Il Consiglio del presidente di Roberto De Luca

Cy Twombly

Classi dirigenti / Il Consiglio del presidente di Roberto De Luca

Sembra che non abbia allarmato più di tanto i difensori della democrazia liberale la decisione del primo Consiglio regionale calabrese della legislatura appena avviata di mettere mano allo statuto nella parte in cui si occupa della formazione della giunta e del ruolo dei consiglieri di maggioranza. Una modifica di statuto, con implicazioni abbastanza significative sull’organizzazione istituzionale e sulla ripartizione dei poteri, che è passata nel silenzio generale, se non per qualche grida di retorico dolore di un paio di consiglieri di opposizione. Continua a leggere

Con questa riforma, Oliverio rinnova, con piglio decisionista, il classico ritornello di ogni insediamento dei nuovi governi: “i predecessori ci hanno lasciato una situazione disastrosa e bisogna mettervi subito rimedio”. Considerata la perfetta alternanza fra centrosinistra e centrodestra in Calabria negli anni della seconda repubblica, dichiarazioni sullo sfascio passato e sull’intenzione di adottare immediatamente provvedimenti in controtendenza con il precedente governo, si possono ritrovare nei medesimi termini all’atto dell’insediamento dei precedenti “governatori” Chiaravalloti, Loiero, Scopelliti.

Quello che c’è di nuovo nella dichiarazione e nell’atto conseguente di Oliverio è di avere immediatamente rigettato le decisioni della precedente maggioranza su un aspetto del funzionamento istituzionale e delle regole del gioco.

Per quale fine Oliverio, e la sua maggioranza, ha osato tanto? Evidentemente lo scopo del presidente era, e rimane, quello di avere campo libero nella scelta degli assessori e, quindi, formare una squadra di persone a lui gradite, possibilmente schivando la pressione di partiti e gruppi di pressione. Con l’istituzionalizzazione del consigliere delegato, invece, il presidente concede un contentino, a costo zero per le finanze regionali, ai tanti aspiranti assessori consiglieri regionali eletti che non riescono ad entrare in giunta.

Quella che ci sembra la lettura più razionale di un atto deliberativo di così ampia portata sia dal punto di vista politico che da quello simbolico, in considerazione che le modifiche allo statuto regionale sono state apportate nella prima seduta del nuovo Consiglio, viene, però, messa in discussione dagli atti successivi messi in opera da Oliverio. Il ritardo con cui ha nominato solo metà dei componenti della giunta e il rifiuto, sebbene tardivo, di Maria Carmela Lanzetta di fare l’assessore per non aver condiviso la scelta dell’altro assessore esterno, Nino De Gaetano, già consigliere e assessore regionale e “sfiorato” da un’inchiesta sul voto di scambio mafioso nella precedente elezione, vanno in direzione opposta al decisionismo e all’operatività della funzione di governo regionale.

Queste due nomine di assessori “esterni” – esattamente quante ne consentiva il precedente statuto – sono, infatti, di carattere partitico, essendo De Gaetano e Lanzetta entrambi iscritti al PD. Mentre la nomina della Lanzetta poteva rappresentare un parziale risarcimento per la sua uscita dal governo Renzi, oltre che un primo aggiustamento alla rappresentanza di genere nell’organismo di governo, la nomina di De Gaetano è difficilmente interpretabile se non come un clamoroso scivolone del presidente, che non poteva non sapere, o quale pagamento del debito politico contratto all’epoca delle primarie, o ancora, quale cessione ai gruppi del partito e la conseguente minaccia alla sbandierata autonomia del “governatore”.

Al di là dell’aspetto pratico connesso alle modifiche di statuto (che evitano l’eventuale bocciatura della Corte Costituzionale sulla figura del consigliere supplente, introdotta dal precedente Consiglio) il primo atto del nuovo Consiglio regionale segna sia l’allargamento dei già amplissimi poteri del presidente della giunta, sia l’ingerenza dello stesso presidente negli affari di stretta competenza del Consiglio e, conseguentemente, una minore autonomia dell’assemblea elettiva che, oltre alla potestà legislativa, è titolare delle funzioni di indirizzo e di controllo sulla giunta regionale. L’ampliamento del grado di autonomia del presidente di formare la giunta e nominare i consiglieri delegati, riduce infatti lo spazio d’azione collettiva, tradizionalmente occupato dai partiti politici. È anche vero che se guardiamo il risultato delle elezioni e gli eletti, dobbiamo constatare che l’attore partitico, a parte formalmente il PD, si è sostanzialmente eclissato per dare luogo a delle associazioni temporanee di candidati che, una volta raggiunto lo scopo dell’elezione, possono diventare battitori liberi e portatori d’interessi al solo fine della rielezione.

Questa prima decisione del Consiglio consegna così all’opinione pubblica l’immagine di un’assemblea scelta dai cittadini assoggettata al potere del “governatore”. Che non è certo una bella immagine per il funzionamento sia della democrazia che per il Consiglio, il quale istituzionalmente è chiamato ad operare in assoluta autonomia.

A ben vedere, il provvedimento assunto nella prima seduta del Consiglio sembra ricalcare l’inefficiente modello precedente (una comparazione quantitativa del grado di operosità tra l’Emilia Romagna, che ha rinnovato il Consiglio nella stessa data di quello calabrese, ci dà 9 sedute consiliari in Emilia contro le 4 della Calabria) e i primi atti politici di governo non ci fanno essere molto ottimisti circa il futuro della nostra regione.

Bio dell’autore / Roberto De Luca: è ricercatore di Sociologia dei fenomeni politici presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università della Calabria, dove insegna Politica, legittimità e consenso e Movimenti sociali e partecipazione politica. Il suo principale campo di ricerca è la sociologia elettorale, ambito nel quale ha pubblicato diversi studi sul comportamento di voto e sugli effetti dei sistemi elettorali.

Riformismo perduto di Antonio Levato

Corneliu Baba

Spartivento / Riformismo perduto di Antonio Levato

Riformismo. Parola perduta. Chi se ne ricorda più? Si sa, il nostro è un paese di sprechi. Sprechiamo di tutto, con abbondanza. Anche le parole. Ricordate? Fino a qualche tempo addietro non c’era dichiarazione, comunicato, dibattito, articolo, intervista in cui non facesse capolino la parola riformismo. Nelle diverse e molteplici declinazioni: riforma, riformista, riformismo, riformatore, riformistico. Un accavallarsi parossistico e confuso di significati che per un certo tempo ha dato a quella parola un potere magico, capace di innocenti dimenticanze (gli ex pci) e di arditi, ma ancora mal riusciti, Continua a leggere

amalgama (pd). Vero è che, come tutte le parole che per un lungo periodo corrono di bocca in bocca, la parola riformismo crebbe a tal punto di volume, come gas nell’ambiente, d’azzerarsi in densità per diventare una bolla colorata. Un alibi seducente. Ha così, per lungo tempo, supplito ad un vuoto di cultura politica e dissimulato la grande vaghezza strategica di quei soggetti politici che su quella parola intendevano ridefinire il proprio ruolo e la propria fisionomia. Finanche il significato non è più certo dal momento che questa parola è stata impugnata indifferentemente a destra e a sinistra.

A destra ha sorretto un millantato spirito innovativo, spesso spavaldo, comunque estraneo al conservatorismo classico. D’altronde il successo del berlusconismo cos’è stato se non l’originale impasto di liberalismo, liberismo, peronismo e a-ideologismo, difficilmente riconducibile ad una destra conservatrice così come l’abbiamo conosciuta in Italia.

A sinistra viceversa, la parola riformismo è stato l’involucro vuoto d’una politica senza contenuti, senza visioni e senza popolo, insomma, com’è stato definito, un “riformismo senza riforme”. La stessa preoccupazione per la salvaguardia delle istituzioni dagli attacchi della destra ha finito per rimandare della sinistra una fisionomia “conservatrice”, di fissità, di indisponibilità al cambiamento.

Oggi, la parola in questione è scomparsa dalla scena, abbandonata in chissà quale deposito di chincaglieria. E non poteva essere diversamente dal momento che tutti ad un certo punto si sono detti riformisti (non riformatori, ché già altro sarebbe). Finanche il patto del Nazareno è stato, ad un certo punto, definito “patto riformatore”; da intervento della protezione civile. Non c’è da stupirsi perciò se riformismo sia del tutto inattuale, incomprensibile, anacronistico. Ancora qualcuno, in cerca d’un aggettivo decorativo, lo tira fuori per dare colore e sembianze ad un inconsistente sostantivo finendo col dire: fiori non opere di bene.

Se un tempo riformare significava trasformare in senso più democratico e più partecipativo i processi decisionali pubblici, fare avanzare le istanze di giustizia ed equità sociali, espandere i diritti delle persone e dei cittadini, inverare lo spirito della Costituzione, allargare l’arena democratica, oggi quella parola s’è rattrappita nel suo surrogato: cambiare. Non importa con chi, come, per andare dove. Basti cambiare. Siamo all’ultima sfida, alla singolar tenzone tra l’immobilismo e il cambiamento, al qui si cambia o si muore, all’ultima possibilità per il Paese. Perciò l’importante è cambiare. Ma ad oggi su tutti i piani della politica, negli indirizzi economici e sociali, nella “riforma costituzionale” e del mercato del lavoro i cambiamenti che si succedono vanno in una unica direzione. Una direzione che solo qualche tempo addietro sarebbe stata impensabile, mentre ora si realizza gratuitamente, senza incontrare alcuna resistenza.

Solo i dati economici non cambiano, ma peggio per loro. C’è da dire, a questo punto, che se la parola riformismo è scomparsa qualche ragione, forse più d’una, c’è e anche forte.

Una è l’avere rinunciato a pensare la politica come funzione di qualcosa d’altro, d’un progetto, di una alleanza sociale, di una idea di trasformazione della economia e della società.

L’altra non meno importante è la peculiarità storica del nostro Paese che per un quarto di secolo ha avuto un regime fascista, per un mezzo secolo un sistema democristiano, seppure con agguerrite minoranze democratiche, e per un buon ventennio il berlusconismo. Il precipitato del secondo ha prevalso sul primo e s’è mischiato col terzo. Oggi, con il governo Renzi ci avviamo verso un sistema del tutto nuovo che li raccoglie e li combina in un inedito composto che forse meriterebbe d’essere studiato dalle scienze antropologiche.

Accade così che, per la solita nemesi della storia, “ l’estremista” Landini sia oggi l’unico riformista sulla piazza. E non solo in termini figurati.
 
Bio dell’autore / Antonio Levato: operaio metalmeccanico, militante e dirigente Fiom, oggi in pensione. Ha ricoperto incarichi di lavoro nella Cgil nel settore della formazione sindacale e della formazione professionale. Attualmente si occupa di associazionismo e volontariato, ma non perde di vista la sua Cgil.

Evitare Grexit di Bernardina Algieri

Yiannis Tsaroychis

Luoghi / Evitare Grexit di Bernardina Algieri

Il nuovo governo greco, guidato da Alexis Tsipras, ha bisogno urgente di finanziamenti per far fronte, innanzitutto, agli impegni presi durante la campagna elettorale con gli elettori e nello stesso tempo per sollevare il paese dalla difficile situazione nella quale si trova.
Il governo greco sa che le casse dello Stato sono vuote o quasi e che non c’è alcuna possibilità che il paese possa risolvere il problema con le proprie risorse; c’è pertanto urgente necessità di aiuti e dell’intervento esterno della UE per uscire dalla grave crisi Continua a leggere

e per dare speranza al popolo ellenico.

La situazione oggettiva è questa, ma come si stanno comportando i protagonisti (il governo greco e le istituzioni europee)?

Finora si è assistito ad un braccio di ferro inutile fra Atene e l’Eurogruppo, non si è manifestata la volontà di comporre le divergenze e trovare una ragionevole soluzione e le polemiche, le minacce cui stiamo assistendo non aiutano e non portano alcun beneficio né alla Grecia, né alle istituzioni europee.

Le politiche di austerità praticate finora non hanno sortito i risultati sperati, ma hanno reso i cittadini più poveri e più disuguali, perciò le istituzioni europee devono prendere atto del fallimento e dovranno pensare ad attuare riforme economiche e regole nuove che tengano in conto la dignità del popolo.

Il governo greco, da parte sua, visto il momento delicato che il paese sta attraversando e visto gli impegni che precedenti governi avevano preso (e che dovranno essere rispettati), non può tergiversare in discussioni inutili e fuorvianti; gli viene chiesto di presentare un programma di riforme ben definito, solido e completo, lo presenti. È questa la condizione necessaria perché l’Europa sblocchi gli aiuti programmati.

Se la Grecia vuole evitare il default non ha tempo da perdere. Bisogna che si facciano tutti gli sforzi possibili per scongiurare situazioni destabilizzanti. Il default produrrebbe problemi enormi e disastrosi, quali il collasso dell’attività economica, la disoccupazione, la perdita di credibilità della Grecia e avrebbe conseguenze negative sulla fiducia nell’UE per non aver saputo fronteggiare l’insolvenza; c’è poi da considerare la perdita economica degli stati creditori e il pericolo che Atene esca dalla sfera europea ed entri in quella russa o cinese.

Il ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis, al recente workshop Ambrosetti di Cernobbio, ha avanzato proposte apprezzate dai presenti, ma non giudicate sufficienti dall’UE. Lunedì 16 marzo la Grecia ha pagato al Fondo Monetario Internazionale una tranche di debito di 584 milioni di euro, nei prossimi giorni ne pagherà un’altra in scadenza. Giovedì 19 marzo si è svolto un vertice a Bruxelles con Alexis Tsipras, Angela Merkel, Francois Hollande, Jean Claude Juncker e il governatore della Bce Mario Draghi; il 23 marzo a Berlino si sono incontrati la Cancelliera tedesca e il primo ministro greco. Gli incontri si stanno intensificando, si spera ora in un rapido e buon esito del negoziato in atto.

Bio dell’autore / Bernardina Algieri: insegna Economia Internazionale presso l’Università della Calabria, Dipartimento di Economia, Statistica e Finanza. Svolge attività di ricerca principalmente nei campi della Macroeconomia Internazionale, della Macro-finanza e dell’Economia delle Risorse e Turismo.

La bellezza civile perduta di Piero Bevilacqua

John Constable
John Constable
Luoghi / La bellezza civile perduta di Piero Bevilacqua

La lingua latina possiede due termini sinonimi per indicare la città: urbs, riferito alla struttura, agli edifici, le strade, le piazze, e civitas, Quest’ultimo sta a indicare la comunità dei cittadini. Ma non semplicemente il loro insieme demografico, anche la loro soggettività, il loro essere consapevoli di appartenere a uno spazio speciale, con le sue regole, i suoi agi rispetto alla campagna, la sua bellezza. Non per niente da quella stessa radice viene il termine civiltà. Parola scomparsa dal   lessico corrente, troppo altisonante per le nostre società, dove governanti e governati si accontentano Continua a leggere

con modestia di qualche punto di Pil. Eppure alcuni vecchi termini della nostra civiltà linguistica – manipolati oggi dal servilismo anglofilo dei media – dovremmo disseppellirli, farli risplendere di nuovi significati.

Lo scorso anno lo ha fatto suggestivamente Giancarlo Consonni (La bellezza civile. Splendore e crisi delle città, Maggioli). La bellezza civile, espressione coniata da Giambattista Vico, dovrebbe tornare in uso a significare una aspirazione delle nostre comunità cittadine, che l’hanno a lungo perseguito e realizzato. Lo stare insieme entro ordini e spazi in cui la bellezza delle forme urbane dovrebbe tendere ad armonizzarsi con le virtù civiche, l’osservanza delle leggi intesa come rispetto degli altri, il sentirsi comunità cooperante al fine di conseguire scopi superiori di prosperità comune, di umanità e cultura.

Se osserviamo oggi Roma sotto il profilo della civitas comprendiamo alcuni fenomeni importanti. Lo stile di vita dei cittadini, la loro condizione, influisce direttamente sull’urbs, ne oscura le forme, deturpa la sua bellezza. Consideriamo solo un aspetto, ma rilevante, della vita dei romani: il modo in cui si spostano nello spazio della città. Il traffico privato su gomma, l’uso dell’automobile è cresciuto di anno in anno, emarginando costantemente il trasporto pubblico. Il numero dei veicoli in città tende a superare quello dei cittadini: 978 ogni mille abitanti, compresi vecchi e bambini, ricordava l’anno scorso Francesco Erbani in Roma. Il tramonto della città pubblica (Laterza). I km delle linee di metropolitana sono inferiori perfino a quelli di Atene, di Bucarest, di Teheran. Nella città che negli ultimi decenni è stata costruita secondo gli interessi di pochi, senza linee ferrate, accade che ognuno si sposta da sé, con la propria auto, con danno e svantaggio di tutti. Con svantaggio, perché il traffico cittadino è ormai ridotto a un ingorgo permanente, ci si muove a fatica, sempre più lentamente. Con danno, per la crescita dello smog e del particolato nell’aria che tutti respiriamo, per l’usura dei monumenti, la diffusione dello sporco sugli edifici, la cancellazione visiva del paesaggio urbano.

Chi gira per Roma scorge sempre meno le sue forme sontuose e sempre più le sue piazze e le sue strade e occupate da una fitta fila di auto in sosta. Ci sono quartieri dove la densità di quelle scatole metalliche, che satura lo spazio di ogni piazza, strada, marciapiede fa pensare a un assedio permanente. Dà al cittadino che passa un senso di soffocamento.

Roma è ormai un unico, immenso parcheggio, un dormitorio, un cimitero di macchine all’aperto. Tale condizione dell’urbs a sua volta svuota la civitas dei romani, abbrutiti dentro un paesaggio di latta che li deprime, li spinge a cercare soluzione personali, a farsi orientare ancora più perversamente dall’ideologia individualistica dominante, la grande nemica della città. Si arrangiano e cercano di sopravvivere nel caos coi propri mezzi. E il circolo vizioso trascina tutti verso il buco nero del disagio collettivo crescente, dello spreco di tempo, dell’inagibilità dello spazio, dell’infelicità urbana.

Dove può andare una città infelice? Quali fini di civiltà può assegnarsi? E allora, tremenda domanda: come spezzare il circolo che strangola la capitale?

Non è facile trovare la “formula che ci salvi” dopo decenni di occupazione caotica del territorio, dopo aver riempito i dintorni di Roma di centri commerciali che richiamano traffico veicolare da ogni punto della città. Si può indicare qualche stretto sentiero d’avvio. Oltre a quelli noti e costosi: la rete della metropolitana. Una ventina di anni fa tante strade di Roma, anche in quartieri periferici, erano state contrassegnate come corsie preferenziali. Riservate agli autobus e ai taxi. Ben presto sono diventate parcheggi permanenti di auto in sosta. Il tempo poi ha finito col cancellarle. Infine sono state in gran parte trasformate, anch’esse, in strisce blu per le auto dei residenti. Ecco, una iniziativa importante potrebbe essere quella di ritornare indietro: cominciare, un quartiere alla volta, a ridisegnare le corsie preferenziali, almeno nelle strade di grande scorrimento.

Occorre aprire un varco di convenienza ai cittadini che usano i mezzi pubblici, rendere i loro spostamenti più veloci, più economici, più agevoli rispetto alle auto. Per una tale iniziativa bisogna essere consapevoli che la mano pubblica, il governo cittadino deve imporsi sugli interessi particolari e disordinati dei singoli. Occorre dare man forte al sentimento della civitas, al sentirsi membri di una stessa comunità con comuni bisogni, obbligati a regole collettive. Si rende insomma necessario ricreare un nuovo disciplinamento civico. Perciò il potere pubblico deve scoraggiare l’uso privato della macchina. Questo avviene ormai da decenni in gran parte delle le città d’Europa, sicché, con ogni evidenza, la civiltà urbana coincide apertamente, da Berlino ad Amsterdam, da Oslo a Stoccolma, con l’assenza di automobili dai suoi spazi.

Scoraggiare i cittadini dall’uso dell’auto privata non solo incoraggia il ricorso a nuove forme di trasporto, come il car sharing, ma incide in maniera rilevante sul bilancio delle famiglie. Il possesso dell’automobile, talora anche due e tre per famiglia, è sempre più costoso e altera lo stile di vita, la scelta dei consumi. Quanto danaro si spende per l’acquisto di un’auto, per l’assicurazione, la tassa di circolazione, la manutenzione, le riparazioni periodiche, le multe, l’acquisto di carburante? E quanto tale spesa spinge a risparmiare sull’acquisto di libri e giornali, accesso ai musei e ai concerti, sulla qualità del cibo, che dovrebbe essere invece al primo posto nella gerarchia dei consumi di un cittadino italiano del nostro tempo?

Così il governo cittadino potrebbe incoraggiare una svolta culturale importante, ridare vigore a una nuova civitas, anche marcando politicamente la propria condotta con un gesto di giustizia sociale. I mezzi pubblici servono soprattutto ai tanti cittadini che la macchina non la possiedono o non possono guidarla perché anziani. La città un tempo apriva le braccia a tutti e ha inventato istituzioni per i più deboli ed emarginati. Occorre smettere di offrire i suoi spazi agli appetiti disordinati dei più forti. Anche partendo delle città si può cominciare a colpire le disuguaglianze sociali, la peste che spazza e annichilisce le società del nostro tempo.

Bio dell’autore / Piero Bevilacqua: è ordinario di Storia contemporanea all’università di Roma La Sapienza. Ha fondato e diretto la rivista “Meridiana”. Ha pubblicato numerosi saggi e volumi tra i quali: Calabria (a cura di, con A. Placanica, Torino 1985), Breve storia dell’Italia meridionale dall’Ottocento ad oggi (Roma 1993), Venezia e le acque (Roma 1995), L’utilità della storia. Il passato e gli altri mondi possibili (Roma 2007), Miseria dello sviluppo (Roma-Bari 2008), Elogio della radicalità (Roma-Bari 2012).

 

Il sé delle donne di Anna Puleo


Egon Schiele

Spartivento / Il sé delle donne di Anna Puleo

La libertà come necessità. La libertà di scrivere in modo diretto, come la libertà di non farlo … In breve: il diritto di SCEGLIERE. Di decidere da soli cosa voler dire, vivere, sentire e fare. Niente è più importante sia sul piano personale che su quello intellettuale. E questa libertà è tutto ciò che è la poesia.

Libertà. Un abito che vestiamo ogni mattina senza farci più caso. Che va tuttavia scelto attentamente, spolverato, tenuto in ordine, riposto in un luogo fresco e arieggiato. Lo sa bene chi è abituato a maneggiare la propria intelligenza e le parole per raggiungere la verità. Continua a leggere

A maggior ragione se sei donna, sei araba e sei una scrittrice. Se rifiuti di mettere un velo o un burqa, di rispondere ai modelli in voga di donna e sposa, di uniformarti al pensiero unico che ti vieta di avere un proprio pensiero e di prendere posizione. Se ogni giorno devi affrontare le polemiche, gli insulti e l’ostracismo di chi ti considera immorale, scandalosa, viziosa, disonorata, depravata, per rivendicare la libertà – e l’urgenza – di prendere la parola.

Ancora di più se hai fondato una rivista sul corpo e la sessualità nel mondo arabo (l’unica del suo genere), Jasad, e se da qui o dalle colonne di un giornale, nei tuoi libri e nelle tue poesie ti batti per essere sempre e fino in fondo te stessa, svelando la potenza sovversiva del corpo desiderante e dell’erotismo. In poche parole, se ti chiami Joumana Haddad.

Nata 45 anni fa a Beirut sotto il segno del Sagittario, due lauree e un dottorato concluso con una tesi su De Sade, giornalista, scrittrice, poetessa, Haddad è considerata una degli autori arabi più importanti delle ultime generazioni – i suoi libri sono conosciuti ovunque e tradotti in diverse lingue – e tra le più autorevoli donne arabe nel mondo.

Parla di donne, Joumana, quelle arabe come lei, perché con il suo linguaggio diretto, spietato e pungente, di chi non la manda a dire, volge lo sguardo al mondo da cui proviene, afflitto dalla paura e dalla schizofrenia, per affrontare il complesso rapporto tra i generi.

essere donna significa essere, e voler essere, se stessa e nessun altro. E, soprattutto non desiderare di essere un uomo… Significa che una donna deve essere in grado di sostenere questo SE’, il proprio sé, con il coraggio, l’inconscio, il corpo e la mente. Senza paura, panico, diffidenza, tabù, vergogna o altri ostacoli personali e sociali, visibili o celati. Significa che deve sostenere tutto questo senza preoccuparsi che un uomo “approvi” il suo successo o giudichi il suo fallimento. Significa prendere, anziché aspettare che le sia dato. Perché una donna è l’unica esperta di sé ed è la propria unica guida. E’ lei l’unico riferimento per il proprio corpo, il proprio spirito e la propria essenza. Non dovrebbero avere voce in capitolo né i religiosi radicali che la vorrebbero assente, né i superficiali radicali che vorrebbero trasformarla in oggetto in vetrina.

Essere donna significa partire dal corpo. Corpo inteso come spazio di conoscenza e di esperienza, fisica, sensoriale, emozionale, intellettuale. Corpo occultato da niqab e abaya, rimosso dalla conversazione, proibito dall’estremismo, censurato dall’ignoranza e dall’ipocrisia. Ma anche corpo come universo in cui il linguaggio poetico sceglie di esprimersi, da cui passa l’urgenza di comunicare e di riappropriarsi di una lingua rigogliosa, ricca di complessi simboli e allegorie, ferita e offesa da tabù e oscurantismi…

Perché scrivo poesie? Perché non scrivo romanzi, come mi chiedono in molti?… Perché la poesia è un’URGENZA…Perché è un’eterna lotta tra me e me. Perché mi aiuta a rendermi conto che sono viva. Perché è una vita moltiplicata. Perché è la mia carne, così come mi piace, senza “pelle protettiva”.

Corpo e scrittura, avvinghiati in un unico respiro, quello della propria esperienza, che transita dall’uno all’altra in una osmosi perfetta, in <<un viaggio brutale, violento e sanguinoso>> ma anche sensibile e contemplativo, nel quale prendere la parola per riportare al centro del discorso pubblico la libertà femminile e la potenza sovversiva del desiderio e la sessualità (fuori dal marketing furbetto da Cinquanta sfumature, per intenderci), ritornando a sé e alla propria essenza.

In Ho ucciso Shahrazad, Confessioni di una donna araba arrabbiata, testo ibrido, come lei stessa lo definisce, a metà tra saggio, invettiva e memoria personale, Haddad solleva la pesante cappa che copre da sempre l’altra metà del cielo nel mondo arabo, avvolta da stereotipi e ipocrisie radicate, che la condannano al ruolo di essere debole e indifeso, silenzioso e sottomesso, per ricordare che esiste un Islam liberale, complesso, composito ed eterogeneo, che ignoranza e semplificazione ideologica, imperanti da una parte e dall’altra del Mediterraneo, cercano in tutti i modi di offuscare (ne ha parlato qualche giorno fa Francesco Antonelli su il Manifesto).

Un mondo all’interno del quale ci sono donne che, giorno dopo giorno, come funamboli “sospesi in aria, tra cielo e terra, su una corda tesa tra miseria e salvezza”, senza reti di protezione, “tentano di attraversare l’abisso”.

Un Islam in cui si diffonde come un tumore pervasivo la reazione da parte di uomini e donne all’11 settembre e a ciò che ne è seguito. La responsabilità tuttavia non è tutta dell’Occidente ma va spartita con il mondo islamico, intrappolato <<in un circolo vizioso di difesa/offesa [che spinge a] fare di tutto per fomentare l’intolleranza nei nostri confronti e promuovere le immagini false e i cliché sulla nostra società e la nostra cultura>>.

Dopo aver, in Ho ucciso Shahrazad, esplorato l’universo femminile islamico, in Superman è arabo. Su Dio, il matrimonio, il machismo e altre invenzioni disastrose, Joumana Haddad denuncia miti e mitologie del mondo maschile e nelle relazioni tra i sessi, un urlo in faccia al sistema patriarcale e ai suoi valori, che infettano l’universo dei maschi, a Oriente come a Occidente. Ai quali contribuiscono spesso le stesse madri, che educano i figli ad interpretare il ruolo di Superman, uomini alfa artificiali, più che quello di Clark Kent, con le fragilità e le insicurezze di qualsiasi essere umano, e alle figlie insegnano ad essere docili e sottomesse.

Tema affrontato nel poema Il ritorno di Lilith, in cui Haddad ritorna al mito per ripercorrere la figura di origine mesopotamica di Lilith, prima sposa di Abramo, ribelle e disobbediente, subito rimpiazzata, dopo aver abbandonato il Paradiso, dalla più accondiscendente Eva. Cancellata dalla memoria collettiva e dalla vulgata religiosa perché sinonimo di trasgressione, ricettacolo di paure ancestrali in quanto simbolo di libertà e potere femminile, Lilith è la donna libera da qualsiasi vincolo o limite, da tutto e tutti, persino dalla stessa libertà, azione pura nel suo desiderio assoluto e nel suo essere desiderante.

Io sono Lilith la donna destino. Nessun maschio le è sfuggito, nessun maschio vorrebbe sfuggirle. Lilith le due lune. Quella nera è completata dalla bianca, perché la mia purezza è la scintilla della dissolutezza, la mia astinenza l’inizio del possibile. Io sono la donna-paradiso che cadde dal paradiso, io sono la caduta-paradiso….Io sono la prima donna, compagna di Adamo nella creazione non la costola della sottomissione.

Testi nei quali Haddad usa la parola nella sua fisicità, strumento che scava con ferocia nella carne e nell’animo, che porta su di sé l’inquietudine mai domata, motore di vita e di ricerca continua, garanzia di inaccessibilità e fedeltà a sé stessa. La parola come sfida a percorrere fino in fondo la strada scelta, che conduce a un inferno personale che può costare dolore, perdita, solitudine ma ci permette, anche, di guardare il mondo attraverso la purezza cristallina di un diamante.

Io sono il sesto giorno di dicembre del 1970.

Sono l’ora poco dopo le dodici

Sono le urla di mia madre che mi dà vita.

(…) Sono la nipote della bambina che fui,

la sua mancanza della mia ravvia,

le mie delusioni e le mie vittorie,

i miei labirinti e i miei desideri,

le mie bugie e le mie guerre,

le mie cicatrici e i miei giri sbagliati.

(…) sono il mio risentimento, il mio contagio,

il mio pericolo,

la mia fuga dalla viltà al peggio.

(…) Sono la follia e l’assenza

E le piccole, irrilevanti cose che svelano:

i francobolli, i ritagli di lettere,

i biglietti sotto il vetro della scrivania, il mio sorriso in vecchie foto.

(…) Sono gli sguardi che non mi sono permessa, le parole che non ho

detto e le labbra che non ho baciato

e le tracce che non lascerò dietro di me:

tutte le cose stupide che non ho fatto

tutte le grandi cose che non ho fatto ancora

tutte le partenze da cui non sono tornata.

Io

sono mia figlia che non ho messo al mondo e che potrei

e

la donna che sarò.

Sono quasi quella donna

e sono quasi l’uomo

che non sono diventata completamente

che non voglio diventare

e che mi salva ogni giorno da me stessa.

Sono la donna che non sono adesso,

tutte le cose e le persone che ero ieri,

che sarò domani

e che compongono

scompongono

e ricompongono me.

 

Bio dell’autore / Anna Puleo: giurista, appassionata di media e scrittura. Ha curato l’immagine e la comunicazione on line di festival (Tropea Festival Leggere&Scrivere, Roccella Jazz, ecc.) e iniziative sociali e culturali. Ha scritto diversi articoli scientifici e un saggio sulla tutela dei diritti fondamentali.

Gadda, B. e il Corriere Andrea Lorenzo Capussela

umberto boccioni
Umberto Boccioni

Vitareale / Gadda, B. e il Corriere di Andrea Lorenzo Capussela

«Il ventennio è finito». Così l’allora presidente del consiglio commentò la scissione del principale partito della destra, circa un anno fa. Presto il suo governo cadde e non se ne parlò più. Ma ora, similmente, ci si domanda se l’elezione del presidente della repubblica abbia segnato, nelle parole del sondaggista del Corriere della Sera, «l’uscita di scena definitiva di Silvio Berlusconi come leader politico». È così? Ossia, il ‘ventennio’ coincide con la vicenda di quell’uomo politico? Ed è finito? Continua a leggere

Alla fine dell’altro ventennio Carlo Emilio Gadda scrisse un «libello» feroce sul fascismo, Eros e Priapo. Era convinto che per superare quel disastro fosse prima necessario descriverlo: «[l]’atto di conoscenza con che nu’ dobbiamo riscattarci prelude la resurrezione se una resurrezione è tentabile da così paventosa macerie». Questo ventennio ha lasciato meno detriti sulle strade delle nostre città. Ma forse è vero anche per noi che «il transitus da follia a vita ragionevole non potrà farsi se non prendendo elencatoria notizia delle oscure sentenzie, che hanno scatenato gli oscuri impulsi» di questo ventennio. Ossia, saremo certi che esso è finito solo quando avremo saputo scriverne non dico la storia ma almeno una narrazione plausibile.

Per capire a che punto siamo guarderei a cosa scrive il Corriere, perché questo giornale si ritiene ed è diffusamente percepito come la voce mediana dell’opinione assennata e lungimirante. E guarderei in particolare a come il Corriere commentò i due episodi – la condanna definitiva di Silvio Berlusconi per frode fiscale, e il voto di fiducia che prima incrinò il suo partito e poi condusse alla scissione dalla quale nacque il Ncd – che segnarono l’inizio e la fine della sequenza di eventi che avrebbe chiuso il ventennio.

Ma prima voglio ricordare che Gadda se la prendeva anche con «codesti istorici de’ mia stivali [che] non fanno computo bastevole del “male” [per assecondare il] disiderio, legitimo, di “non udire certe sconcezze” che è proprio d’alcuni galantomini bene educati».

Cos’altro, infatti, se non questo «disiderio» informa l’editoriale di Antonio Polito che il Corriere pubblicò il giorno dopo la condanna di Berlusconi? La sentenza era tanto indesiderata – una «vittoria dei giudici dal sapore amaro», la definì Massimo Franco sulle stesse pagine – che non è descritta se non nei suoi effetti: la sentenza è un «colpo». Un «colpo micidiale» al sistema politico, e un «colpo molto duro» al paese e alla sua immagine internazionale. La tesi è debole – se il colpo è la sentenza, e non la frode, allora la causa del vento è il moto delle fronde degli alberi – ma forse consentì ai «galantomini bene educati» di distogliere lo sguardo dalle «sconcezze» che i giudici avevano svelato. Ma se i due commentatori non hanno confuso cause con effetti ciò che volevano dirci è che, frode o non frode, una persona che ha governato il paese per nove anni non doveva essere condannata.

Mentre secondo Gadda «[l]’atto di conoscenza… ha da radicarsi nel vero», e non deve «chetarsi a un bel sogno, o all’astrazione della teoretica pigrizia».

Fu invece un «bel sogno» l’importante editoriale – La zattera della Medusa, pubblicato il 6 dicembre 2012 – con il quale il direttore del giornale fissò quella linea. In quei giorni non era chiaro se Berlusconi avrebbe guidato il suo partito alle elezioni, che erano imminenti, e alcuni suoi dirigenti invocavano le primarie. Ecco il passaggio centrale dell’articolo: «[s]e c’è, come crediamo, un gruppo dirigente liberale e democratico all’altezza del compito, ma soprattutto responsabile, deve avere la forza di separare il proprio destino politico dalla deriva solitaria e resistenziale del proprio capo».

Questi sono aggettivi appuntati al petto di un gruppo dirigente che prima sprecò una legislatura a confezionare leggi ad personam, tutte approvate con rapido, unanime e direi allegro consenso da quella maggioranza, mentre la produttività della nostra economia era ferma, poi pensò di contrastare la crisi negandone l’esistenza, sino all’orlo del baratro, e infine si prese il gusto di fare la fronda al governo di emergenza, chino a raccogliere i cocci, per raccogliere voti. Poco dopo quel gruppo dirigente «liberale e democratico… ma soprattutto responsabile» sconfessò anche l’altro attributo – «all’altezza del compito» – che il direttore del Corriere gli aveva forse troppo precipitosamente elargito, poiché gli mancò «la forza» di separarsi dal «proprio capo» (parola raramente ben scelta). Solo metà lo fece, e solo dopo elezioni e condanna.

E allora che pensare del più recente editoriale – Il nemico allo specchio, pubblicato il 24 Settembre scorso – nel quale il direttore del Corriere rivolge critiche piuttosto dure all’attuale primo ministro e alla sua «squadra»? Sono rilievi largamente convincenti: ma dobbiamo ritenere che il giornale giudichi questo gruppo dirigente meno «liberale», «democratico», «all’altezza del compito» e «responsabile» di quello – ora diviso tra Forza Italia e Ncd – che ricevette queste quattro impegnative lodi? Vi invito a scorrere nella mente nomi e volti, senza caritatevoli omissioni.

Il Corriere ha narrato le deteriori pratiche politiche ed economiche di questo ventennio con precisione e senza censura. Sulle sue pagine scrivono autori come Claudio Magris e Corrado Stajano. Ma è possibile che la stoica cautela dei suoi principali editoriali di fronte a quelle «sconcezze», durata vent’anni, ne sia gradualmente divenuta concausa. Ammantando il proprio giudizio di eufemismi e inesatte comparazioni (cerchio e botte) il Corriere ha probabilmente confuso l’elettorato, che invece aveva bisogno di strumenti di giudizio adeguati a un’insidiosissima deriva populista, e insieme ha offerto copertura politica, e direi anche morale, agli interessi che hanno beneficiato di quelle pratiche. L’ipotesi mi pare plausibile, ed equivale a dire che il Corriere ha sostanzialmente abdicato al compito di suggerire al vasto segmento della società che vuole rappresentare un modo più efficiente e virtuoso di perseguire i propri interessi. Infatti la critica liberale del ventennio si leggeva soprattutto sull’Economist, famosamente, e sul Financial Times.

Mi pare emblematico, a questo proposito, che per persuadere Berlusconi a farsi da parte prima delle elezioni del 2013 La zattera della Medusa gli promettesse l’indulgenza della storia. L’argomento conclusivo della perorazione del direttore del Corriere, infatti, è questo: «[c]on un’uscita di scena più dignitosa, il giudizio [degli storici] non potrà che essere più articolato e imparziale». Berlusconi evidentemente lo prese in parola e pensò che valeva anche il contrario (ossia che se lui non fosse uscito di scena volontariamente il giudizio degli storici sarebbe stato meno articolato e imparziale: e lui non poteva che uscirne meglio). Ma, a parte l’errore tattico, il ricorso a questo argomento suggerisce che al Corriere mancava l’autorevolezza per dirgli, semplicemente, di andarsene. E gli mancava, immagino, per le ragioni che ho appena ricordato.

Berlusconi è identificato col ventennio perché fu esplicito apologeta dell’evasione fiscale e simbolo, volente o nolente, della corruzione politica. Ma questi due fenomeni – che, insieme al crimine organizzato, sono manifestazione e concausa della debolezza delle nostre istituzioni – preesistono al ventennio, non paiono diminuire, e nuove leggi per contrastarli sono ancora in discussione, dopo successive marce avanti e marce indietro. Quindi che Berlusconi esca di scena o meno è questione di scarsa importanza, che lascerei a lui e ai suoi elettori. Il ‘ventennio’ finirà quando quei fenomeni scenderanno a proporzioni fisiologiche, e quando avremo risposte plausibili a queste domande: quali settori della società hanno beneficiato di quelle distorsioni e le hanno alimentate e perpetuate? Perché hanno preferito quella strada per promuovere i propri interessi? Perché è stato – e forse resta – politicamente conveniente non aggredire con vera determinazione quelle distorsioni? E quindi, perché il Corriere – che pochi giorni fa ha pubblicato un commento di Paolo Cirino Pomicino (intitolato La politica può rimediare alle colpe della finanza: può darsi, ma rimedia meglio quando non prende quelle tangenti per le quali l’autore patteggiò un paio d’anni) – seguì quella linea?
 
Bio dell’autore / Andrea Lorenzo Capussela: nel triennio 2008–11 ha guidato l’ufficio economico della missione internazionale che sorvegliava la formazione del nuovo stato del Kosovo. Nel periodo 2011–14 ha lavorato come consigliere del ministro dell’economia di Moldavia, sempre per conto dell’UE. Si è dimesso per terminare un libro, State-Building in Kosovo, che esce a Londra a marzo 2015, e tentarne di scriverne un altro; lavora anche sullo sviluppo di un’area della Calabria, intorno a Sibari, nel progetto Luoghi Idea(li) promosso da Fabrizio Barca.

Il cambiamento improrogabile di Giorgio Castella

Georges Seurat
Georges Seurat

Comunità / Il cambiamento improrogabile di Giorgio Castella

Non c’è telegiornale della Calabria dove la conduttrice o il conduttore non annuncino: “partiamo dalla cronaca!”, lasciando subito presagire che le notizie non saranno positive. Quotidianamente ormai vengono minacciati dalla ‘ndrangheta imprenditori, magistrati, sindaci e giornalisti. Ed ancora, molti Consigli comunali vengono sciolti per infiltrazione mafiosa, per altri ancora prima dello Stato è la ‘ndrangheta a decidere il loro scioglimento, mediante attentati e minacce ai sindaci o ai componenti dei Consigli che si oppongono alle delibere a loro favore. Continua a leggere

Generalmente il Tg regionale prosegue con le notizie di mala sanità, inquinamento delle acque, dissesto idrogeologico, speculazione edilizia, spesso accompagnata dal deturpamento delle coste e del paesaggio, e da ultimo non mancano gli annunci di chiusura di scuole, uffici postali o altri uffici di pubblica necessità. A questo punto la domanda sorge spontanea “Che fare?” o meglio quale può essere la via per risolvere problemi così complessi in una realtà difficile come quella calabrese?

Le parole onestà, moralità pubblica, etica sono state seppellite da molto tempo dalle parole corruzione, ‘ndrangheta, malaffare. A questa metamorfosi lessicale criminosa non si sottraggono, anzi spesso contribuiscono attivamente, i professionisti cinici e senza scrupoli che occupano ruoli rilevanti nelle istituzioni o svolgono attività di primario interesse pubblico e sociale. Riemerge così con forza la “questione morale” nella vita democratica.

Ma che cos’è la questione morale? Enrico Berlinguer, circa 35 anni fa scriveva: “La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci ladri, concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, denunciarli, metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti, con la guerra per bande, con la concezione della politica e con metodi di governo. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Perché non ricordare nell’Italia del presente che vi fu un tempo in cui la classe politica seppe esprimere valori profondi?“.

Le parole di Enrico Berlinguer sono oggi più che mai attuali, ed ognuno di noi dovrebbe farne tesoro. Peccato che il suo pensiero venga solo ogni tanto richiamato e che ben più raramente venga seguito il suo esempio. Nonostante ciò, la gran parte dei cittadini comuni continua a nutrire speranze di cambiamento e non vuole essere lasciata sola ai margini della società in un momento di crisi economica che mette a dura prova la vita delle famiglie.

Possono i soliti uomini politici che hanno brillato per incompetenza quando hanno ricoperto incarichi istituzionali governare ancora la Regione Calabria? E’ possibile sacrificare ogni prospettiva di sviluppo in nome della cosiddetta governabilità? E’ possibile continuare ad ingannare i calabresi?

Il popolo calabrese ha bisogno di punti di riferimenti certi in una fase difficile per l’intero Paese e soprattutto per il Mezzogiorno e per la nostra regione. Il nuovo Presidente regionale è stato votato perché persona onesta e per le sue competenze a livello amministrativo, entrambe necessarie per riavviare il circuito della fiducia e della ripresa sociale ed economica. La maggioranza più estesa dei calabresi vuole chiudere la pagina triste del malgoverno di centrodestra e dunque chiede al Presidente Oliverio una squadra di governo altamente qualificata sia dal punto di vista professionale che etico, ovvero, capace di mettere in pratica le linee programmatiche illustrate nel Consiglio regionale.

Si guardi intorno Presidente, vedrà che troverà tanti ottimi calabresi, liberi da vincoli di appartenenze interessate, pronti a dare il loro contributo per fare uscire la Calabria dallo stallo. Sii un uomo libero e non si faccia imprigionare da logiche conservatrici e di parte. Chi l’ha votato nutre fiducia nei suoi confronti ed auspica una svolta politica capace di realizzare con gradualità e perseveranza un nuovo modello di società, che metta al centro l’uomo con i suoi valori.

C’è una pagina in bianco da scrivere; non deluda le attese, sii più determinato nelle scelte. Vorremmo ricordarla come uno dei migliori presidenti che abbia avuto la Regione Calabria; sappia innovare nel profondo il modo di amministrare il bene comune.

I cittadini che hanno a cuore le sorti della Calabria non sono più disposti ad assecondare scelte che non vadano nella direzione di una ricostruzione civile, morale, sociale e produttiva della Calabria. Le associazioni culturali e politiche vigileranno e lotteranno per liberare la nostra terra dalle offese della cattiva politica.

Bio dell’autore / Giorgio Castella ha maturato la sua esperienza politica e sindacale a Milano partecipando alle lotte operaie e studentesche del 1968. Ha fatto parte dell’esecutivo del consiglio di fabbrica dell’ istituto farmaceutico De Angelie del direttivo farmaceutico della Camera del lavoro di Milano. Ha pubblicato diversi racconti e saggi, tra cui Un Calabrese a Milano (Teti), La Vita di Fortunato Seminara a Pescano (Pellegrini), Lotte e Libertà. Storie di uomini e donne antifascisti (Città del Sole).