L’università abbandonata di Domenico Cersosimo

Silvia Destito - l'orizzonte ....

Bisogni / L’università abbandonata di Domenico Cersosimo

L’università italiana è cambiata molto negli ultimi anni. In peggio. Sotto i colpi di una dissennata politica di tagli indiscriminati, il sistema universitario nazionale ha perso studenti e docenti, servizi e insegnamenti. Un disastro che ha avrà ripercussioni importanti sull’intero Paese in termini di minore qualità dei lavoratori potenziali, minore produttività, minore crescita economica, più modesta cittadinanza. Con il pretesto del debito pubblico e del feticcio della meritocrazia, le università meridionali, soprattutto le più antiche e più grandi, stanno arretrando, molto di più di quelle del Centronord.

L’Italia è tra gli ultimi paesi al mondo in termini di laureati, con un’incidenza sulla popolazione tra 25 e 64 anni (poco più 16 su 100) pari a meno della metà di quella di Stati Uniti, Giappone, Regno Unito, Corea, Finlandia, Norvegia. Nel Mezzogiorno tale incidenza è ancora più bassa: solo 14 su 100, e 13 su 100 nella coda di Sicilia e Puglia. In nostro paese è ultimo anche tra le 28 nazioni europee per ciò che concerne i giovani laureati. Posseggono la laurea appena 24 italiani tra 30 e 34 anni, a fronte di un obiettivo di 40 individuato dalla Commissione europea per il 2020, cioè tra appena quattro e mezzo. Molto peggio al Sud: solo 19 con un picco estremo di 16 in Campania. Troppo pochi per alimentare innovazione economica e sociale. Troppo pochi per generare benefici pubblici e privati apprezzabili.

Più cittadini laureati influenzano positivamente non solo la produttività dei lavoratori ma le aspettative di vita, l’occupazione, il salario, la salute, le buone maniere, il capitale sociale. Meno laureati significa bloccare le prospettive di mobilità sociale ascendente. Sono ancora pochissimi gli studenti universitari che provengono da famiglie con entrambi i genitori laureati. C’è il rischio che in futuro la situazione peggiori, accentuando, per dirla con Ilvio Diamanti, il “discensore sociale” che caratterizza l’Italia della grande recessione post 2007. Preoccupa perciò il calo sistematico delle immatricolazioni e la tendenza al declino del passaggio dei diplomati all’università, ormai sceso a circa la metà nella media nazionale e sotto la metà nel Sud.

E preoccupa ancor più il calo accentuato degli immatricolati provenienti dalle famiglie più povere, concentrate soprattutto nel Mezzogiorno, che avrebbero più bisogno di frequentare l’università anche come occasione di riscatto sociale ed economico. D’altro canto, l’aumento delle tasse di iscrizione, ormai tra le più alte in Europa, e gli impatti della crisi economica sull’occupazione e sui redditi, influenzano negativamente le immatricolazioni dei figli appartenenti a famiglie meno abbienti. A differenza di diversi paesi europei e non, il nostro paese non ha contrastato il fenomeno del calo delle immatricolazioni per ragioni economiche attraverso un aumento delle borse di studio per i più bisognosi e, più in generale, mediante una crescita del finanziamento pubblico. Al contrario, dalla fine dello scorso decennio, i governi italiani hanno ridotto drasticamente i trasferimenti ordinari verso le università, tant’è che oggi questi ultimi coprono appena il 60% del fabbisogno. Naturalmente, le università localizzate nelle regioni più ricche di risorse proprie, in particolare quelle a statuto speciale, e di fondazioni bancarie, riescono a compensare in parte il taglio di risorse statali, viceversa quelle localizzate nelle regioni meno dotate, ancora un volta quelle del Mezzogiorno, sono costrette a causa delle ristrettezze finanziarie a tagliare (insegnamenti, corsi, dottorati, ricercatori, attrezzature) e/o ad aumentare più che altrove le tasse. Si alimenta così un circolo vizioso che tende a fiaccare strutturalmente il sistema universitario meridionale, sempre meno capace di offrire ai propri studenti servizi didattici e strutture di supporto di qualità.

L’Italia non avrà un grande futuro senza tanti laureati. L’investimento in istruzione paga. Non subito, ma paga. In termini di maggiore coesione sociale, crescita economica, benessere collettivo e privato. Lo dimostrano i dati: le nazioni che più investono in scuola e ricerca sono quelle più dinamiche, più reattive al ciclo economico, maggiormente al riparo dalle crisi, con una migliore struttura dei salari. E’ ora che se ne convincano le classi dirigenti, in particolare il governo. Ma è altrettanto importante che ne abbiano consapevolezza le famiglie, del Nord e del Sud. Investire in istruzione è la semina che serve all’Italia. A tutta l’Italia.

[Per approfondimenti si rinvia alla lettura di due recentissimi working papers della Fondazione Res molto ricchi di dati e di considerazioni: Gianfranco Viesti, Elementi per un’analisi territoriale del sistema universitario italiano (http://www.resricerche.it/media/wp/wp_res_n_2_15.pdf) e Antonio Banfi e Gianfranco Viesti, “Meriti” e “bisogni” nel finanziamento del sistema universitario italiano (http://www.resricerche.it/media/wp/wp_res_03_15.pdf)]

 

Bio dell’autore / Domenico Cersosimo: insegna Economia regionale presso l’Università della Calabria, Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali. Svolge attività di ricerca nei campi dello sviluppo economico, dei sistemi produttivi locali e delle politiche pubbliche per il Mezzogiorno. Ha pubblicato diversi articoli e libri, l’ultimo dei quali è Tracce di futuro. Un’indagine esplorativa sui giovani Coldiretti (Donzelli 2012). E’ tra i fondatori di “SlegalaCalabria”.

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Un pensiero su “L’università abbandonata di Domenico Cersosimo

  1. Anche il XVII rapporto di Almalaurea contiene un dato allarmante: i laureati italiani costano allo stato la metà di un laureato tedesco e circa il 30% in meno della media dei paesi Ocse. Condivido l’appello di Mimmo Cersosimo alla responsabilità delle classi dirigenti. Ma il goverso ha tagliato i finanziamenti nel FFO del 2015. Allora, per il presente resta la domanda: che fare? In questa situazione, possiamo mettere in atto qualche progetto “fai da te” per sostenere il diritto allo studio?

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