Prof d’acquisto di Anna Pascuzzo

Silvia Destito- La scuola è finita
Bisogni / Prof d’acquisto di Anna Pascuzzo

Quelli della mia generazione, non tutti certamente, ma in gran parte si, avevano desideri realizzabili; quasi nessuno di noi intendeva diventare “famoso”, ma più o meno tutti avevamo in mente di fare grandi cose. Io ad esempio volevo insegnare la letteratura italiana e la lingua italiana alle ragazze e ai ragazzi (è quel che faccio). Per quelle come me, nate nella metà degli anni Settanta, uno dei desideri più diffusi e più comune era quello di diventare professoressa.

Sarà stata quell’ora di lezione (citata per antonomasia da Massimo Recalcati nel suo libro più recente) o quella prof al liceo che ci ha fatto innamorare di questo mestiere, oppure, come nel mio caso, un sogno sognato fin da bambina, per me diventare prof aveva a che fare con un grande senso di responsabilità. Per me significava divenire tutto ciò che io, da allieva, avrei voluto fossero i miei insegnanti: esempi, testimonianze di cultura nel senso più ampio, modelli di vita e di stile (per dirla parafrasando Virgilio).

Non sono stata molto fortunata al Liceo, ho avuto docenti di scarso valore, una professoressa di lettere che conosceva la “Pazzaglia” a memoria e ascoltarla o leggere direttamente dal testo era la medesima cosa (a parte il fastidio dovuto al suo grottesco accento).

Eppure io volevo diventare proprio una docente di lettere, amavo (e amo) profondamente la letteratura, la lingua italiana, un po’ per attitudine personale, un po’ per merito di mia madre (per la quale la scuola era “una cosa seria”, me lo ripeteva sempre).

A volte non è necessario un bravo insegnante per seguire e realizzare i propri sogni, ma la tenacia, il senso del valore che quel sogno ha e perché un sogno abbia valore non può, per natura, definirsi “individuale”. Ecco, è questo il punto: Il mio sogno non era solo “mio”, o meglio, la sua realizzazione non avrebbe giovato solo alla sottoscritta, non era questa la mia intenzione, sono cresciuta immaginando sempre un “noi” e mai un “io”. Diventare insegnanti ha a che fare con gli altri oltre che con noi stessi, diventare insegnanti vuol dire incidere profondamente nelle vite degli altri, degli “allievi”, sovente modificandole radicalmente, a volte segnando un percorso che, se anche diverso, comunque ne risente le tracce.

Dunque eccomi qua, vent’anni dopo, professoressa della lingua più bella del mondo, ma quel mondo intanto s’è smarrito, è esploso producendo centinaia di migliaia di “individui”, l’idea della collettività che ho, fin da bambina, coltivato, non esiste più, se non in qualche marginalissima rappresentanza.

E’ un dramma quel che è accaduto, diciamola tutta e, non è accaduto solo perché qualcuno l’abbia imposto e basta. La spasmodica e penosa costruzione dell’individuo ha completamente cancellato il “noi”, l’idea che solo “insieme” si possa cambiare, solo “insieme” si possa fare (specie se l’ambito d’azione è quello educativo).

I governi, tutti, da vent’anni o poco più, hanno creato i presupposti perché s’innescasse una guerra fratricida fra i docenti, perché gli stessi non fossero più mossi da un “progetto pedagogico”, ma da una volontà competitiva rispetto all’altro docente. Fine ultimo diviene dunque assicurarsi più punti in una graduatoria, s’insegna per accumulare punteggio (è questo il linguaggio comune fra gli insegnanti). Per lo stesso fine, cioè accumulare punti, ci si iscrive a corsi pseudo formativi definiti da improbabili acronimi (Siss, Tfa, Pas), in realtà si tratta di corsi a pagamento (euro 3.000,00 a persona per nemmeno un anno di frequenza formativa), corsi “statali” a pagamento perché, per dirla bene, i governi devono “far cassa”.

E i docenti “individualisti” (salvo qualche eccezione) si mettono a frequentare di tutto nella speranza di “accumulare” quei “punti” per avanzare in graduatoria, per scalzare il collega, per arrivare primi o fra i primi … intanto lo scopo vero del docente, educare gli alunni a divenire adulti consapevoli, cittadini e non sudditi, finisce in fondo alla “classifica” virtuale dell’insegnante (pensate a chi è stato “formato” negli ultimi trent’anni).

Ecco cosa è accaduto, è stato scientificamente e “dolosamente” programmato un percorso individualista e competitivo per la classe dei docenti italiani, l’unica (insieme alla famiglia) capace di svegliare e stimolare le coscienze, è stato chiesto ad ogni futuro insegnante di pensare all’io e non al noi, snaturandolo completamente, privandolo dunque della sua essenza.

Un docente che non ha un’idea di collettività ma insegue una “classifica” personale, aggiungendo punti ad essa con il solo scopo di conseguire il suo “individuale successo” non è idoneo ad insegnare (non m’importa in cosa sia spinto, quale sia la causa che lo motivi, ahinoi, quando la gara si fa “competizione spietata” il fine ultimo diventa arrivare prima di tutti)

Dunque è stato tutto sbagliato e l’errore più grossolano l’hanno commesso coloro che avevano il potere di ribellarsi a questo sfascio: i docenti

Non bisognava compromettersi, acquistare di tutto, perché di acquisto si parla quando un corso di formazione statale ti costa quanto dieci rate di un mutuo per un immobile. Non si doveva accettare tutto, la Siss, il Tfa, il Pas…ed ora ? Puff ! E’ esploso tutto, al diavolo le graduatorie, i vostri “punti” per prendere il posto più in alto…Ora cos’altro vi comprerete stolti individualisti che disonorate la parola “insegnante” ? Con quale altro demonio si scenderà a patti ?

Bio dell’autore / Anna Pascuzzo: è una docente di lettere con la passione per la lettura e la scrittura. Fondatrice dell’associazione Scritturarte, insegna tecnica della narrazione e approccio analitico al testo. Conduce seminari d’approfondimento sulla letteratura del Novecento e contemporanea.

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