, supplito ad un vuoto di cultura politica e dissimulato la grande vaghezza strategica di quei soggetti politici che su quella parola intendevano ridefinire il proprio ruolo e la propria fisionomia. Finanche il significato non è più certo dal momento che questa parola è stata impugnata indifferentemente a destra e a sinistra.

A destra ha sorretto un millantato spirito innovativo, spesso spavaldo, comunque estraneo al conservatorismo classico. D’altronde il successo del berlusconismo cos’è stato se non l’originale impasto di liberalismo, liberismo, peronismo e a-ideologismo, difficilmente riconducibile ad una destra conservatrice così come l’abbiamo conosciuta in Italia.

A sinistra viceversa, la parola riformismo è stato l’involucro vuoto d’una politica senza contenuti, senza visioni e senza popolo, insomma, com’è stato definito, un “riformismo senza riforme”. La stessa preoccupazione per la salvaguardia delle istituzioni dagli attacchi della destra ha finito per rimandare della sinistra una fisionomia “conservatrice”, di fissità, di indisponibilità al cambiamento.

Oggi, la parola in questione è scomparsa dalla scena, abbandonata in chissà quale deposito di chincaglieria. E non poteva essere diversamente dal momento che tutti ad un certo punto si sono detti riformisti (non riformatori, ché già altro sarebbe). Finanche il patto del Nazareno è stato, ad un certo punto, definito “patto riformatore”; da intervento della protezione civile. Non c’è da stupirsi perciò se riformismo sia del tutto inattuale, incomprensibile, anacronistico. Ancora qualcuno, in cerca d’un aggettivo decorativo, lo tira fuori per dare colore e sembianze ad un inconsistente sostantivo finendo col dire: fiori non opere di bene.

Se un tempo riformare significava trasformare in senso più democratico e più partecipativo i processi decisionali pubblici, fare avanzare le istanze di giustizia ed equità sociali, espandere i diritti delle persone e dei cittadini, inverare lo spirito della Costituzione, allargare l’arena democratica, oggi quella parola s’è rattrappita nel suo surrogato: cambiare. Non importa con chi, come, per andare dove. Basti cambiare. Siamo all’ultima sfida, alla singolar tenzone tra l’immobilismo e il cambiamento, al qui si cambia o si muore, all’ultima possibilità per il Paese. Perciò l’importante è cambiare. Ma ad oggi su tutti i piani della politica, negli indirizzi economici e sociali, nella “riforma costituzionale” e del mercato del lavoro i cambiamenti che si succedono vanno in una unica direzione. Una direzione che solo qualche tempo addietro sarebbe stata impensabile, mentre ora si realizza gratuitamente, senza incontrare alcuna resistenza.

Solo i dati economici non cambiano, ma peggio per loro. C’è da dire, a questo punto, che se la parola riformismo è scomparsa qualche ragione, forse più d’una, c’è e anche forte.

Una è l’avere rinunciato a pensare la politica come funzione di qualcosa d’altro, d’un progetto, di una alleanza sociale, di una idea di trasformazione della economia e della società.

L’altra non meno importante è la peculiarità storica del nostro Paese che per un quarto di secolo ha avuto un regime fascista, per un mezzo secolo un sistema democristiano, seppure con agguerrite minoranze democratiche, e per un buon ventennio il berlusconismo. Il precipitato del secondo ha prevalso sul primo e s’è mischiato col terzo. Oggi, con il governo Renzi ci avviamo verso un sistema del tutto nuovo che li raccoglie e li combina in un inedito composto che forse meriterebbe d’essere studiato dalle scienze antropologiche.

Accade così che, per la solita nemesi della storia, “ l’estremista” Landini sia oggi l’unico riformista sulla piazza. E non solo in termini figurati.
 
Bio dell’autore / Antonio Levato: operaio metalmeccanico, militante e dirigente Fiom, oggi in pensione. Ha ricoperto incarichi di lavoro nella Cgil nel settore della formazione sindacale e della formazione professionale. Attualmente si occupa di associazionismo e volontariato, ma non perde di vista la sua Cgil.

Il sé delle donne di Anna Puleo


Egon Schiele

Spartivento / Il sé delle donne di Anna Puleo

La libertà come necessità. La libertà di scrivere in modo diretto, come la libertà di non farlo … In breve: il diritto di SCEGLIERE. Di decidere da soli cosa voler dire, vivere, sentire e fare. Niente è più importante sia sul piano personale che su quello intellettuale. E questa libertà è tutto ciò che è la poesia.

Libertà. Un abito che vestiamo ogni mattina senza farci più caso. Che va tuttavia scelto attentamente, spolverato, tenuto in ordine, riposto in un luogo fresco e arieggiato. Lo sa bene chi è abituato a maneggiare la propria intelligenza e le parole per raggiungere la verità. Continua a leggere

A maggior ragione se sei donna, sei araba e sei una scrittrice. Se rifiuti di mettere un velo o un burqa, di rispondere ai modelli in voga di donna e sposa, di uniformarti al pensiero unico che ti vieta di avere un proprio pensiero e di prendere posizione. Se ogni giorno devi affrontare le polemiche, gli insulti e l’ostracismo di chi ti considera immorale, scandalosa, viziosa, disonorata, depravata, per rivendicare la libertà – e l’urgenza – di prendere la parola.

Ancora di più se hai fondato una rivista sul corpo e la sessualità nel mondo arabo (l’unica del suo genere), Jasad, e se da qui o dalle colonne di un giornale, nei tuoi libri e nelle tue poesie ti batti per essere sempre e fino in fondo te stessa, svelando la potenza sovversiva del corpo desiderante e dell’erotismo. In poche parole, se ti chiami Joumana Haddad.

Nata 45 anni fa a Beirut sotto il segno del Sagittario, due lauree e un dottorato concluso con una tesi su De Sade, giornalista, scrittrice, poetessa, Haddad è considerata una degli autori arabi più importanti delle ultime generazioni – i suoi libri sono conosciuti ovunque e tradotti in diverse lingue – e tra le più autorevoli donne arabe nel mondo.

Parla di donne, Joumana, quelle arabe come lei, perché con il suo linguaggio diretto, spietato e pungente, di chi non la manda a dire, volge lo sguardo al mondo da cui proviene, afflitto dalla paura e dalla schizofrenia, per affrontare il complesso rapporto tra i generi.

essere donna significa essere, e voler essere, se stessa e nessun altro. E, soprattutto non desiderare di essere un uomo… Significa che una donna deve essere in grado di sostenere questo SE’, il proprio sé, con il coraggio, l’inconscio, il corpo e la mente. Senza paura, panico, diffidenza, tabù, vergogna o altri ostacoli personali e sociali, visibili o celati. Significa che deve sostenere tutto questo senza preoccuparsi che un uomo “approvi” il suo successo o giudichi il suo fallimento. Significa prendere, anziché aspettare che le sia dato. Perché una donna è l’unica esperta di sé ed è la propria unica guida. E’ lei l’unico riferimento per il proprio corpo, il proprio spirito e la propria essenza. Non dovrebbero avere voce in capitolo né i religiosi radicali che la vorrebbero assente, né i superficiali radicali che vorrebbero trasformarla in oggetto in vetrina.

Essere donna significa partire dal corpo. Corpo inteso come spazio di conoscenza e di esperienza, fisica, sensoriale, emozionale, intellettuale. Corpo occultato da niqab e abaya, rimosso dalla conversazione, proibito dall’estremismo, censurato dall’ignoranza e dall’ipocrisia. Ma anche corpo come universo in cui il linguaggio poetico sceglie di esprimersi, da cui passa l’urgenza di comunicare e di riappropriarsi di una lingua rigogliosa, ricca di complessi simboli e allegorie, ferita e offesa da tabù e oscurantismi…

Perché scrivo poesie? Perché non scrivo romanzi, come mi chiedono in molti?… Perché la poesia è un’URGENZA…Perché è un’eterna lotta tra me e me. Perché mi aiuta a rendermi conto che sono viva. Perché è una vita moltiplicata. Perché è la mia carne, così come mi piace, senza “pelle protettiva”.

Corpo e scrittura, avvinghiati in un unico respiro, quello della propria esperienza, che transita dall’uno all’altra in una osmosi perfetta, in <<un viaggio brutale, violento e sanguinoso>> ma anche sensibile e contemplativo, nel quale prendere la parola per riportare al centro del discorso pubblico la libertà femminile e la potenza sovversiva del desiderio e la sessualità (fuori dal marketing furbetto da Cinquanta sfumature, per intenderci), ritornando a sé e alla propria essenza.

In Ho ucciso Shahrazad, Confessioni di una donna araba arrabbiata, testo ibrido, come lei stessa lo definisce, a metà tra saggio, invettiva e memoria personale, Haddad solleva la pesante cappa che copre da sempre l’altra metà del cielo nel mondo arabo, avvolta da stereotipi e ipocrisie radicate, che la condannano al ruolo di essere debole e indifeso, silenzioso e sottomesso, per ricordare che esiste un Islam liberale, complesso, composito ed eterogeneo, che ignoranza e semplificazione ideologica, imperanti da una parte e dall’altra del Mediterraneo, cercano in tutti i modi di offuscare (ne ha parlato qualche giorno fa Francesco Antonelli su il Manifesto).

Un mondo all’interno del quale ci sono donne che, giorno dopo giorno, come funamboli “sospesi in aria, tra cielo e terra, su una corda tesa tra miseria e salvezza”, senza reti di protezione, “tentano di attraversare l’abisso”.

Un Islam in cui si diffonde come un tumore pervasivo la reazione da parte di uomini e donne all’11 settembre e a ciò che ne è seguito. La responsabilità tuttavia non è tutta dell’Occidente ma va spartita con il mondo islamico, intrappolato <<in un circolo vizioso di difesa/offesa [che spinge a] fare di tutto per fomentare l’intolleranza nei nostri confronti e promuovere le immagini false e i cliché sulla nostra società e la nostra cultura>>.

Dopo aver, in Ho ucciso Shahrazad, esplorato l’universo femminile islamico, in Superman è arabo. Su Dio, il matrimonio, il machismo e altre invenzioni disastrose, Joumana Haddad denuncia miti e mitologie del mondo maschile e nelle relazioni tra i sessi, un urlo in faccia al sistema patriarcale e ai suoi valori, che infettano l’universo dei maschi, a Oriente come a Occidente. Ai quali contribuiscono spesso le stesse madri, che educano i figli ad interpretare il ruolo di Superman, uomini alfa artificiali, più che quello di Clark Kent, con le fragilità e le insicurezze di qualsiasi essere umano, e alle figlie insegnano ad essere docili e sottomesse.

Tema affrontato nel poema Il ritorno di Lilith, in cui Haddad ritorna al mito per ripercorrere la figura di origine mesopotamica di Lilith, prima sposa di Abramo, ribelle e disobbediente, subito rimpiazzata, dopo aver abbandonato il Paradiso, dalla più accondiscendente Eva. Cancellata dalla memoria collettiva e dalla vulgata religiosa perché sinonimo di trasgressione, ricettacolo di paure ancestrali in quanto simbolo di libertà e potere femminile, Lilith è la donna libera da qualsiasi vincolo o limite, da tutto e tutti, persino dalla stessa libertà, azione pura nel suo desiderio assoluto e nel suo essere desiderante.

Io sono Lilith la donna destino. Nessun maschio le è sfuggito, nessun maschio vorrebbe sfuggirle. Lilith le due lune. Quella nera è completata dalla bianca, perché la mia purezza è la scintilla della dissolutezza, la mia astinenza l’inizio del possibile. Io sono la donna-paradiso che cadde dal paradiso, io sono la caduta-paradiso….Io sono la prima donna, compagna di Adamo nella creazione non la costola della sottomissione.

Testi nei quali Haddad usa la parola nella sua fisicità, strumento che scava con ferocia nella carne e nell’animo, che porta su di sé l’inquietudine mai domata, motore di vita e di ricerca continua, garanzia di inaccessibilità e fedeltà a sé stessa. La parola come sfida a percorrere fino in fondo la strada scelta, che conduce a un inferno personale che può costare dolore, perdita, solitudine ma ci permette, anche, di guardare il mondo attraverso la purezza cristallina di un diamante.

Io sono il sesto giorno di dicembre del 1970.

Sono l’ora poco dopo le dodici

Sono le urla di mia madre che mi dà vita.

(…) Sono la nipote della bambina che fui,

la sua mancanza della mia ravvia,

le mie delusioni e le mie vittorie,

i miei labirinti e i miei desideri,

le mie bugie e le mie guerre,

le mie cicatrici e i miei giri sbagliati.

(…) sono il mio risentimento, il mio contagio,

il mio pericolo,

la mia fuga dalla viltà al peggio.

(…) Sono la follia e l’assenza

E le piccole, irrilevanti cose che svelano:

i francobolli, i ritagli di lettere,

i biglietti sotto il vetro della scrivania, il mio sorriso in vecchie foto.

(…) Sono gli sguardi che non mi sono permessa, le parole che non ho

detto e le labbra che non ho baciato

e le tracce che non lascerò dietro di me:

tutte le cose stupide che non ho fatto

tutte le grandi cose che non ho fatto ancora

tutte le partenze da cui non sono tornata.

Io

sono mia figlia che non ho messo al mondo e che potrei

e

la donna che sarò.

Sono quasi quella donna

e sono quasi l’uomo

che non sono diventata completamente

che non voglio diventare

e che mi salva ogni giorno da me stessa.

Sono la donna che non sono adesso,

tutte le cose e le persone che ero ieri,

che sarò domani

e che compongono

scompongono

e ricompongono me.

 

Bio dell’autore / Anna Puleo: giurista, appassionata di media e scrittura. Ha curato l’immagine e la comunicazione on line di festival (Tropea Festival Leggere&Scrivere, Roccella Jazz, ecc.) e iniziative sociali e culturali. Ha scritto diversi articoli scientifici e un saggio sulla tutela dei diritti fondamentali.

Movimenti e partiti veloci

Giulio Turcato

Spartivento / Movimenti e partiti veloci di Franco Gaudio

Quello che sta succedendo negli ultimi tempi in Europa è la velocità con cui si affermano alcuni movimenti/partiti. Ormai essi riescono a ridurre al minimo il tempo di nascita e quello di affermazione: è il caso di Syriza in Grecia, Podemos in Spagna e M5S in Italia. Al di là delle valutazioni politiche di ognuno di essi, sembra innegabile la loro affermazione, a differenza di quanto successo fino ad oggi, con una velocità impressionante. Continua a leggere

I partiti tradizionali sia grandi che piccoli erano caratterizzati da spostamenti percentuali di voti abbastanza modesti. Il partito comunista prima di affermarsi a metà degli anni ’70 come primo partito ha impiegato 50 anni o almeno 30 escludendo il ventennio. I partiti minori nel corso degli anni sono rimasti piccoli fino a sparire completamente agli inizi degli anni ’90. Forza Italia nelle elezioni del 1994 dove si presentava per la prima volta e dove ha avuto una netta affermazione ha potuto contare, comunque, sui voti del pentapartito (DC, PLI, PRI, PSI, PSDI).

Ma chi sono questi nuovi partiti/movimenti?

Syriza (coalizione della sinistra radicale) è un partito politico di sinistra che nasce nel 2004 dall’unione di diversi partiti di sinistra (tra cui quello più grande era Synaspismos nelle cui file contava Alexis Tsipras), da gruppi ambientalisti, maoisti, trotskisti e si costituisce nel 2012 come partito unico e nel 2013 celebra il primo congresso. La sua formazione parte dallo “Spazio per il dialogo, per l’unità e l’azione comune della sinistra” composto da varie organizzazioni della sinistra greca che condividevano azioni comuni in diversi temi su cui era impegnata la Grecia (guerra in Kossovo, privatizzazioni, diritti sociali e civili). Alle elezioni parlamentari del 2004 raccolse il 3,26% dei consensi e 6 seggi. In quelle del 2009 il 4,6% dei voti e 13 seggi. Ma fu nelle elezioni del 2012 che diventò il primo partito di opposizione con il 26,89% dei consensi e 71 seggi. Fino alle recenti amministrative del 2015 quando diventò il primo partito con il 36,34% dei voti e sfiorando la maggioranza assoluta dei seggi in parlamento (149 seggi su 300). In dieci anni passa dal 3% al 36%.

Podemos viene fondato nel 2014 da attivisti di sinistra legati al Movimento 15-M (meglio noto come movimento degli indignados). Si presenta per la prima volta alle elezioni europee del 2014 ottenendo l’8% dei voti e cinque deputati. Recenti sondaggi (El Pais) danno Podemos come primo partito in Spagna con il 27% dei voti, seguito dai socialisti con il 26,2% e dal partito popolare distanziato da 7 punti. Quindi, potrebbe passare dall’8% al 27%.

M5S è un movimento politico italiano fondato nel 2009 da Grillo e Casaleggio anche se è attivo dal 2004. Partecipa alle elezioni amministrative siciliane, al comune di Roma e al comune di Treviso dove ottiene un consigliere, con una lista “amici di Beppe Grillo”. Ma è nel 2012 che ottiene il primo successo elettorale in Sicilia con il 14,9% dei voti e 15 seggi. Nel 2013 alle elezioni politiche è la lista più votata dopo il PD (25,55% dei voti) ed elegge 109 deputati e 54 senatori.

Questi tre movimenti/partiti hanno in comune la velocità di affermazione dopo la loro nascita ufficiale. Benché diversi tra di loro e al netto delle valutazioni politiche di ognuno (più di sinistra Syriza, meno collocabili, per loro stessa affermazione Podemos e M5S) resta il successo avuto nelle ultime elezioni (anche se per Podemos siamo ancora ai sondaggi).

A cosa è dovuto questo successo?

Possono aiutarci a comprendere questo fenomeno alcuni autori (Ilvo Diamanti, Gramsci, Manzoni e mia suocera, il Mulino; Marco Revelli, Finale di partito, Einaudi; Michael Walzer, Partiti e movimenti, diversi mestieri, Reset, 20 luglio 2012) che con i loro saggi si interrogano su quello che succede in ambito politico, sulla mutazione del tradizionale protagonista della democrazia: il partito politico, sulla differenza tra partiti e movimenti.

Che ormai i partiti hanno perso significato, sono referenziali e in mano ad una oligarchia e che sono diventati personalizzazioni dei loro leader sono tutti d’accordo. Fra l’altro questo fenomeno di personalizzazione investe non solo la classe politica, ma la classe dirigente, in generale.

Ormai siamo di fronte a quella che viene definita “una democrazia del pubblico”, cioè basata sullo scambio asimmetrico tra il leader e l’opinione pubblica. Quest’ultima passivamente accoglie “l’offerta espressa dai leader politici, senza poter intervenire in modo diretto”.

La politica si traduce in due importanti momenti: la discussione e le decisione. Oggi a prevalere, e di gran lunga, è la decisione; si assiste al potere degli esecutivi e, quindi, ad una maggiore decisione rispetto alla discussione che era appannaggio dei partiti. “Né pare risolto il problema di quel fattore costitutivo della democrazia che è la discussione”. “E anche questo è un paradosso del nostro tempo: che a un’estensione dell’acculturazione e della conoscenza finisca per corrispondere un contemporaneo restringimento del tempo della discussione e della deliberazione argomentata, compresso fino alla dimensione puntiforme del fatidico clik”.

Il tipo di voto da molti si definisce di opinione, di scambio e di appartenenza. I primi due sono quelli con un alto livello di instabilità e variabilità, anche se quello di opinione è un voto più consapevole e quello di scambio riflette una maggiore distanza tra politica ed elettore in quanto si basa su interessi specifici. Il voto di appartenenza, invece, si si basa sull’ideologia e sull’identità e “si riproduce in maniera più stabile e con continuità nel tempo”. Ma è questo ultimo che nel corso degli anni ha perso di significato e di peso, come anche quello di scambio (c’è ormai poco da scambiare!).

I cambiamenti avvenuti si tenta a non comprenderli, ma anche i fenomeni e gli avvenimenti “perché [gli studiosi] concentrano la loro attenzione – spesso in modo esclusivo – sulle istituzioni e sugli attori politici a livello macro mentre sottovalutano, in particolare, quel che si muove nella società”.

Quello che era un voto di opinione sembra diventare sempre più un voto di protesta basato anche su luoghi comuni (anche se la classe politica ci mette molto di suo). “In fondo molti restano in silenzio per non sentirsi esclusi e per non sfidare il “senso comune”. Gramsci distingueva tra buon senso e senso comune. “E citava, a questo fine, Alessandro Manzoni. Il quale nei promessi sposi, annotava che al tempo della peste c’era qualcuno che non credeva agli untori, ma non poteva sostenere la sua opinione contro l’opinione volgare diffusa. Perché aggiungeva Manzoni il buon senso c’era ma se ne stava nascosto per paura del senso comune”.

I movimenti sociali non accettano, a differenza dei partiti, il compromesso, Essi “sono spinti da passione morale o ideologica, ma anche dall’interesse collettivo” e hanno “un forte senso di solidarietà e di impegno”.

I movimenti possono rendere il mondo sociale migliore, ma non possono farlo da soli. Può essere questo uno dei motivi del successo di Syriza in Grecia. Un giusto equilibrio tra movimento e partito: il meglio dell’uno e dell’altro. Ormai la società è frammentata, liquida e “tutto ciò gioca a sfavore di partiti politici ideologicamente coerenti”.

Cersosimo, nel suo intervento (Il punto di partenza: destrutturare élite estrattive; http://www.slega.net/il-punto-di-partenza-destrutturare-elite-estrattive/#more-2191) sottolineava che “il cambiamento presuppone voce e conflitto nei luoghi di lavoro e di vita”. Ma Syriza non solo ha comunicato, discusso, ha anche operato dando risposte ai meno abbienti in termini di salute e pasti. E’ necessario “innescare una mobilitazione collettiva” che non è facile “ma non impossibile” e gli esempi, come abbiamo visto, non mancano.

Di grande importanza sarebbe infine anche la costruzione nel tempo di legami e alleanze contingenti e strategiche tra i punti di vitalità e di innovazione”, presenti in Calabria e “connotati da elevate potenzialità di crescita che però sono slegati”. Ecco, Slega potrebbe legarli.

Bio dell’autore / Franco Gaudio è primo ricercatore dell’Istituto Nazionale di Economia Agraria e lavora presso la sede regionale per la Calabria. I suoi interessi di ricerca riguardano tra gli altri i temi dell’agricoltura delle aree interne, dello sviluppo rurale con particolare riferimento al programma Leader, la spesa pubblica in agricoltura, il lavoro agricolo degli immigrati. Ha pubblicato su questi argomenti diversi articoli e rapporti di ricerca.

La congiuntura italiana e Machiavelli

Hieronymus Bosch

Spartivento / La congiuntura italiana e Machiavelli di Gilda De Caro

Nel giorno dell’elezione del Presidente della Repubblica i commenti sono unanimi a lode di Matteo Renzi, (se pur Bersani ne rivendica il consiglio), per come ha saputo condurre le trattative, gli incontri e la comunicazione fino a perseguire il risultato annunciato. Lo svolgersi degli avvenimenti mi ha suscitato considerazioni sul valore della politica e su come talvolta il detentore del potere sappia incarnare in particolari momenti quella che si deve sempre considerare una vera e propria scienza. Voglio provare a leggere il comportamento di Renzi, della minoranza del Pd e delle forze politiche in campo secondo alcuni capitoli del “Principe” di Machiavelli. Continua a leggere

Dunque si stabilisca la situazione ex ante. Il Pd è diviso e lacerato sui provvedimenti legislativi, sul rapporto con il sindacato, sulla politica industriale e sul lavoro, sulla valutazione della strana e anomala maggioranza su cui si fonda il governo, ma anche per la qualità dei rapporti interni di ordine personale. Al Senato l’apporto di Forza Italia è determinante per l’approvazione delle cosiddette riforme, per alcuni aspetti molto criticate dalla minoranza del Pd che paventa rischi per la democrazia nell’alterazione dell’equilibrio dei poteri.

Così si arriva alla scadenza dell’elezione del Capo dello Stato. Le cose vanno in modo tale che la sensazione di una possibile catastrofe è avvertita nell’opinione pubblica, ancora scossa dai 101 voti della vergogna contro Prodi, per i sondaggi in discesa per il Presidente del consiglio, l’aggressività delle opposizioni e con Forza Italia che si prospetta come decisiva per una rapida soluzione della partita con un eletto di suo gradimento per i già noti scopi del suo leader.

Provo a leggere il VI capitolo del “Principe”, quello che tratta –“De principati nuovi che s’acquistano con l’arme proprie e virtuosamente”. Il caso appare complesso e Machiavelli consiglia che “debbe uno uomo prudente intrare sempre per vie battute da uomini grandi e quelli che sono stati eccellentissimi imitare, acciò che, se la sua virtù non vi arriva, almeno ne renda qualche odore”. Nel citare come esempi Mosè, Ciro, Romolo e Teseo, suggerisce di mantenersi meno sulla fortuna, di occuparsi direttamente della cosa pubblica perché la fortuna dà l’occasione che senza “la virtù dell’animo loro” l’occasione sarebbe venuta invano. Poi, in conclusione, il grande Niccolò porta l’esempio di Gerone Siracusano, che acquistò con grande difficoltà il dominio della città, poiché oggi come allora – “li uomini non credono nelle cose nuove” – ma giunto al potere “spense la milizia vecchia, ordinò della nuova, lasciò le amicizie antiche, prese delle nuove e come ebbe amicizie e soldati che fussino sua, posse in su tale fondamento edificare ogni edifizio, tanto che lui durò assai fatica a conquistare, poca in mantenere”.

Allora Renzi/ Gerone conquista il partito con una certa fatica ma “rottama” le antiche amicizie e se ne fa delle nuove, perviene al potere nel partito, scalza chi incerto gli offriva amicizia, si attrezza con nuovi/e nominati/e , iniziando così il “fondamento del principato”. Ciò che è avvenuto ben lo si sa, luci e dense ombre connotano la vita dei cittadini che subiscono gli effetti della crisi e del malgoverno di anni e anni, lo sconforto è palpabile e generale. Tutti pensano il disastro come probabile. Qui interviene e si fa protagonista la politica e messer Niccolò consiglia e guida anche chi forse non lo ha mai letto, ma con occhio alle cose di ciò dubito. È utile notare come la chiacchiera presidenziale si sia interrotta, come non ci siano stati intermediari, come i patti (le amicizie nuove nel frattempo sospese) siano stati dichiarati limitati o conclusi. Si è scoperta l’aspettativa del popolo (capitolo VII) e il valore dell’opinione pubblica. Assunta l’antifona, il moderno Principe comprende che – “debbe, sopra ‘a tutto, uno principe vivere con li suoi sudditi in modo che veruno accidente o di male o di bene lo abbia a far variare”. Ecco che inizia le consultazioni dall’interno del Pd, discute con quelli che gli potrebbero essere contro; Bersani parla pubblicamente di metodo, che non si ha intenzione di tendere trappole, ma chi deve indirizzare e poi decidere contare è il complesso del partito. Si individua il profilo e poi il nome, così alfine si perviene alle fatidiche giornate con un risultato pieno, positivo per il nostro Paese, per tutto il popolo che nella saldezza di un comportamento delle forze politiche decisive intravede una possibilità di governo efficace della cosa pubblica. Degli altri non merita parlarne perché non sono stati nemmeno comprimari, tanta inutile è stata la loro scelta, anche se in un regime democratico è riconosciuta anche la velleità. Il nostro Niccolò Machiavelli chiosa su questi simili casi: “Bene usate si possono chiamare quelle (se del male è licito dire bene) che si fanno a tratto per necessità dello assicurarsi, e di poi non vi insiste drento, ma si convertiscono in più utilità de’ sudditi che si può”.

Ma la piacevolezza del meditare mi porta a riflettere su di un altro inizio – la Giunta calabrese – che da novembre tutti aspettano, dopo la bella affermazione del presidente che i calabresi (una minoranza in verità) hanno scelto. Mi sono chiesta se il Presidente Oliverio avesse dimestichezza con “la picciol opra” del Segretario Fiorentino o se invece si fosse fermato solamente alle visioni profetiche di Frate Gioacchino. Sono certa che non gli sfuggono le ben note affermazioni di Niccolò quali: “nessuna cosa fa tanto stimare uno principe, quanto fanno le grandi imprese e dare di sé rari esempli”. Sono a Lui note le condizioni di questa regione, non tanto la povertà, quanto la difficoltà di chi vuole vivere civilmente, senza rubare, senza dichiarazioni false, senza farsi raccomandare o ricevere prebende o benefici dagli amici degli amici o parenti, senza dubitare quando si predispongono interventi di lavori di pubblica utilità, che se ne parli solo per favorire qualcuno per scoprire poi che sono opere che non servono a niente, insomma la difficoltà di vivere secondo la legge, nell’esercizio del diritto e del dovere. Gerardo Mario sono certa che se ne intende di queste cose e ben se ne intende; lo spirito sangiovannese lo informa, egli tiene alla fama: “E sopra tutto uno principe si debba ingegnare dare di sé in ogni sua azione fama di uomo grande e di uomo eccellente”. Sicuramente gli sarà utile ponderare su altro passo famoso: “Li stati bene ordinati e li principi savi hanno con ogni diligenza pensato di non desperare e’ grandi e di satisfare al populo e tenerlo contento; perché questa è una delle più importanti materie che abbia uno principe”. Nello stato attuale delle cose, le sagre, la cultura de poche e le ben note amenità non bastano più, la necessità impone la qualità degli interventi e una vera e decisiva competenza per invertire completamente la consuetudine e le perniciose trasversalità

Medito e penso… i magnifici quattro che ora sono diventati tre non sembrano contribuire tanto alla “Fama”, forse di più ora la Cerusica, ora che se n’è andata, mentre quel signorino che dovrebbe dimettersi sta ancora là. Forse è bene, visto che la mia terra mi sta a cuore, consigliare a Gerardo Mario Oliverio una riunione in meno e una giornata in più dedicata alla lettura del “Principe”, per esempio il capitolo 7 e poi il 9, e poi il 19, il 20 e il 21. E’ troppo? Per la Fama? No! – “veruna cosa fa tanto onore a un uomo che di nuovo surga, quanto fa le nuove legge e li nuovi ordini trovati da lui. Queste cose, quando sono bene fondate e abbino in loro grandezza, lo fanno reverendo e mirabile”.

Non è forse questo l’intento del programma del Presidente? o NO?

A noi non rimane che guardare al nuovo Presidente della Repubblica che nel suo primo e apprezzato discorso a Camere riunite una parola ha reiterato – “speranza” – è qui una coincidenza. Di nuovo Niccolò soccorre, in particolare per la nostra Calabria, con un appello: “Pigli, adunque, con quella speranza e con quello animo che si pigliano le imprese giuste”.

Si avrà il coraggio d’intendere?

Bio dell’autore / Gilda De Caro: vive a Cosenza, ama il mare, il vento e la letteratura: ama definirsi ‘irregolare della scrittura’, in cui si esprime al meglio nella forma di racconto breve; alcuni suoi racconti sono stati letti in trasmissioni di Radio 3, altri pubblicati in un quaderno della Accademia Cosentina. È stata tra le fondatrici e animatrici di collettivi femministi e del Centro anti violenza Roberta Lazino, esperta di sperimentazioni didattiche, ha diretto come preside alcuni Licei a Cosenza e in provincia, costruendo, per i giovani, opportunità educative avanzate e innovative. Numerose le pubblicazioni e le collaborazioni con giornali e riviste in lunghi anni di impegno culturale e politico.

L’aritmetica politicista di Oliverio


Enrico Baj

Spartivento / L’aritmetica politicista di Oliverio di Antonio Levato

Da non credere. Ma è vero. E’ vero che il presidente Oliverio ha formato la Giunta. Settimane di angoscia. Avrebbe Oliverio nominato gli assessori? Avrebbe scelto di farla di 6 subito o di 3 oggi più 3 domani o, addirittura, di 4 più 3 tra oggi e domani? Riparando così alle vistose lacune di Nora Orlandi che aveva sì realizzato i 2+2 e i 4+4 ma non ancora i 3+3 o addirittura i 4+3. Dei risultati sonori dei primi ad oltre cinquant’anni ancora si parla dei secondi si vedrà. Alla fine, sovvertendo ogni pronostico, Oliverio ha deciso il modulo 4+3. Ma che in un batter d’ali è diventato 3+3 per la defezione della Lanzetta, che non vuol sedersi allo stesso tavolo con De Gaetano. In ogni caso, una formazione inedita in musica e il cui prevedibile timbro sonoro già ci lascia perplessi. Continua a leggere

Ma l’angoscia non è finita. Ci angoscia conoscere i nomi dei nominati ai rispettivi assessorati. L’apparizione di “nuove stelle” nel firmamento della politica regionale, di questi astri sconosciuti, di queste creature straordinarie nel cielo grigio e immobile della politica regionale. Ciconte, De Gaetano, Guccione. Che ricchezza, che varietà. E che esperienze politiche e professionali alle spalle. E, ancora, che fantasia questa nostra classe dirigente di fronte ai sentimenti e agli umori degli elettori calabresi che solo in minor parte s’è data la pena d’andare a votare. Tre esponenti, significativi rappresentanti d’un ceto politico regionale traboccante di nomi, di personaggi incolori per esperienze e storie. Un vivaio che assedia le nostre esistenze con lo stesso ineluttabile fastidio con il quale la pulce verde tormenta le rose; così fatui, scontati e ripetitivi nelle loro profluvie dichiarazioni e nei loro vizi che non riescono neanche più a dire bugie dal momento che le hanno già dette tutte, che non riescono neanche più ad omaggiare la virtù con la loro ipocrisia.

Uno spettacolo di cabaret da sottoscala. E che dire della somministrazione d’un ministro demansionato ad assessore e d’un personaggio fin troppo chiacchierato, persino dalla polizia che ne aveva proposto il fermo per voto di scambio. Nulla. Proprio nulla. Per alcuni commentatori si tratta di “scelta coraggiosa” del neoPresidente, di “gesto forte” di una finalmente “linea di confine tra giustizia e politica”. Per noi, che resistiamo alle facili suggestioni, si tratta invece d’una spessa linea d’ombra di cui avremmo volentieri rinunciato a prendere nota.

Su tutto spicca lo scatto felino del vincitore del 23 novembre. Che battagliero e fiero, noncurante dei lacci e lazzi che si spargevano per la via, aveva preso impegno per una rapida e qualificata formazione della Giunta, che nessun ostacolo lo avrebbe fermato, che sarebbe andato avanti come un treno. E invece eccoci qua. Alla vecchia cultura consociativa del passato, da cui proviene, mixata con la prassi inciucista corrente. Il tutto condito con l’ossequiosità verso Roma che si spera ripaghi in qualche modo tale condiscendenza.

Quanto durerà questo spettacolo da quattro soldi non è dato sapere. La retorica della Calabria martoriata, terra infelice, regione più povera, ultima nelle statistiche dell’occupazione, dei servizi e qualità della vita e avanti cianciando, sulla quale hanno sin qui lucrato e continuano a lucrare generazioni di politici nostrani è momentaneamente sospesa. Intervallo. La Calabria può attendere. In fila prego. Prima vengono altre cose. Gli equilibri politici, gli accordi da rispettare, le cambiali da esibire, la sanità da conquistare. Il Presidente, dismessa la baldanza del “non ci faremo condizionare”, s’è infilato nel campo minato di trattative ed equilibrismi che, una volta avviati, è difficile arrestare.

Il secondo tempo della Giunta è tutto inscritto nel primo. Quello che si svolge sotto gli occhi dei calabresi è l’estenuante esercizio della politica politicante corredata da ammiccamenti, risarcimenti, riparazioni e riconoscimenti con allegato corredo dei preparativi di sgambetti degli interni, degli esterni e degli interni degli esterni (il già noto e ampiamente praticato trasversalismo). Non s’accorgono i politici e il Presidente quanto questo modo di corrispondere alle attese e ai bisogni della regione produca un senso d’irresistibile fastidio della gente (un tempo avremmo detto del popolo) che perciò si sentirà incoraggiata e autorizzata al peggio. Avevamo sperato, seppure per un attimo, in “novità tangibili”.

Ma a quanto pare c’è poco da “ tangere” e tanto da mandarli al diavolo.

Bio dell’autore / Antonio Levato: operaio metalmeccanico, militante e dirigente Fiom, oggi in pensione. Ha ricoperto incarichi di lavoro nella Cgil nel settore della formazione sindacale e della formazione professionale. Attualmente si occupa  di associazionismo e volontariato, ma non perde di vista la sua Cgil.

L’astensionismo cattivo di Mice

Haring Keith Haring

Spartivento / L’astensionismo cattivo di Mice

Astensionismo elettorale. I dati sono impressionanti. Alle ultime elezioni regionali di novembre 2014 in Emilia Romagna si sono recati alle urne 1,3 su 3,5 milioni di votanti: appena il 37,7% a fronte del 96,6% del 1970, anno delle prime elezioni regionali. In Calabria hanno votato all’incirca 800 mila elettori su 1,9 milioni, il 44,8% contro l’82,4% del 1970. Tra le ultime due tornate elettorali regionali, quelle del 2010 e del 2014, Emilia Romagna e Calabria hanno subìto un tracollo di elettori superiore a quello registrato nei 40 anni precedenti di regionalismo. Il presidente dell’Emilia Romagna è stato eletto dal 17% dei votanti e quello calabrese dal 25,8%: una frattura profonda tra consenso politico e consenso sociale. Continua a leggere

Crolli così drastici della partecipazione al voto, per di più in competizioni elettorali che interessano istituzioni determinanti, come le regioni, per la vita quotidiana dei cittadini (sanità, trasporti, igiene, formazione), non possono essere considerate un “problema secondario”, come con faciloneria ha bollato il recente picco astensionistico il nostro Presidente del consiglio, Matteo Renzi. Non basta vincere, come nelle partite di calcio. In democrazia contano certamente i numeri ma per la qualità dei processi democratici è altrettanto importante “come” e “con chi” si vince. I voti seppur apparentemente uguali in realtà nascondono aspirazioni e aspettative molto differenti dei votanti. Che finiscono inesorabilmente per condizionare stili e azioni degli eletti e, in particolare, degli amministratori pubblici. Allo stesso modo, l’universo astensionistico è un magma assai composito che influenza in maniera altrettanto forte la formazione delle preferenze e delle scelte pubbliche dei decisori politici.

Le indagini mostrano che, di norma, in presenza di forte astensionismo a disertare le urne sono soprattutto gli elettori più poveri, più giovani, meno scolarizzati, socialmente più marginali. Politici e amministratori pubblici sono, razionalmente, incoraggiati ad occuparsi prioritariamente dei soggetti sociali con una maggiore propensione a votare, ossia di coloro che hanno contribuito direttamente alla loro elezione, e dunque degli elettori più ricchi e istruiti che, tra l’altro, sono pure dotati di maggiori strumenti per influenzare i decisori. Non a caso, le evidenze empiriche internazionali mostrano che esiste una correlazione positiva tra partecipazione elettorale e spesa sociale: al crescere della prima cresce anche la quota di spesa sociale sul Pil. (http://www.lavoce.info/archives/31660/democrazia-partecipazione/).

Il non voto dei poveri e dei soggetti più vulnerabili finisce così per ritorcersi contro di loro. Il forte astensionismo è dunque dannoso, non solo alla democrazia ma anche al benessere dei ceti sociali medio-bassi. Fenomeno “secondario”?