Il tempo del lavoro e il lavoro del tempo di Silvia Destito / Resistenza al presente di Olivia Demuro e Gaia Petrella

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Aprire varchi nella memoria e nel presente per afferrare ciò che viene incontro: l’esperienza condensata in ricordo improvviso, un’azione che è già rarefazione; secondi, minuti, ore che nel loro susseguirsi delineano passaggi. Raccontare il tempo del lavoro: il lavoro in una giornata di pioggia, di sole, in fabbrica, in bottega, a scuola, nei campi; per strada, sul treno, in cammino; a nord, a sud, ad est e ad ovest del mondo. Il tempo che scorre oppure il tempo fermo, risonanze e silenzi. Materie e colori. Il lavoro vissuto, misurato, reinventato, perso. Il lavoro: conoscenza e smarrimento. Le parole, che per convenzione definiscono il tempo, ci aiutano a costruire “tappeti” volanti, piccoli orti seminati da saperi in trasmissione, perdita, trasformazione.

 

Passaggio veloce di un presente che sprofonda indietro.
In un dove, lento, fluttuante di mare e legno, azzurri. Sonori.
In un fuori che risucchia dentro.
Dedali e zoccoli a ritmo di respiro.
Danza di sudore senza inizio né fine nella forma vertiginosa dove il colore rimane, eterno.
Respiro di pelle e di parole che intaglia materie.

Progetto tematico di Silvia Destito

 

Resistenza al presente

Testi e Ph. Olivia Demuro e Gaia Petrella


barche

Ad Essaouira الصويرة, città fortificata affacciata sull’Oceano Atlantico, il tempo si è fermato. Le banchine del porto sono cantieri navali dove si fabbricano imbarcazioni in legno per la pesca come non se ne vedono più. La forma delle barche ricorda quelle degli antichi sambuchi arabi. L’ora del rientro delle barche al porto e la tradizionale asta del pesce è una sequenza di immagini, suoni e odori che rimane impressa nella mente. Immagini senza tempo, frammenti di uno sguardo laico che rifugge da guerre di pensiero, di religione, di confine.

pane

Tra le mura fortificate di origine medievale più estese e meglio conservate al mondo, il tempo è un lunghissimo presente che resiste da secoli. A Fès فاس, la più antica delle città imperiali del Marocco, tra le terre fertili del Saïs e i boschi del Medio Atlante, a metà strada fra Mediterraneo e Oceano Atlantico, si possono incontrare donne e bambini che portano a cuocere pani e dolci nel forno di quartiere, avvistare fumi densi che salgono in cielo provocati dagli altrettanti forni che alimentano i tradizionali hammam; essere quasi travolti da asini carichi di bombole a gas e sacchi di alimenti che si barcamenano tra le stradine della pedonale medina.

asinello

Immaginando la medina come gli anelli di un albero, in quello più esterno si incontrano banchetti in cui sono stati pazientemente esposti frutta, verdura, legumi, spezie e dolciumi per poter essere facilmente trasportati dal mondo esterno. Addentrandosi si incontra l’anello dei suq artigiani, e spingendosi sempre più verso il centro si scoprono le strade abitate alle quali fanno da corollario spirituale e sociale le moschee, l’università con la sua antica biblioteca, le grandi e piccole piazze, le fontane decorate e gli hammam di quartiere, vero e proprio assaggio delle relazioni familiari di questa società.

porta
fontana

Questa geometria apparente, che sembra seguire regole di commercio e scambio, scoppia nel caos via via che si procede verso il nucleo centrale della medina.

pellame
conciatori

Nel Blidas c’è il Chouara, il quartiere dei conciatori, che sorge accanto al corso d’acqua Oued Bou Khrareb; un grande scenario vivente popolato di uomini al lavoro. Qui l’antica lavorazione delle pelli trasforma, con gesti ancestrali, i rifiuti della produzione alimentare, in manufatti. Da sempre le concerie sorgono vicine ad un fiume, poiché l’acqua è elemento principale per la lavorazione della pelle.
fes 1
A terra sono scavate vasche in pietra, tonde o quadrate, dove sono immersi gli operai che si occupano della concia e della tintura di pelli di capra, vitello, pecora e cammello. Tutte le lavorazioni vengono eseguite a mano. Intorno al grande campo delle vasche, ci sono ambienti tra amene mura, con piccole finestre, dove gli operai delle cooperative di antica formazione preparano le pelli fresche. Dall’abituale punto di vista concesso ai non lavoratori, si ha l’impressione che la conceria Chouara sia una grande tavolozza, che assume nella sua parte più lontana, la zona in cui avviene la calcinazione, una colorazione pastello di un azzurro spento e torbido. La calce viva agisce sul tessuto dermico provocando un rilassamento e allentamento delle fibre dell’epidermide dell’animale; si fa spazio, si gonfia e questi spazi vengono sfruttati per far penetrare l’agente conciante.
concia
Più vicino allo sguardo, le vasche della tintura. La tavolozza si accende di rosso vivo, delle tonalità ocra, corda, cenere e fango. Piante e minerali offrono i pigmenti per le diverse colorazioni. Per trasformare la pelle da sostanza fermentescibile in un prodotto non degradabile, vengono utilizzati estratti dalla corteccia di mimosa e melograno, crusca, escrementi di piccione e soluzioni grasse. I manufatti vengono poi stesi o inchiodati al sole ad asciugare lentamente, decorando i tetti, le mura e altre costruzioni della medina.
Le pelli asciutte vengono successivamente trasferite al primo piano dell’edificio dove, nella semi oscurità, altri operai ripiegati su cavalletti di legno con coltelli a mezzaluna, in arabo Sedriya, assottigliano e rendono più morbido, tecnicamente scarniscono, il pellame per poterlo offrire a quei laboratori brulicanti di artigiani marocchini che, affacciati lungo le stradine tortuose dei suq, mettono in vendita il risultato del loro lavoro.


libro b

Il Maghreb, in arabo luogo del tramonto, fu dal X al XII secolo uno dei più importanti luoghi di esportazioni della pelle, tradizionalmente usata anche nella lavorazione delle legature di libri e manoscritti. Mentre nella manifattura del libro europeo i materiali di legatura erano molteplici (cartoncino alla forma fatto a mano, pergamena, carte marmorizzate, pelle) il mondo arabo, nel tempo, ha sempre mostrato una predilezione per questo materiale.
L’eccellenza raggiunta nella manifattura della pelle si rispecchia nella scelta di questa società che è stata, ed è ancora in grado, di creare finissimi ed elaborati prodotti artigianali. Questo materiale flessibile, duttile, malleabile si adatta a rivestire e contenere sapere: dal Corano ai trattati scientifici, ottici, matematici alle poesie e ai poemi racchiusi in elaborate legature di pelle.
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Un materiale che si adatta perfettamente a quella che è la meccanica del libro, un oggetto da aprire, sfogliare, conservare in tasca o in borsa, da trasportare sulle vie carovaniere del deserto per essere letto in oasi sperdute e che reagisce bene, in quanto materiale organico, agli sbalzi climatici di climi secchi e umidi.
Il taglio davanti del manoscritto in scrittura araba appare protetto da una patta, in arabo Rabat, usata come segnalibro per tenere il segno durante la lettura.
rabat

Le decorazioni a secco, realizzate con stampi in legno o in metallo decorati con arabeschi, racemi floreali o vegetali o semplici ornati geometrici, rispecchiano l’iconografia e le architetture di quel mondo.
La pelle tinta da coloranti vegetali come la rhus coriaria o sommacco per il rosso, lo zafferano e la curcuma per il giallo, le bacche della memecylon umbrellatum per il blu-violaceo, la parietaria e l’ortica per il verde, il legno del Brasile per i toni scuri, usciva dalla conceria e veniva poi trattata nelle officine di legatura del libro o nei laboratori di palazzo con gomma arabica. Brunita in seguito con pietre preziose o altri materiali duri come vetro, e a volte legno per eliminare tutte le imperfezioni dell’animale così da renderla lucida e brillante.
rabat b
Il dentro della medina ci permette di viaggiare al di fuori del tempo e dello spazio. L’osservazione di una lavorazione che viene fatta da così lontano ci porta a seguire un materiale che diventa oggetto archeologico, espressione della specificità di luoghi, di scambi tra culture diverse.

Qualche parola in più sulle parole e sulle immagini / Il testo è l’insieme dei pensieri, delle immagini, dei frammenti di viaggio di Olivia e della descrizione di Gaia che scandisce il tempo della conoscenza e della tecnica sapiente. I manoscritti, che ha potuto fotografare, sono conservati al Museo Nazionale di Muscat [Sultanato dell’Oman] e alla Casa dei Manoscritti di Baghdad [Iraq].

Olivia Demuro / si occupa di arti visive multimediali. In particolare lavora nel settore dell’audio video legato alla cultura, con i ruoli di executive producer, assistente alla regia, segretaria di edizione e produzione. Dal 2006 collabora con Studio Azzurro, gruppo di ricerca artistica che da più di trent’anni indaga le possibilità poetiche ed espressive dei linguaggi multimediali.

Gaia Petrella / lavora, dal 2006, nel campo del restauro dei libri antichi, moderni, disegni e stampe. Dopo l’importante e formativa esperienza alla Chester Beatty Library di Dublino, ha incominciato ad interessarsi alla cultura, all’arte e ai manoscritti in scrittura araba, avendo occasione di restaurare e consolidare pigmenti di miniature persiane, indiane e turche. Negli ultimi anni ha lavorato in Italia tra Roma e Firenze e all’estero nel Kurdistan Iracheno e nel Sultanato dell’Oman come insegnante e restauratrice di preziose collezioni.

 

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